Notizia

Intervista a Davide Albanese aka Voltus 273

Davide Albanese nasce ma non prospera presso la provincia di Varese. Ha pubblicato a suo nome la silloge Argot diossina (Italic Pequod, 2017) e diversi progetti rap con lo street name Voltus 273, precedentemente Cesare Voltus (vincitore dell’edizione 2015 del Premio Dubito), tra cui Tavor Posse (2012), Azzurro Nove (2017), Pinta di rosso (2025) e Giorni Felici (2026), oltre all’album Via Quarnaro (2018) assieme alla band Cellula Murnau. La sua penna oscilla sapientemente tra rap e spoken word music.

Benvenuto Davide, grazie per esser qui. Qualche mese fa dopo un lungo periodo di silenzio è uscito un tuo nuovo disco come Voltus 273, Giorni Felici, con un chiaro riferimento a Beckett. Com’è stato il tuo ritorno al microfono e alla parola performata? E com’è stato l’attraversamento degli anni precedenti di silenzio? Ripartita la fornace, hai intenzione di proseguire su altri progetti?

Grazie a te per l’attenzione. È stato un risveglio brusco, dettato prevalentemente da alcune traversie personali che hanno disciplinato i brogliacci accatastati durante il confino. Tornare in studio con un piano mi ha puntellato alla realtà mentre la scenografia intorno iniziava a trasfigurare in modo sinistro. La lavorazione del disco è stata in larga parte frustrante perché mi sono dovuto misurare con alcuni limiti dovuti all’anzianità di servizio e con l’evoluzione coeva dei “colleghi” più freschi, i quali, al di là delle infinite dissertazioni sui contenuti, hanno posto degli standard formali inediti per chi, come il sottoscritto, proveniva da un determinato canone. Negli anni dell’esilio gli oneri della vita adulta hanno assorbito una razione consistente delle risorse disponibili fra le 21 e le 23:30. In quello scampolo di tempo ho più che altro letto, studiato e conversato con la mia compagna. Mi sentivo molto appagato, pertanto con la penna si sono verificati incontri furtivi e spesso algidi. Inoltre, per quanto possa valere, ho tagliato i ponti con i microcosmi artistici ai quali mi ero affiliato e dai quali, inevitabilmente, raccoglievo degli stimoli. Riguardo al futuro dovrei pubblicare un EP rap in autunno, dopodiché vorrei concentrarmi su un concept album spoken word ma le prime bozze zoppicano un po’, vedremo.

Dopo aver cominciato col punto attuale, tornerei indietro: come hai incontrato la cultura hip-hop e quali sono stati i primi passi che hai mosso al suo interno?

Riguardo all’affiliazione la cronaca dei fatti è piuttosto convenzionale e rispecchia quella di molti coetanei avvicinatisi all’hip-hop sul finire degli anni 90: per somma sventura, in quinta elementare, l’autoradio paterna erogò 2030 degli Articolo 31. Il brano mi ossessionò e da quel battesimo accidentale venne il resto. Alle medie mi trasformai in un teppista di nicchia dedicandomi dapprima al writing e successivamente al rap. Sulla scorta dell’amore per la black music si è poi aperta una lunga parentesi ai giradischi: durante le jam presso i nefandi pub sulla Varesina improvvisavo safari pretenziosi che vagavano dal latin funk a Kool Keith. All’epoca le cavie, quando andava bene, erano mute di rappettari legnosi e ostili a tutto ciò che esondasse la diade Club Dogo-50 Cent. Ecco, forse l’unica anomalia all’interno del percorso concerne l’attrazione per i rivoli più psichedelici e sperimentali di una faccenda che per me nell’insieme è stata accademia, sanatorio e culto laico a cui rivolgersi ogni volta che la bussola impazziva.

Il tuo rap ha sempre avuto un notevole livello di complessità. Parlo da fan di (anche) questa linea di ricerca del liricismo: come ti confronti con quella linea di pensiero per la quale le barre debbano comunque mantenere un determinato livello di accessibilità e di impatto al primo colpo?

