Nato nel ’99 a San Giovanni Rotondo (FG) ma cresciuto a Monte Sant’Angelo, Giuseppe Armillotta è poeta, attore, autore attualmente di stanza a Bologna. Si diploma attore alla Galante Garrone di Bologna e studia drammaturgia all’ERT – Emilia Romagna Teatro, produce con Matrice Teatro lo spettacolo Il dilemma dei centogirasoli fotovoltaici e partorisce autonomamente Acquazzone (appunti di una vacanza), un monologo sulla fine del mondo, mentre realizza assieme ad Alessandro Ciacci lo spettacolo comico L’Ulisse di Joyce, ovvero scompisciarsi a Dublino in compagnia di Mr. Bloom. È attualmente vicecampione nazionale di poetry slam.
Ehilà Beppe, benvenuto, e grazie. Dunque, il tuo viaggio attorno alla parola, e alla parola sulla scena in particolare, è già molto ramificato. Come ti sei avvicinato alla scrittura e al palco? Quali sono stati i primi passi?
Ciao Isidoro, ciao a chi starà leggendo [sìsì proprio tu che hai detto “okay leggo questa intervista facile, Giuseppe mi piace ahha mi fa ridere”. Proprio tu, sai che Isidoro mi ha detto che posso usare tutti i caratteri che voglio, quindi fatti un caffè (americano) oppure una cena, un pranzo (no ma poi state troppo tempo a mangiare e poco a leggere qualche concetto ve lo perdete) vabbé insomma fate che volete ma preparatevi che sarà lunga (poi magari mi scoccio e diventa cortissima, questo rischio c’è ma le premesse non piacciono a nessuno alla fine no? Dai basta)] devo dire che la scrittura da che ricordo c’è sempre stata e pure il teatro o qualsiasi cosa tu voglia fare che comporti un palco ed un pubblico che guarda (Peter Brook diceva che per esserci il teatro bastava una persona, uno spazio, la persona attraversa lo spazio ed una persona lo guarda, questo basta per un’azione teatrale). Stando al signor Brook che ormai è morto, ma comunque ha detto delle cose buone, io ho iniziato a fare teatro con i miei nonni. I miei nonni collaboravano con un luogo del mio piccolo paesino sul Gargano chiamato Monte Sant’Angelo, in questo luogo c’erano dei pazienti psichiatrici e mia nonna li faceva disegnare, dipingere, esprimere qualcosa attraverso quest’arte, mentre mio nonno gli faceva fare teatro assieme ad altri (e mio nonno non ha mai fatto teatro, collezionava francobolli, ma in quel momento io gli credevo ciecamente, questa è la magia del teatro, capì). La prima cosa che feci su un palco era un folletto ma non me lo ricordo bene, avevo tre anni. Ricordo che imparai la parte in fretta e provavo a recitarla in bagno mettendo il pezzo di carta, dove c’era scritta la parte, sotto i cuscino della sedia. Verificavo. Okay. La sapevo. Poi tutti mi hanno raccontato che mi hanno preso in braccio, come fosse un trionfo. Va a ricordarti. Il secondo ruolo fu un fantasma (secondo me qualcosa di Machbettiano era) ed ero con due ragazze più grandi di me. Lì mi sono iniziato ad annoiare, o meglio a sentire la grave e grande pressione di fare teatro, mi ricordo che in un pezzo ero con mio nonno, ci guardavamo, avevo le gambe in aria oppure facevo finta di sparare e mi sono detto “Raga ma questa la dobbiamo fare anche domani? Uff”, avevo sette anni oppure otto, bho. Questa è la scena, non mi ci sono mai più avvicinato se non nella vita vera, qualsiasi occasione era buona per mettermi in mostra e “fare dei pezzi”, sono tornato a fare le cose sul palco alle superiori perché stavo tanto male e mi piaceva una ragazza che per legge di simmetria cosmica andava dietro ad un altro