Simone Savogin (Como, classe 1980) scrive e performa, canta – in alcuni casi la sua bio al riguardo specifica: “urla” – in band come The Fighettas, Out of date e Pakt Ljubjana e dirige doppiaggi, si applica a diverse forme di rapporto tra voce e parola. È legato a stretto filo col mondo del poetry slam italiano, nel quale costituisce un unicum: oltre ad essere stato una delle persone a fondare la LIPS è infatti l’unico ad aver vinto il titolo di campione nazionale per ben tre volte di seguito, dal 2015 al 2017, nelle finali di Ancona, Genova e Monza. Oltre che sui palchi, all’interno di diversi spettacoli, le sue parole hanno anche trovato casa in Haikoodle (2016), Come farfalla (2018), Scriverò finchè avrò voce (2019) e SP/LIT (con Davide Passoni, 2024). Ah, ed è anche la voce del corso ministeriale per ottenere l’idoneità all’utilizzo dei carrelli elevatori.
Buondì Simone, benvenuto e grazie. Dunque, il tuo transito nel mondo dello slam italiano ha la sua importanza, ma come è cominciato tutto? Come ti sei avvicinato e come sono stati i tuoi primi anni di slam?
Ciao e grazie mille di spazio, opportunità e per l’impegno che metti nel portare avanti questo progetto. Potrei partire col raccontare del tizio che saliva sul treno e si sedeva vicino a me, che poi ho scoperto essere un editore, che poi m’ha chiesto di fare uno slam perché gli avevano chiesto di organizzarne uno, e che poi si scopriva che il “gli avevano chiesto” era in realtà Lello Voce, e che io nel 2005 non sapevo cosa fosse uno slam, ma ho aiutato questo amico perché mi diceva “tu suoni, stai già su di un palco, le persone che trovo non vogliono andare sul palco a leggere”, e quindi ho iniziato a caso… potrei… ma visto che m’hai dato carta bianca vorrei invece analizzare la mia prima frase, l’urgenza che mi viene di ringraziare, che spesso viene presa per piaggeria o esagerazione.
Ora: ti è mai capitato di parlare con qualcuno?! Hai mai notato come ci sia una sorta di trapezio (ché spesso è un triangolo), nell’ascolto attivo e reale delle persone?! Nel senso, se mettiamo sull’asse delle X la profondità del rapporto tra due persone

e sull’asse delle Y l’attenzione che presta quando parli,

noteremo che la tendenza media è che se una persona non ti conosce ti risponde quel che vuole, o peggio, quel che ha già in mente di dirti, senza troppo ascoltarti. Questo non permetterà di raggiungere una degna profondità.

Quando invece entra in gioco la volontà, la voglia di conoscerti, questa linea risulta molto più ripida, e compie un’impennata rapida, una sorta d’innamoramento, che non è altro che la massima voglia di conoscerti e goderti.

Una volta raggiunto l’apice, l’equilibrio sul precipizio è davvero instabile e difficile. Serve un infinito sforzo di rinnovamento da parte tua e un’apertura e disillusione totali da parte dell’altra persona, perché questo apice si rinnovi il più a lungo possibile.

Ma la maggior parte delle volte crolla (son pessimista?! Boh, credo sempre di essere realista, ma se salvarmi dalla disperazione avendo coscienza che la disperazione sia più che plausibile è pessimista, allora son pessimista),

