Interviste

Intervista ad Andrea Fabiani

Nato alla Spezia nel maggio del 1978 Andrea è scrittore, performer e organizzatore di eventi. Nell’agosto del 2015 è co-fondatore del gruppo poetico Mitilanti, coi quali realizza spettacoli e performance tra cui Poetry Call (2019), Sail In (2020) e Poetry Take Away & Delivery (2020). Nel settembre del 2016 pubblica Volevo solo non scrivere poesie d’amore, per le Edizioni La Gru. Dal 2018 porta in giro per i locali di varie città italiane il suo spettacolo poetico Quel poco che so. È membro del collettivo Genova Slam ed è l’attuale presidente della LIPS, in carica dal 2020.

Ciao Andrea, benvenuto e grazie. Dunque, io partirei dalla concorrenza: com’è stato farsi intervistare da Topolino e portare dentro al mondo Disney lo slam?

Ciao Isi e grazie dello spazio. Com’è stato farsi intervistare da Topolino? Surreale è il primo aggettivo che mi viene in mente! Scherzi a parte, è stata una bellissima sorpresa. È andata così: la redazione di Topolino ha contattato la LIPS perché sul numero 3664 sarebbe uscita una storia sul poetry slam e avrebbero voluto accompagnarla con un’intervista a qualcuno della scena. In direttivo abbiamo deciso che fossi io e così è stato. Se devo dire la verità speravo di parlare di più della scena slam e meno di me stesso, ma alla fine le domande e il taglio che hanno dato all’intervista è stato quello. Per altro, volendo cogliere un aspetto a mio modo di vedere positivo di questo accadimento, direi che può essere letto come un indicatore della diffusione dello slam. Voglio dire: la storia sul poetry slam su quel numero di Topolino ci sarebbe stata lo stesso, indipendentemente dall’intervista. È stata scritta da un autore genovese, Sergio Badino, in maniera del tutto autonoma. È stata una sorpresa anche per noi. E in qualche modo un segnale del livello di popolarità raggiunto dal poetry slam in Italia.

Detto questo, comincerei col tuo cominciare: come ti sei avvicinato al poetry slam? Come sono stati i tuoi primi anni, e che differenze trovi con la scena attuale? E anzi: secondo te ha senso parlare di una sola singola scena slam, qui in Italia?

Ho scoperto il poetry slam a Genova, grazie a Filippo Balestra. Ci conoscevamo da poco, mi disse che stava organizzando un poetry slam al teatro Altrove, mi disse che secondo lui avrei potuto partecipare e così ho fatto. Potrei dire che mi innamorai immediatamente di quello spettacolo, di quel senso di condivisione, di comunità, che si creava tra pubblico e poeti. Ma “mi innamorai” non è l’espressione esatta. Per essere onesti fino in fondo, fu più tipo scoprire la droga: era stata una botta clamorosa e ne volevo ancora. Cominciai a cercare dove fossero i poetry slam più vicini a me, così scoprii l’esistenza della LIPS e di tutta una serie di persone che vi gravitavano intorno (Sergio Garau, Paolo Agrati, Davide Passoni, Alessandra Racca, Francesca Gironi, Simone Savogin, ne dimentico sicuramente qualcuno). Volevo conoscerli tutti. Ricordo che chiesi a Davide Passoni di prendermi a uno slam infrasettimanale a Bergamo solo perché sapevo che ci sarebbe stato Simone Savogin. Ero giovane e affascinato! E anche stupido, per dirla tutta. Perché ripensandoci adesso in quel primo approccio al mondo del poetry slam mi concentravo troppo sull’aspetto “agonistico”, sul risultato “sportivo” della competizione. Consideravo uno slam andato bene se avevo vinto e male viceversa. Per fortuna lo slam questa roba, se sai ascoltarlo, te la toglie abbastanza velocemente. Però è successo e, analizzando il mio percorso nel mondo dello slam, non è qualcosa che voglio negare o rinnegare. Mi piace pensare di essere arrivato a capire quello che è (per me, ovviamente) lo spirito del poetry slam attraverso un percorso partito male. È così bello a volte guardarsi indietro e poter dire: mamma mia quanto ero stupido! E d’altra parte questo mi ha fatto capire anche quanto sia importante veicolare il senso dello slam a chi ci si avvicina. E anche a chi c’è già dentro. Perché è qualcosa di fragile, di facilmente equivocabile. E quindi va difeso, curato, se si vuole che cresca. Senza fare questo si finisce a fare solo delle gare di poesia. E allora possiamo anche chiudere i battenti e andare a dormire: avremmo perso, tutte e tutti. Ecco, questo forse mi ha affascinato di più del poetry slam: che fosse una contraddizione, la competizione messa in scena per smontarla, per creare condivisione e uguaglianza; per creare uno spazio in cui tutti si fosse parte di qualcosa. Una roba difficilissima da fare. E preziosa.