ragazzo. La scrittura sempre c’è stata (e sempre ci sarà), io scrivevo un diario, era un piccolo diario con le pagine bianche, dei pinguini sopra che andavano sulla luna, infatti era della NASA/Kinder Pinguì, scrivendo quel diario mi resi conto che nel raccontare la giornata potevo dire delle bugie. La prima che raccontai fu pressappoco questa: “poi la sera sono andato a giocare a basket ho fatto quasi 100 canestri”. Ma figuriamoci, non li ho fatti in anni 100 canestri! Era un’iperbole di un piccolo ragazzo in cerca di approvazione? No, era un brivido più forte: potevo dire le bugie, non avrebbero fatto male a nessuno, io sapevo la verità, la carta no, e poi è passato, chi può verificarlo? Ero così felice che lessi l’intera pagina a mia madre ad alta voce. Ecco, si può dire che ho iniziato là a capire cosa fosse la mia vita. La sera avevo una voglia matta di finirlo quel quaderno, quella voglia è inconsumabile, ce l’ho ancora adesso. Come ho detto poi una mi piaceva, storia già raccontata, e per caso sono stato messo come protagonista allo spettacolo di Natale del liceo che ogni anno deliziava gli studenti con esibizioni, saltimbanchi ed altre oscenità, ma per la prima volta si stava pensando ad una trama, una recitazione, degli attori fissi e tutto l’universo attorno a loro. Io volevo fare altro, fortuna che io voglio sempre delle cose che poi non mi fanno fare. Sentivo di recitare per qualcuno (forse per la chica mala che intanto si era fidanzata con il tipo ed io a lacrimare come un matto nei bagni o nelle stanzette inospitali chiamate camerini?) ma mi sembrava qualcosa di più, ma non voglio fare l’esoterico, il fricchettone che poi dicono “ah vedi abita a Bologna etc etc” no ragazzi, me ne voglio andare da Bologna e non c’entra nulla, il teatro, lo stare davanti alle persone è un’altra cosa, è magico folle ma anche assolutamente non da idealizzare che poi si fa la fine di quelli che “ODDIO LA POLVERE DEL TEATRO ODDIO LE PROVE ODDIO IL SIPARIO L’ODORE DI VECCHIO STANTIO DEI CAMERINI” che sono tutte cose orribili ma se non tieni i piedi per terra finisci per idealizzare e perderti le cose più importanti: le persone e la tua ferita. Noi recitiamo, scriviamo perché abbiamo una ferita e pure grossa, oserei dire che ognuno di noi fa un mestiere perché ha una ferita grossa, non è che l’ingegnere non ha ferite e i teatranti so’ speciali, tanto per dire. Insomma sembrava qualcosa di più, era importante, sono tornato a casa e mi ricordo che in quel periodo di scrivere non ne avevo voglia, entrò una divisione nella mia vita: o scrivi o reciti, fare le cose assieme pareva impossibile. Ed era una legge per me ma ovviamente mi sbagliavo, vabbé raga avevo 17 anni e mi piaceva un’altra ragazza ancora che un po’ mi veniva dietro un po’ andava dietro un altro, poi a lei ho dedicato un intero spettacolo, quello del mio ultimo anno di superiori e in quel caso, forse solo in quel caso, e forse solo per un momento, sentivo davvero di recitare per qualcuno. Che dolcezza, quanto amore, spero di non essere stato egocentrico o almeno non così tanto, dai. Poi ho fatto Accademia a Bologna, ma lì non ero più adolescente, sembra non esserci più nulla di epico e magico, ma tutto un po’ drogato e sminuzzato come me nel capoluogo, come i miei compagni e tutti i pagliacci che facevamo.
Tu studi la scrittura per il teatro, oltre che fare l’attore. Riconosci delle influenze che il mondo teatrale ha avuto sulla tua poesia? E viceversa?
