Gabriele Ratano (Garbagnate Milanese, 1999) è un attore e poeta performativo con base a Roma. Ha performato in contesti nazionali e internazionali (Danimarca, Inghilterra, Spagna, Svizzera) in collaborazione con istituzioni come l’Università di Alicante, Romaeuropa Festival, l’Istituto Italiano di Cultura di Copenaghen, l’INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica e il Goethe-Institut. vincitore del primo poetry slam under20 fatto in Italia, quest’anno ha doppiamente chiuso questo cerchio organizzando il torneo under20 e, poco tempo dopo, raggiungendo il primo posto alle nazionali di poetry slam. Lo abbiamo raggiunto per osservare assieme a lui il momento fervido che sta vivendo.
Benvenuto Gabriele, e auguri! Cominciamo dalla tua fresca vittoria alle nazionali di quest’anno: com’è stato gareggiare all’interno di quella splendida cornice che è Agrigento? Quale sensazione ti sta dando, in questi primi giorni, il portare questo titolo appena acquisito?
Ciao, ti ringrazio! Innanzitutto c’è da sottolineare che queste finali nazionali sono state anche i primi poetry slam mai fatti ad Agrigento, e una nuova città che fa questa scoperta è sempre un evento da festeggiare. Credo che la cornice del Muta Muta Festival sia stata splendida e di questo bisogna dare merito a Gloria Riggio e alle persone coinvolte nell’organizzazione che hanno creato le condizioni migliori affinché tutto questo potesse avvenire. Presentare i propri brani alla Valle dei Templi è stata un’occasione rara ed è un ricordo che conserverò stretto dietro le sopracciglia. Il titolo è sicuramente una soddisfazione, e sono grato di avere la possibilità di confrontarmi a breve con un contesto internazionale come quello di Berlino. Come per gli altri anni in cui ho partecipato, le finali LIPS sono una festa collettiva, e anche quest’anno, in cui erano presenti tanti volti per me nuovi, sono state un bel momento di incontro e scambio.
Quest’anno, qualche mese fa, ti sei anche occupato di organizzare le finali under20 di poetry slam: come sono andate? Quali hai visto essere gli effetti della poesia e della condivisione su così tante giovani penne, menti, orecchie?
È andata molto bene! Dal Trentino alla Sicilia, perlopiù dalle scuole superiori – ma anche un paio delle medie – studenti e studentesse si sono riunit e hanno preso parte a questo spettacolo collettivo che è il poetry slam. Il contesto era quello di Villa Litta a Lainate, all’interno del Festival internazionale di cortometraggi Short Out, e ho condiviso quest’esperienza con il collettivo Zenit e con Martina Lauretta come co-Emcee. Nelle parole di chi si è esibito ho visto fermento, desiderio di condivisione, e tante penne preziose che vanno coltivate e che spero di ascoltare nuovamente in futuro. A me è capitato di partecipare alle Finali Nazionali u20, nel 2016 a Monza e nel 2017 a Todi. Avevo pensato, in quest’ultima occasione, che mi avevano dato uno spazio per essere valorizzato. Lontano da casa, insieme ad altre persone che condividevano la mia passione e che non avrei conosciuto altrimenti, e che ne ero felice. Spero sia stato così anche per loro. In generale i e le giovani performer mi sono sembrat dai loro racconti genuinamente soddisfatt e felici dell’esperienza, e questo era l’obiettivo più importante da raggiungere.
Un altro mondo che ti appartiene è quello del teatro. Come ti ci sei avvicinato, e come tuttora lo stai attraversando? In che modo, se lo fai, lasci confluire la tua formazione teatrale nelle poesie che scrivi e nel come le performi?
Al mondo del teatro mi ci sono avvicinato in adolescenza. Partecipavo a un laboratorio teatrale che veniva organizzato nel mio liceo come attività dopo le lezioni. In seguito mi sono formato in un’accademia cinematografica e in un’accademia teatrale a Roma. Qui ho conosciuto le persone con cui ho fondato il collettivo teatrale Algo Ceiba, ossia Nadia Fin, Gianluca Fischetto e Francesco Savino. Attualmente stiamo lavorando a uno spettacolo di teatro documentario sul disturbo da accumulo. Sono trascorsi mesi di ricerca, di interviste, di approfondimenti intorno a una tematica poco raccontata ma piuttosto attuale. Siamo in fase di prove in sala e non vediamo l’ora di debuttare. Recentemente sono andato in scena al Piccolo Teatro di Milano con lo spettacolo Cercando Carla insieme a Filippo Capobianco, autore del testo, Martina Lauretta e Daniele Rossi, tutti con background nella slam poetry e nel campo teatrale. Quindi è tangibile, anche non solo per mia esperienza personale, il fatto che il mondo del teatro e della poesia performativa comunichino e siano linguaggi che sempre più si permeano l’un l’altro. Indubbiamente la formazione accademica mi ha permesso negli anni di sviluppare una confidenza maggiore con il palcoscenico, ma allo stesso tempo frequentare i poetry slam mi ha fatto crescere nella capacità di gestire l’utilizzo del microfono e la dinamica della voce, oltre che ad abituarmi alla presenza di un pubblico in contesti sempre differenti. Sono state di fatto delle formazioni parallele quella del percorso teatrale e quella dei variopinti palchi frequentati nel mondo dei poetry slam. Quindi nel mio caso il teatro entra a gamba tesa nella poesia, ma è vero anche il contrario. Praticare la poesia può essere anche un ottimo strumento attoriale. Ad esempio, nella costruzione di alcuni personaggi tra quelli che ho avuto modo di interpretare, come Raskolnikov in Delitto e castigo ed Egisto nell’Orestea, mi è stato utile come esercizio scrivere delle poesie come se fossero scritte da loro.