Ma mi sa che sono andato completamente fuori tema. Mi succede. Temo succederà ancora…

Mi chiedevi anche della scena attuale e di quella di allora. Be’, direi che tra il 2014, quando ho cominciato io e oggi la differenza che salta più agli occhi (che poi non è così vero che salti agli occhi, perché bisognerebbe averle viste entrambe, ma il mondo dello slam, a parte alcune eccezioni, ha un ricambio di praticanti piuttosto rapido). Dicevo, la differenza sostanziale è sia nei numeri (dieci anni fa a fare slam abitualmente eravamo una cinquantina di persone, forse. E bene o male ci si conosceva, di vista o di fama. Oggi non saprei dirti quanti siano gli slammers italiani), che nel background. Dieci anni fa trovavo soprattutto gente che scriveva già poesia, molti avevano pubblicato, e trovavano nel poetry slam uno spazio alternativo in cui portare le loro scritture, sperimentandone la resa orale. Oggi forse si potrebbe parlare di un vero e proprio linguaggio del poetry slam, no? Fatto di un certo tipo di scrittura, di un certo tipo di messa in atto del testo, attraverso gesti, modulazioni della voce, ritmo, che puoi ritrovare in più autori, perché si diffondono, attraverso l’osservazione e l’imitazione. E ci tengo a precisarlo, non ci penso neanche a dire “era meglio prima”, no, è meglio adesso. I linguaggi cambiano, la poesia poi l’ha sempre fatto. Anche perché quello che non cambia alla fine si secca o resta confinato in una riserva. Quindi no, per rispondere molto sinteticamente alla terza domanda, no: per me non ha senso parlare di una scena singola in Italia. Né temporalmente, né geograficamente. Un altra cosa che mi ha sempre affascinato fin dall’inizio è che il poetry slam abbia sviluppato piccole differenze, sia di format che di linguaggio, nei vari territori in cui si è diffuso. Uno slam in Puglia non è uno slam in Piemonte. E questa varietà è anch’essa davvero affascinante e preziosa, dal mio punto di vista.

Attualmente sei il presidente della LIPS. Com’è successo? Ma soprattutto, esattamente, quali sono i compiti di questo ruolo?

Partiamo da come si diventa presidente della LIPS: ogni due anni viene chiesto all’assemblea dei soci (cioè coloro che hanno sottoscritto la tessera annuale dell’associazione) di eleggere il consiglio direttivo (composto da 10 persone). Una volta insediato, il consiglio direttivo elegge al suo interno il o la presidente. Aggiungo un dettaglio (magari ovvio, magari no): il ruolo di presidente, come ogni altro ruolo all’interno della LIPS, viene svolto su base volontaria, ovvero non è prevista alcuna retribuzione. Questo per dire che una delle possibili risposte alla domanda, “com’è successo che sei diventato presidente della LIPS?” può essere: “be’, non è che ci fosse la fila per farlo…” E veniamo a cosa vuol dire essere il presidente della LIPS. Formalmente vuol dire essere il rappresentante legale di un’associazione culturale chiamata Lega Italiana Poetry Slam, che, magari anche questo è ovvio, magari no, non corrisponde con il movimento del poetry slam, che è molto più ampio e comprende chiunque graviti nei perimetri di questo fenomeno. La LIPS, per dirla semplicemente, non è proprietaria del poetry slam. Nessuno lo è. La LIPS coordina il campionato nazionale, organizza le finali nazionali, gestisce le richieste di collaborazione che le arrivano, sostiene i collettivi in progetti e bandi, si sbatte insomma, per promuovere il poetry slam. Il che, intendiamoci, non è comunque poco come mole di lavoro (che poi è volontariato, ci tengo a ribadirlo). Quindi il presidente, in pratica, coordina il direttivo in queste attività. Poi però c’è, dal mio punto di vista, tutta una parte che potremmo definire “etica”. Perché sebbene la LIPS come detto non sia sovrapponibile al movimento slam, tuttavia un ruolo nel portare avanti un determinato modo di intendere il poetry slam lo ha. E questo ruolo di “governo” del mondo slam la LIPS lo esercita nella maniera più difficile possibile: senza autorità. L’impostazione della LIPS è filosoficamente, ma anche necessariamente, anarchica. Per restare sul pratico, molte volte le persone si rivolgono alla LIPS (o direttamente a me, in quanto presidente) con domande del tipo: come si fa questa cosa? Oppure: c’è una diatriba, tizio dice A, tizia dice B. Chi ha ragione? O, ancora: diteci come gestire questo problema! La mia, la nostra risposta è sempre stata e sarà sempre: sediamoci, parliamone, capiamo, troviamo la miglior soluzione possibile tra quelle disponibili. Soluzione che oggi sarà questa e domani magari sarà un’altra, perché nemmeno vogliamo fare “legislazione”. Insomma, la LIPS non è (e soprattutto non vuole essere) un’istituzione o un’autorità. È realmente una scelta etica, perché certe volte sarebbe più facile, visto che questo ruolo le viene attribuito, dire dall’alto: fate così! Oppure: ha ragione lui, ha ragione lei. Il problema è che se lo facessimo creeremmo quello che nel poetry slam non esiste: delle gerarchie, delle relazioni di potere. Perché quello che la LIPS è e deve continuare ad essere è uno spazio in cui chiunque possa entrare per dare il proprio contributo. E possa farlo essendo allo stesso livello di tutti gli altri. Poi magari un giorno sarà diverso, non lo so. Quello che faccio oggi e che ho fatto negli anni come presidente della LIPS (che poi è quello che ho imparato da chi in questo ruolo mi ha preceduto) è contribuire a difendere tutto questo, questa impostazione, questa filosofia. Insomma, per concludere, fare il presidente della LIPS per me è soprattutto cercare di mantenere in piedi questa preziosissima contraddizione chiamata poetry slam.