Cercando di essere il più preciso possibile, eviterò di fare nomi, mi appaiono nella testa, sono tantissimi ma mi sembra di dire “vabbè ma è come dire è nato prima l’uovo o la gallina”! Infatti mi pare che il teatro e la poesia siano sempre esiste parallelamente e si siano influenzati. Nell’antica Grecia il teatro e la poesia erano la stessa cosa. Poi questa domanda porta ad altri e lunghi corollari: cos’è il teatro? Cos’è la poesia? Per quanto mi piaccia elucubrare circa queste due domande esistenziali, per questa intervista dirò CHISSENEFREGA, È QUELLO CHE VOLETE, ma lo faccio per semplicità. A me fa molto ridere quando leggo articoli oppure post dove c’è scritto una roba tipo “La poesia orale/il racconto orale è tornato di moda/più vivo che mai!”, boh raga ma è così da mille secoli, una persona che legge/recita/declama/fa cose più o meno poetiche davanti ad un pubblico è una delle cose più vecchie del mondo e per questo non morirà mai. Alla fine del mondo ci racconteremo storie davanti un falò ed alcuni reciteranno Amleto/Otello/Pirandello/Ibsen/Cechov, altri faranno un pezzo di Savogin/Bonafoni/Galli/Riggio/Zoli/Oppo o Campana/Dante/Pozzi insomma chi volete (vabbè avevo detto che non facevo nomi ma non ce l’ho fatta mannaggia cazz). In tutto questo calderone devo dire che assolutamente sì il mondo teatrale ha influenzato la mia poesia (che cosa arrogante da dire la mia poesia però oh) e viceversa, ma attivamente solo da qualche anno. In Accademia se c’era una cosa che mi stava sul cazzo fare erano le poesie e ce ne davano un botto da imparare e recitare. Senza leggio, intessute nella memoria con pochissima manovra di spazio e movimenti, era un inferno. A scuola le amavo, ma nemmeno così tanto, ho avuto un rapporto rispettoso con la poesia, amichevole, lo stesso rapporto che si può avere con un amico del liceo, un collega di università o di lavoro ovvero stiamo bene insieme, ti racconto ed ascolto delle cose, se vuoi prendere un aperitivo assieme e fare una passeggiata la facciamo ma forse fuori dal nostro contesto non ci va di vederci e pensarci. Poi è arrivato tutto, l’ossessione della poesia, dei testi teatrali e la completa devozione alla scrittura grazie alle persone. Direi che senza la LIPS ed il circuito slam io e la poesia saremmo ancora due amici del liceo, non ci penseremmo e non ci frequenteremmo così spesso ed ovviamente a quest’ora io non starei ascoltando Lady Gaga mentre rispondo alle tue domande Isidoro e voi non stareste mai leggendo. Senza la poesia (poetry slam che poi è poesia ma non è esattamente poesia ma che cos’è la poesia ragaz dai basta) io avrei continuato a pensare al teatro e alla scrittura a qualcosa di stagnoso, matematico, forse vecchio e mai mi sarei liberato mai avrei respirato forte; viceversa senza il teatro penserei alla poesia come qualcosa di polveroso, intellettuale e da scrivere con gli occhi chiusi penna e calamaio guardando dalla finestra, mai sarei stato quello che sono ora: me stesso.
Nel tuo scrivere in diverse forme, come decidi a quale forma destinare un’idea? Cosa differenzia per te un testo per la voce da uno per la lettura? Operi delle separazioni tra generi, tecniche, contesti?