Una serie di testi che porti sono storie salentine, legate alle tue origini, per la realizzazione delle quali operi uno scavo all’interno di questa ricca cultura. Ce ne vuoi parlare un po’?
Ogni brano è nato come pezzo a sé, solo dopo qualche testo ho iniziato a capire che stavo esplorando la topografia di un territorio e che forse i pezzi formavano un puzzle, tant’è vero che poi questo corpus si è costruito uno spettacolo, Vulìa, composto però anche e soprattutto di prosa oltre che di poesia. Nù bbìsciu cchiù nnenzsi è stato il primo pezzo di questa serie. Mi pareva di aver sbloccato un livello di comunicazione differente attraverso l’utilizzo del dialetto salentino. È difficile che io parli il dialetto in una situazione di dialogo quotidiano, anche perché sono nato e cresciuto in provincia di Milano, ma i miei genitori sono salentini, e il fatto di sentirlo parlare in casa e tra tutto il resto della famiglia mi ha portato a sperimentarne l’utilizzo come veicolo poetico: restituire frammenti di storie di un luogo anche attraverso la lingua propria di quel territorio. Il tentativo, in questa serie di brani, è quello di favorire l’immersione all’interno di un paesaggio culturale e dargli vita attraverso dei personaggi, spesso anche con l’uso del discorso diretto. Alcune volte i personaggi che abitano le poesie sono persone realmente esistite, perché si tratta di fatti realmente accaduti, altre volte i testi sono legati a leggende, come nel caso di Aristula e Melisso in Kalinifta, altre volte ancora sono racconti di finzione in forma di poesia, come per Ninuzzo. Lo scavo di cui parli credo che si rifaccia innanzitutto a un legame familiare e culturale con questa terra, che si lascia cogliere tra immagini, gesti, ritualità, vizi e problemi. Le fonti su cui pongo le basi per scrivere questi testi sono racconti familiari nei casi più semplici. Altrevolte, specialmente quando tratto di leggende, fatti storici e di cronaca, cerco di fare più ricerca possibile prima di raccontarne una versione in poesia. Ad esempio nel caso di Una formica, che parla dell’esplosione di un tabacchificio nel 1960, molte informazioni riguardo la storia delle tabacchine, e anche riguardo la rassegna stampa dell’epoca, le ho ricavate dal libro Nel dominio del tabacco di Maria Concetta Cappello. C’è anche un canto popolare che si intitola Fimmene fimmene che appartiene proprio alle tabacchine e denuncia le loro condizioni lavorative. Credo che anche la musica popolare sia un importante motore da cui trarre ispirazione. Sono cresciuto ascoltando la pizzica, i Sud Sound System, il Canzoniere Grecanico Salentino: Lu rusciu de lu mare, Le radici ca tieni, Beddha ci dormi. Probabilmente queste canzoni, più o meno popolari, e tutte le altre che hanno accompagnato la mia infanzia e la mia adolescenza, hanno in qualche modo influenzato il mio modo di scrivere.
Un’altra tua attività è la fotografia, che pratichi come professione. Trovi dei parallelismi tra il catturare e descrivere attimi attraverso l’obiettivo ed il farlo attraverso la tua penna? Quanto lo sguardo fotografico contribuisce a quel che scrivi?
Dal mio punto di vista sono due pratiche strettamente connesse. Quando scrivo cerco di fotografare un momento. Quando scatto cerco di raccontare una storia. Ed entrambe le pratiche hanno il dono della sintesi. Come nella fotografia si inquadra e si mette in risalto una porzione di spazio, così è per la poesia. Ho approcciato questa disciplina con la passione per la street photography. In seguito, quando mi sono trasferito a Roma, ho iniziato a lavorare come fotografo per eventi e live show. La fotografia che ho praticato tanto durante i viaggi potrebbe avermi influenzato: scrivo molto per immagini e cerco spesso di far vedere quello che racconto. Fun fact: lavorare con la macchina fotografica è anche uno dei motivi per cui sono diventato membro del collettivo WOW – Incendi Spontanei. Infatti la mia prima collaborazione con WOW, un anno prima di entrarne a fare parte, è stata come fotografo durante i loro eventi; solo in seguito come performer.