Ok, ho divagato ancora una volta, scusa.

Figurati, divagare è ok. Comunque, vorrei chiederti un po’ di cose circa i Mitilanti. Innanzitutto, come vi siete riuniti in gruppo? Quali sono, negli anni, le iniziative che ricordi con più gioia tra quelle che avete generato?

Galeotto fu il poetry slam! Era il novembre del 2014. Alla Spezia Filippo Lubrano e Alfonso Pierro, che di questi eventi avevano già esperienza, decisero di organizzare un poetry slam. E avevano invitato a partecipare tra gli altri me, Andrea Bonomi e Francesco Terzago. Dopo quello slam decisero di organizzare anche un workshop sul poetry slam, e di nuovo convocarono ancora noi tre. La cosa bella è che non posso nemmeno dire che ci stessimo simpatici, al tempo. Bazzicavamo tutti il mondo della poesia, ma in forme diverse ed eravamo anche un po’ diffidenti l’uno nei confronti dell’altro. Ma ci siamo ritrovati sempre più spesso in qualche locale di Spezia (sì, noi locali non usiamo l’articolo…) a parlare di poesia e ad organizzare eventi. E col tempo le nostre differenze sono diventate un punto di forza. Abbiamo sempre cercato di proporre la poesia in contesti che la potessero ibridare con la realtà che ci circondava, che la portassero nella quotidianità, prendendo spunto dalle nostre esperienze. Potrei raccontare ad esempio di Poetry Call, nato quando Andrea Bonomi lavorava effettivamente in un call center: una performance in cui per un pomeriggio siamo stati in casa a chiamare al telefono persone a caso in Italia, proponendo l’ascolto di poesie. Ma facendolo ricalcando la dinamica del call center, quindi con chi rispondeva che sentiva dall’altra parte frasi come: “Salve, sono Andrea Fabiani dei Mitilanti, le volevo proporre di ascoltare una poesia”. Il cortocircuito che si generava tra il fastidio dato dall’idea di trovarsi di fronte all’ennesima proposta di cambio contratto e la richiesta di ascoltare una poesia riusciva a creare uno spazio di ascolto unico. Ovviamente le volte che qualcuno diceva: sì, grazie, mi dica la poesia. La maggior parte della gente rifiutava. Oppure vorrei citare ancora le iniziative nate durante il lockdown, quando ci sembrava che l’unica cosa che si potesse fare fosse andare a comprare del cibo take away e noi abbiamo riproposto quella dinamica, ma in chiave poetica, organizzando un menù, prenotazioni telefoniche e un posto (casa di Filippo Lubrano) in cui all’ora convenuta, si poteva venire a suonare il citofono e senza nessun tipo di contatto, ascoltare una poesia. C’era la fila.

Coi Mitilanti avete organizzato, tra le altre cose, anche un’esperienza particolarmente significativa: Mitilanza. Ce ne potresti parlare?