Questa domanda spacca, perché io credo (ed ecco che torna qualcosa di magico e fricchettone ma fidatevi non lo è) che ogni cosa che scrivi e che poi pensi e poi scrivi ancora e poi ancora ha un suo corso, è un appuntamento, una frequentazione, una relazione. Tu hai appuntamento con una persona: non puoi dire ancor prima di vederla oppure nel momento esatto in cui vi vedete “sarà la mia ragazza/ragazzo/amico/migliore amico/fratello/sorella e compagnia cantante” sennò tutto si sfalda, nelle numerose volte che mi sono messo davanti alla persona che avevo davanti idealizzando il suo ruolo all’interno della mia vita eccetera eccetera era un disastro, stessa cosa per le cose che si scrivono. Se te appena metti la mano su foglio dici “ora scrivo un pezzo da poetry slam” non scriverai niente. Se invece scrivi qualcosa liberamente, fresco, e poi scrivi di nuovo, rileggi, riscrivi, frequenti quelle parole senza preconcetti allora magari può nascere qualcosa, può nascere un amore, un amicizia importante, insomma ti dice il pezzo dove vuole andare se lo ascolti, non bisogna forzare. Ovviamente se ti arriva una commissione è tutto un altro discorso ma in quel caso sai già dove devi portare quella cosa che scrivi o a chi devi consegnarla quindi è molto più facile ed io penso che sia anche un lavoro molto più veloce, per esperienza personale. Quando iniziai a sentire Piazza San Babila ad esempio era in un podcast chiamato Demoni Urbani ed io ho sentito un sussulto, come quando vedi da lontano una persona che non sai ancora che ti piace ma ti sembra dire “okay, ci rincontreremo”. Poi ero su un treno, studio la storia degli anni settanta, inizio ad abbozzare un testo, quindi inizio a frequentarmi con quest’idea, ci troviamo bene un po’ male, poi ci assestiamo e ci mettiamo assieme, ed è nato il pezzo slam Piazza San Babila, ma mi sono reso conto che volevamo di più da questa relazione ed allora il testo ha preso un’altra piega ed è diventato un testo teatrale, ne avevamo bisogno, sentivamo l’esigenza di fare un passo in più. Semplicemente ci siamo frequentati e ci stiamo amando. Stessa cosa con Acquazzone. Ero con una mia amica e la ragazza di cui ero innamorato all’epoca (in questo caso andava benissimo non come al liceo) e lei dice, così, facendo una storia instagram, prendendomi in giro “Acquazzone nuovo spettacolo di Giuseppe Armillotta” e io sussultai dicendo che era un titolo geniale. Un anno dopo mi commissionano uno spettacolo sull’acqua e cambiamento climatico, mi viene in mente quella frase, so che devo chiamarlo così ed ora io e quell’idea giriamo l’Italia, questa mia amica che ne sapeva, vorrei dire anch’io ma un pochetto queste cose le sai fin dall’inizio. Quindi bisogna prendere con calma quello che ci arriva e sapere cosa si vuole da un appuntamento, sapere come si può funzionare, ho mille idee che non sono andate in porto, come mille appuntamenti andati male, non basta una buona idea serve amore e compatibilità, non basta essere entrambi belli, giovani e positivi per una relazione d’amore sennò sarebbe troppo facile no? Sennò scriverebbero tutti.
Tu ti muovi nella fervida scena bolognese: come ti ci trovi? Com’è nata l’UniPoSka, e come ti rapporti con le altre realtà?