È un tema scivoloso: da ammiratore dei funamboli prediligo chi sceglie perlustrare le paludi della lingua per provare ad attingere qualche reperto dalla melma. Ciononostante diffido da chi si affanna per risultare criptico ad ogni costo, ovvero dell’onanismo pseudo o para-intellettuale applicato al rap. I saccenti li fiuti subito, generalmente non vanno oltre l’ostentazione compiaciuta di un bagaglio culturale da liceo classico: se gratti via la pellicola citazionista resta a guardarti una pochezza spesso penosa. Credo che per non morire di luoghi comuni si possa e si debba ambire a sviluppare registri “altri” senza però ignorare la genetica popolare di questa musica, la sua cifra spontanea. I dischi di Bigg Jus e Aesop Rock non sono il pollo del KFC ma a conti fatti restano cibo di strada. Vogliamo farne una questione di metodo? Nel corpo a corpo con la strofa, durante l’assemblaggio, concediamo all’orecchio destro di truccarsi da bardo ma lasciamo che il sinistro continui a incagliarsi nella spazzatura del mondo. Divagando mi chiedo inoltre perché sollazzarsi con le barre Sean Price dovrebbe vietarci di conoscere e apprezzare Killah Priest (mi scuso per gli esempi arcaici, sono figlio del mio secolo). Aggiungo un’ultima postilla: dedicarsi al genere con un approccio sperimentale, di ricerca, richiede una consapevolezza che non sboccia dall’oggi al domani, specie quando mancano i fondamentali in riferimento alla materia. Mi sembra che in alcuni casi basti un’infarinatura letteraria appena abbozzata per autoproclamarsi novelli Lautréamont del rione. Dopodiché so bene che, di fronte al panorama attuale, questa sorta di predica suoni a tratti ridicola.

Dal rap, successivamente, hai anche incontrato il mondo dello slam, della poesia e della spoken word. Com’è avvenuto? Quali sono stati gli scenari che ha aperto questo incontro? Com’è stato partecipare al Premio Dubito in una delle sue prime edizioni?

È avvenuto grazie a Davide Fant, in arte Skrim, decano dell’hip-hop saronnese. Mi convinse a salire sul palco del circolo La Scighera per disturbare gli astanti. L’esordio non fu così spiacevole, così presi a bazzicare gli slam: a volte ha funzionato, mentre in altre occasioni mi sono sentito un corpo estraneo. Ho comunque avuto modo di conoscere persone generose e diversi poeti validi. Partecipare al Dubito è stato gratificante e in un certo senso trasformativo, anche per via di altre vicende accadute in concomitanza. Ha significato soprattutto instaurare un dialogo fecondo con una comunità lontana dalle mie consuete frequentazioni.

Sono percepibili delle influenze dall’altro mondo sia quando la tua scrittura è applicata al rap che quando è invece dedicata alla poesia, tuttavia ci tieni a mantenere i due versanti distinti: quali sono per te i punti di contatto e quelli di separazione tra queste due aree?

Sono due emisferi che si compenetrano perché il serbatoio di peripezie, letture e visioni che lo alimentano è il medesimo. Vivono in case separate a causa di una legge morale interiore che non vuole rischiare di passare per un rapper poco ortodosso né per il saltimbanco “urban” della poesia amatoriale. Forse sconto un rigore eccessivo ma così facendo tengo la coscienza in ordine.

Hai recentemente anche debuttato nel mondo della prosa con un racconto horror. Quali altre parti del mondo della tua penna ti ha consentito l’esplorazione di questo linguaggio?

Sono felice che tu abbia tenuto presente un aspetto così embrionale delle mie fissazioni. Banalmente leggo molta prosa e, nello specifico, reputo il filtro dell’orrore sovrannaturale uno strumento allegorico inesorabile (inderogabile, ineluttabile se vogliamo). Se osservo l’ecosistema in cui sono installato, la condizione di chi lo abita, non riesco a trovare un dispositivo tanto efficace. Chi è che si nutriva del lavoro vivo per prosperare?