Febbraio 2017. Devo dire che quanto se ne parli ancora mi fa capire quanto importante sia stata quella esperienza. Importanza che noi allora non coglievamo, se devo dire la verità. Sono passati meno di dieci anni, ma sembra un’eternità (o forse la è…). Andò che l’amministrazione comunale di Spezia ci mise a disposizione dei fondi per organizzare un piccolo festival, con letture, conferenze e tavole rotonde. Ci diedero la disponibilità di uno spazio ai giardini comunali (il Centro Allende, che poi amministrazioni comunali leggermente più miopi hanno fatto trasformare in un ristorante fighetto, ma questa è un’altra storia). E oltre a queste cose ci diedero (e questo fu forse l’errore più grosso) una quasi totale libertà. Era un momento storico in cui lo slam stava aumentando la sua diffusione e veniva guardato con diffidenza e forse anche un po’ di ostilità dal resto dell’universo poetico. Si facevano ancora discussioni del tipo: la poesia è solo su carta, no la vera poesia è quella orale… ma in generale, a noi sembrava, c’erano dei piccoli arcipelaghi nel grande mare della poesia in cui ognuno viveva senza entrare in contatto con il resto del mondo. Noi avevamo una fortuna. Forse ce l’avevamo solo noi, allora. Grazie alle nostre diverse estrazioni, avevamo contatti con una buona parte di questi arcipelaghi (poetry slam, accademia, poesia di strada, video poesie, spoken word, etc…). Così ci siamo detti: perché non spendiamo tutti i soldi per prendere il maggior numero di queste persone e portarle qua e farle parlare per due giorni? E così abbiamo fatto, abbiamo preso tre alberghi in città (ospitato un tot di persone sui nostri divani) e portato a Spezia oltre un centinaio di esponenti a vario titolo del mondo della poesia italiana, li abbiamo fatti parlare, litigare, conoscere. La sera gli abbiamo chiesto di leggere. In dieci locali di Spezia, dieci reading contemporanei (volevamo che per una sera in tutti i locali di Spezia ci fosse la poesia). Gli abbiamo fatto condividere palchi, strade, birre (un sacco di birre a dire il vero). Qualcuno andando via mi ha detto: questa cosa non l’aveva mai fatta nessuno. Non so se sia vero, ma di certo, se a distanza di anni persone che non c’erano mi chiedono cosa sia stata Mitilanza (ed è una cosa che succede abbastanza spesso)… be’, a qualcosa penso che sia servita.

Osservare il continuo mutare dello slam, qui in Italia, è qualcosa che come vedi mi interessa molto. Dal tuo punto di vista, quali immagini possono essere le future mutazioni? Come pensi che, in quest’ottica, lo stesso organismo LIPS possa mutare?

Penso che la LIPS possa (e debba) non tanto guidare, quanto andare incontro ai cambiamenti del mondo del poetry slam. Ad esempio una cosa che dovrebbe fare la LIPS (e a cui, come direttivo nazionale stiamo lavorando), è ridurre la sua distanza rispetto a chi si avvicina ora allo slam, a chi comincia a praticare o ad organizzare poetry slam. Perché, lo dicevo anche all’inizio, la mutazione più grossa degli ultimi anni è stata numerica. Quando ho cominciato io si organizzavano in Italia una cinquantina di poetry slam, affiliati al campionato LIPS. Adesso i numeri ci dicono che gli slam LIPS in Italia sono tra i 500 e i 600 all’anno. La crescita è esponenziale. Questo genera necessariamente una distanza che va colmata in qualche modo. Dieci anni fa il rapporto tra chi faceva parte del direttivo e chi praticava lo slam era quasi di conoscenza personale. Oggi questo non è più possibile, ovviamente. Io cerco ancora di andare in giro per l’Italia per non perdere di vista il mondo poetry slam, conoscere le nuove realtà, ascoltare le e i nuovi slammer, rispondere alle loro domande. Ovviamente compatibilmente con la mia età, il lavoro, la disponibilità economica. E come me fanno gli altri membri del direttivo nazionale. Ma devo essere onesto, è impossibile avere oggi la conoscenza della scena slam che avevo solo cinque anni fa. La LIPS deve rimodellarsi su questi numeri, intensificare lo scambio di informazioni tra le persone che compongono il movimento slam, attraverso i coordinamenti regionali, attraverso i mezzi di comunicazione, i social; attraverso altre iniziative che metteremo presto in campo. Insomma, la LIPS deve mutare. E ci stiamo lavorando, stiamo cercando di migliorare. E raccogliamo volentieri suggerimenti!

Anzi, vorrei chiudere con un appello: fateci sapere come vorreste che fosse la LIPS. E poi facciamocela diventare, lavorando insieme!