Amo raccontare com’è nato UniPoSka perché è stato tutto surreale. Anzitutto io conoscevo Chiara Acri perché ho sentito che leggeva un testo in un posto che si chiama Altro Spazio a Bologna durante un open mic del Centro di Poesia Contemporanea, io non conoscevo la slam, non conoscevo il circuito perché sapevo a grandissime linee cosa fosse la poesia orale ma non immaginavo nemmeno la competizione, le regole etc, la fermo e le dico “Ehi ma fai slam?” e lei era entusiasta, quasi squittiva di aver trovato qualcosa di amico in quel posto, c’è stata quella che amo chiamare La Sordello da Goito shuffle (sesto canto purgatorio, Divina Commedia: Sordello da Goito e Virgilio si abbracciano solamente al sentire dire che sono entrambi di Mantova). Io avevo un testo slam quasi copiato dal buon Simone Savogin che era l’unica fonte di slam italiana che avevo sentito a Got Talent. Mi iscrivo ad un open mic e con enorme imbarazzo lo leggo. Risultato? Disastro per me. La sala non si aspettava una cosa del genere, prima e dopo c’era solo musica e musica tanto che il tecnico al mio devo salire sul palco tra poco mi fa “che strumento c’hai?” ed io ho provato a spiegare la poesia orale (già avevo difficoltà a capire io cosa stessi facendo dato che non conoscevo nulla, figurarsi spiegarlo ad un tecnico di mezza età) con scarsi risultati. La presentatrice, trovandomi in timidezza e non sapendo bene neanche lei come presentarmi mi dice faccio io e chiama un silenzio in sala dicendo “ora un momento importante, abbiamo Giuseppe: il poeta”. Avevo voglia di sotterrarmi. L’unica persona che era per me nel pubblico era la ragazza di cui ero innamorato, sopracitata, che aveva corso come una pazza per essere lì in tempo e che mi viene incontro baciandomi dicendomi che sono stato bravissimo ma che era metà sala e non ha sentito assolutamente niente, il microfono non era settato bene. Tutto perfetto. Scrivo a Zoopalco poi, Eugenia Galli mi invita in un parco losco loschisismo per farmi partecipare a questo progetto chiamato Al Buio che consisteva in degli incontri laboratoriali nei quali si sarebbe scritta un’opera lirica in poesia e spoken etc. Qui conosco quindi tutti gli Zoopalco e soprattutto Fantomars che mi iscrive alla mia prima slam (10 novembre 2022, Magazzini del sale, VoceVersa, Cervia, MC Enrico Gregori, notaio Gnigne, partecipanti Andrea, Fantomars, Io, Chimaira, Elia, Seu), a questo slam conosco Elia Marangon, secondo UniPoSka. Poi una ragazza avevamo visto che stava organizzando degli slam a Carpi, Chiara Zanoli, siamo andati da lei a partecipare e chiederle di fare un collettivo assieme. Abbiamo creato il collettivo nel giardino di Fantomars, assieme ad alcuni amici ed Eugenia e Dige. Ci ha dato Fantomars il nome, Eugenia disse che i suoi nomi portavano molta fortuna. Subito dopo la creazione siamo andati nel suo garage, voleva regalarci i suoi bastoni sciamanici, gli ultimi rimasti. Nello stesso periodo c’è stata la creazione di MeleMarce e dopo l’uscita di Sofia Zoli da quel collettivo abbiamo iniziato a collaborare assieme, prima come UniPoSka X InBianco (il suo progetto a Faneza) proponendo delle slam con “vecchie rocce”, e poi nacque Duocane, progetto che ora è diventato l’agglomerato Bar Croazia diretto da Sofia. Il rapporto con le altre realtà è sempre stato positivo per me, è ovvio che ci siano delle divergenze con alcune visioni ma se non ci sono non si cresce, è ovvio che bisogna in qualche modo litigare perché sennò non si capiscono alcune cose, ma allo stesso modo sono realtà culturali ed in qualche modo bisogna amarsi (forse un po’ democristiano no? Bho raga). È piuttosto ovvio che un Sergio Garau ad un freelab del Centro di Poesia Contemporanea fa un certo effetto, stona forse? (forse eh) ma stessa cosa il contrario. Bisogna capire il messaggio che si vuole lanciare e la ricerca che si sta facendo, quando si è capito cosa si sta facendo allora non si può fare altro che scegliere, ma sempre avendo rispetto. Non bisogna avere rispetto (si scherza) di chi crede di avere un’idea, di chi crede di fare un ricerca ma alla fine danneggia, si impone, fa tutto per infangare chi considera “avversari” e non “amici”, in questo caso io non posso essere dalla vostra parte perché quella è ricerca dell’odio e dell’affermarsi e non è fatta per un bene superiore, per la comunità, perché tutti fruiscano del bello eccetera eccetera. A Bologna c’è tutto, spesso c’è tutto male, ci si fa paladini di qualcosa che chissà cos’è, ma non voglio parlare male di Bologna che si fa presto a puntare il dito e non guardare sé stessi. Spesso alcune realtà si fanno fortino e non fanno accedere nessuno, mirano alla distruzione più che alla creazione, contraddizione sarebbe dire da parte mia che vorrei la distruzione di realtà che distruggono? Forse sì: distruzione ma ricoperta d’amore che è sempre molto democristiano ma vi assicuro che non lo sono. Mi agita parlare di politica, ho paura sempre di fare gaffe, mi fermo.
