Interviste

Intervista a Maria Oppo

Maria Oppo (Oristano, 1995) è poeta e logopedista. Nel mondo della poesia performativa dal 2021, viene invitata come ospite a diversi festival e rassegne quali la Festa del Racconto a Carpi, Bande de Femmes a Roma, Cuncambias a San Sperate, Cabudanne de sos Poetas a Seneghe. Suoi versi sono comparsi sulle riviste Inverso – Giornale di poesia, Erbafoglio e Poetarum Silva. Scrive per Artribune, testata su cui cura una ricognizione sulla poesia contemporanea.

Benvenuta Maria, grazie. È di recente pubblicazione per Oreri la tua prima plaquette, Mostros, con dodici tue poesie e le illustrazioni di sei artiste sarde. Com’è nato questo progetto, cosa racchiude? Che dialogo c’è stato tra parola e segno grafico?

Ciao Isidoro, grazie a te! Come dice Sergio Garau questo libro è uno spin-off, il Better Call Saul di un altro testo, una raccolta illustrata corale che si chiama LIPSink e che comprende una mia poesia dal titolo La promessa delle Bruxas. Era la prima volta che vedevo un mio scritto convertito in immagine ed è stato allora che mi è entrato nella testa un animaletto, lo stesso che di solito mi suggerisce delle buone idee. Caso vuole che Cagliari, la città in cui vivo, goda di una scena scintillante ed eterogenea di illustratrici; la sconsideratezza degli amici di Oreri – la casa editrice indipendente che ha scelto di investire in questa stranezza – ha fatto il resto.

Tornando indietro andrei invece al momento in cui hai deciso di portare per la prima volta le tue parole su di un palco: quando è stato, e cosa ti ha spinto? In che modo l’esperienza del palco è entrata nella tua scrittura, da quel momento?

Oddio, deciso… Chi è che decide davvero di dire le poesie sul palco? Diciamo piuttosto che è capitato. Era l’inizio del 2021 quando, mentre mi facevo i fatti miei, sono inciampata in due fuoriclasse come Giuliano Logos e Olympia (un giorno me la pagheranno!) che avevano organizzato un poetry slam in un locale qui al Poetto. Lo facevano sembrare facilissimo e io ero pure un po’ ubriaca; a quel punto si è consumato il disastro. Detto questo, lo sguardo del pubblico influenza la mia scrittura (e anche lì sempre meno) soltanto in fase di limatura e aggiustamento dei testi, che è anche il momento che preferisco perché è il più artigianale e gratificante.

Il tuo attraversamento del mondo slam, oltre a quelli di poeta, veste anche i panni dell’organizzatrice e MC con Caralis Poetry Slam di diversi eventi spesso non solo circoscritti allo slam ma che si allargano in un programma di serata più ampio che tocca più scene e linguaggi. Qual è lo sguardo con cui idei e conduci questi eventi, secondo quali linee e considerazioni immagini e presenti queste serate, come entri in dialogo col contesto entro cui ti inserisci?

Metto pochissimo calcolo nell’organizzazione degli eventi, so solo che a un certo punto un ragazzo tra il pubblico ha detto “Grazie di avermi dato qualcosa in cui credere” e dunque io ho continuato perché, insomma, come si potrebbe fare altrimenti di fronte a un fatto così? Al collettivo si sono aggiunti di recente due grandi amici e artisti che sono Emanuele “Spunky” Carta e Roberto Ortu; loro forniscono una spinta un po’ più consapevole alle cose, ma confesso di andare avanti senza capirci troppo. Cagliari è una città particolare, è femmina, sembra un grande centro senz’anima ma nasconde una situazione energetica un po’ antica, un po’ di incantesimi qua e là che spingono da sotto, spiritelli.

Anche tu ti occupi di intervistare alcune tra le voci che tengono viva la poesia contemporanea: in che modo approcci al dialogo con un’altra poetica, un altro immaginario, un intero altro mondo? Cosa ti ha portata al voler praticare questa strada?

Hai presente quella frase de Il giovane Holden, quando dice che se un libro ci colpisce ci viene voglia di chiacchierare con l’autore? Io l’ho presa alla lettera. Cerco di scrivere qualcosa che io per prima sarei felice di leggere; in questo gli articoli e le interviste non sono poi così diversi dalla poesia.

Tra le tue professionalità c’è la logopedia. Questa branca della conoscenza ha diverse aree di tangenza con la poesia, ancor più se performativa: questo mondo ha in qualche modo influenzato la tua poetica e la tua scrittura?

La professione, di per sé, è molto meno poetica di quanto ci si potrebbe immaginare. Di tanto in tanto, però, sgorgano delle suggestioni involontarie: una volta, per esempio, uno dei miei bambini fece una sostituzione semantica e disse “un cielo pieno di lune”. Nessuno saprà mai che quella frase gliel’ho rubata per metterla in un pezzo! Anche se, in effetti, l’ho appena detto a te… Va bè, tanto chi vuoi che la legga questa intervista?

Ehe, già. In quest’ultima annata sono accadute molte cose, dalla pubblicazione di Mostros alle tue prime sperimentazioni sulla forma dello spettacolo di poesia. Quali sono, al momento, le direzioni verso cui la tua ricerca sta andando?

Se ti sentisse mia nonna parlare di direzioni e ricerca, che ogni volta che la chiamo mi dice “ma custas cosas de poesia candu acabant?”, quando finiscono? In saccoccia ho circa trenta pagine di un inesistente secondo libro e ho anche un desiderio, un miraggio, un ghiribizzo, quello di mettere su un progetto di poesia performativa con effetti sonori di stampo elettronico. Vorrei che di me si dicesse che sono la nuova Max Collini. Anzi, vorrei che di Max Collini si dicesse che è “una Maria Oppo al maschile”. Sì, questo mi piacerebbe, lì capirei di essere arrivata. Con la demenza senile, probabilmente.