Il tuo secondo posto alle scorse nazionali LIPS ti mette a pieno titolo tra le voci più vive in questi ultimi anni di slam in italiano. Come ti vivi la scena del poetry slam nostrano, e quali ti immagini possano essere dei buoni passi per una sua ulteriore futura evoluzione?
Sono contento anzitutto del complimento e del secondo posto alle nazionali. Ovviamente ora rosico perché so che sono arrivato secondo perdendo per soli 0.8 punti, ma Gabriele meritava tantissimo ed in qualche modo è giusto sia andata così. Non dimenticherò mai l’ansia davanti al Tempio dei Dioscuri tutto pieno, Gloria e Nicola dietro noi performer e Castore e Polluce che ci guardano dall’alto. Dario Ferrara annuncia il vincitore, io e Gabriele ci abbracciamo forte e lui bestemmia piano nel mio orecchio e so che era felice, so che se l’è meritato e in quel momento sono tanto felice. Le nazionali di Agrigento comunque sono state un grande sogno di vita, mi è parso di dormire e chissà cosa vivere, cosa vedere. Forse per una volta stavo dicendo i pezzi per me stesso e non per qualcuno (forse eh ma non ne sono veramente sicuro, questa è la verità). Il fatto di essere lì però, il fatto di essere alle NAZIONALI, era incredibile. Ho sognato due anni le nazionali, non perché io sia così competitivo ma perché ho rischiato di andarci per due anni di fila e non mi è riuscito e quando mi metti le cose lì vicino e poi non me le dai impazzisco, ma alla fine tutte le cose avvengono per un motivo no? Ed io sono sicuro che le nazionali di Agrigento sono quelle che mi spettavano ed il mio secondo posto (che sostituisce quello dell’anno prima conquistato da Fantomars) chiude un cerchio importante nella mia storia slam. Ora chissà cosa c’è, devo perdermi di nuovo. Altrove, come Morgan oppure come Gere. Assurdo. La scena attuale è costantemente nuova, si rinnova e ogni volta che vedo i nomi negli slam non ne conosco tanti, anche organizzando sto notando quante voci nuove si stanno affacciando all’arte. La mia paura è che si crei una sorta di monotonia, cosa che riscontro nei suoni ed in alcune tematiche, per strizzare l’occhio ad un’eventuale giuria. Temo molto lo sfaldamento della LIPS, della “famiglia” che quando ho conosciuto io mi pareva di vivere in una grande serie tv che quando pareva di aver conosciuto tutti arrivava la seconda stagione e con la seconda stagione arrivano i personaggi nuovi: i campani (la loro realtà è veramente incredibile) ed i pugliesi (con tanta fotta quanta storia) ed io amo follemente questa cosa e spero che chi si affacci allo slam possa vivere con lo stesso entusiasmo con cui l’ho vissuta io, andando nei posti per conoscere le persone, passare del tempo assieme, sentire i pezzi perché è importante sapere come una persona è e come vive per capire anche ciò che scrive, per capire se si può essere amici, simili. Auguro a tutta la comunità curiosità ed amore, che credo sia la cosa migliore che si possa augurare ad anime vive. Far vivere lo slam, la poesia, l’arte e tutte queste cose umane che esistono ed esisteranno per sempre, al massimo andranno via quando l’umanità non esisterà più ma fino a quel momento esistiamo e allora raga su, ora dovrei finire con qualcosa di poetico, di importante, che svegli le coscienze, che faccia dire “wow che poeta” ma ho già detto tutto Isidoro e chi mi ha letto, tanto voi manco ve ne siete accorti, ma io ho parlato dall’inizio sempre e soltanto di una cosa: d’amore.