e quando crolla si finisce nella zona in cui la persona con cui parli torna a dirti tutto quello che pensa senza ascoltarti, perché crede di valere di più e di conoscerti perfettamente e che tu non possa più sorprenderla ma, soprattutto, torna a pensare di meritare ben più di te e di dover cercare altrove chi accenda la curiosità. Siamo l’intrattenimento altrui.
Ecco… perché ho detto ‘sta cazzata?! Perché sono pienamente convinto che i rapporti interpersonali e il mondo andrebbero un po’ meglio se si partisse dal presupposto che nessuno ci deve un bel niente, soprattutto intrattenimento. Se prendiamo il caso dello slam, la cosa bellissima che permette (o illude di fare) è che le persone che ti ascoltano e guardano mentre sei sul palco, ti stanno già regalando attenzione, tempo, voglia… quindi salgono la prima retta molto in fretta, o pensano sia così (e qui entra in gioco quello che secondo me è la parte più importante dello slam, ovvero l’apertura onesta dell’essere sé… ché se menti o fingi, mentre fai slam, mi spiace proprio). E non importa dove vada a finire la retta, ora, se rimanga in alto o crolli, questo è già il futuro, a me interessa l’ora (che poi non è altro che il futuro che volevo e il passato che spero). Ecco, se io, persona che non merita nulla, esattamente come tutte quelle che assistono allo slam, ricevo tutta questa esplosione di attenzionetempovoglia, come posso non essere grato?! Intendo, non è una gara a chi pigli di più o a chi meriti di più, ma esattamente come il pubblico può essere grato per ciò che riceve non è mica scontato e poco, il ricevere tutta questa attenzionetempovoglia. Anzi, è proprio tutto ciò che ci piace dell’innamoramento, quando lo riceviamo. Che almeno si ringrazi se qualcuno s’innamora di noi, no?! Ecco, i miei primi anni di slam sono ancora questi, non riesco a smettere d’innamorarmici, non riesco a smettere di essere grato e spero ancora di accendere l’attenzionetempovoglia di qualcuno.
Sia precedentemente allo slam che tuttora, tra le attività in cui metti in gioco la tua voce c’è anche quella del canto, spesso visitando tecniche estreme. Esiste un dialogo tra il tuo cantare in band ed il tuo performare altri testi a voce nuda?
Ho iniziato lo slam proprio perché urlavo già in una band reggaemetalcore: come detto, il buon tizio sul treno che m’invitò al mio primo slam sapeva di questa mia cosa e mi invitò proprio perché già non m’imbarazzavo a stare sul palco (o quasi). La prima cosa che ho pensato quando son salito a dire la roba che avevo (che era l’unica, mica avevo capito che ne sarebbe servita più di una, di “poesia”) è stata che se avevo superato l’ansia di sbagliare nei concerti, facendone tanti e capendo che anche gli errori erano parte dello spettacolo e la gente avrebbe potuto apprezzare o meno, ma sarebbe stato comunque onesto e quindi “giusto così”; lì ero solo. Non avevo più il cuscinetto e il supporto delle altre persone della band. Questo è il più grande paragone o punto di contatto che ho notato tra i due mondi, ma visto che non ho mai “scritto per lo slam” o “scritto per la musica”, visto che non ho mai premeditato l’urgenza, uno dei pochi altri momenti di dialogo tra il cantare e il fare slam che ho notato è quando ho provato a portare canzoni agli slam e a mettere in musica testi che ho sempre fatto agli slam. E tu ti dirai: ma non è, in fondo, lo stesso punto?! Non hai cominciato proprio facendo questo?! E io ti risponderò: sì, hai ragione, son pirla, ma è che nella mia testa mi parevano due cose distinte… provo a spiegare perché. Ho iniziato, sì, con una canzone portata a uno slam come fosse un testo senza musica, ma sarà stato l’impatto, sarà stato che son pirla, sarà stato che mi son sentito di dovermi impegnare per tentare d’imparare e far meglio la cosa dello slam E la cosa della musica, come fossero due mondi diversi (cosa che mi è sempre capitata, ma non ho mai incentivato o capito perché fosse così… amiche e amici della musica non venivano agli slam, amiche e amici dello slam non venivano ai concerti… perché?! Boh… ma mi dava la sensazione che fossero due cose diverse), ma comunque la cosa di usare testi di canzoni per lo slam l’ho fatta poche volte (“troppo” poche?! Non so, non credo, forse no… direi che va bene così, in fondo). So che negli anni, però, questa distinzione s’è andata smussando, sia per cose come le finali a Genova, in cui ho portato Bye my friend e nessuno mi toglierà mai da sottopelle la sensazione liberatoria, straziante e densa da esplodere, di cantare a voce nuda ESATTAMENTE con la stessa urgenza di quando quel testo è nato nella mia soffitta (auguro a chiunque di poter vivere così intense certe cose); sia per cose come la semplice “stanchezza” della vita che procede e smussa i limiti e confonde le acque e fa quella cosa naturale dell’entropia. Quindi, per rispondere alla tua domanda (“Finalmente! Cazzarola”), esiste un dialogo, non lo mantengo sempre attivo, è bello quando capita, a volte è giusto che non avvenga, ma esiste… un po’ come in tutto, se vogliamo. Unire i puntini è l’unica splendida forza che abbiamo per rallentare o accelerare, appunto, l’entropia.
Arriviamo al momento in cui, assodato che stessi vincendo abbondantemente nella “gara” dello slam, hai deciso di disinnescarti un po’ da questo tuo ritrovarti costantemente vincitore. Quali sono stati i pensieri che ti hanno portato a questo?
Oooh, finalmente posso rispondere a sta cosa… eheh
La verità è che mi sono rotto il ca**o.
ahah
No, scherzo… ma un fondo di verità c’è.
Il mahatma Mercadini ha aiutato forte a diffondere questa leggenda che io abbia smesso perché non ci fosse più partita, mi ricordo quando in un’aula magna verso Varese stavo parlandogli prima del suo spettacolo e lui mi chiede: “Ma tu hai smesso?” e io: “Ma no, è solo che ho rotto le palle ed è giusto che mi tiri indietro”, penso di aver aggiunto anche “e poi non ho più pezzi, ché mi fanno tendenzialmente un po’ schifo” ma lui era già partito con quella cosa che poi ha detto, quella del tennis che non vado a riascoltarla che m’imbarazzo ogni volta e piango, dannato lui (e non m’imbarazza la cosa del tennis, ma tutto il resto del discorso, ovviamente). E quindi non è che ho smesso per manifesta superiorità o spocchia, è che proprio non ho smesso. Anzi, non ho proprio mai cambiato il modo di farli. Come ho detto della mia prima volta, la fortuna di avere una persona che m’invita al mio primo slam, io poi questa fortuna ho avuto la fortuna di averla ancora e ancora, sempre. Lo dico spesso e pare spocchia anche questa, ma non è che realtà oggettiva: penso che le volte in cui ho chiesto di partecipare a uno slam, nella mia vita, stiano in una mano. Tutte le altre volte ho sempre avuto l’immensa fortuna di avere qualcuno che mi chiedesse di partecipare. E infatti dopo le vittorie mi chiedevano di andare più come ospite che come partecipante, quindi ho partecipato di meno… e mi è molto piaciuto. E ora comunque continuo così, e mi piace molto. Vorrei iniziare un discorsone psicologico sulla mia incurabile incapacità di prendere decisioni che mi porta a vivere la vita come viene senza mai mettere un po’ di volontà (che non significa passione, ma questo è un altro discorsone psicologico-sociologico che mi piacerebbe affrontare ma non qui… se volete troviamoci e facciamolo, io ci sono), ma forse ti ho già fatto perdere molto più della metà di lettrici e lettori, quindi evitiamo. Facciamo che più fattori hanno contribuito al portarmi a fare cose diverse, ad avere meno opportunità per fare slam “competitivi”, a “suicidarmi” con più gusto, e che quindi ho disinnescato facilmente il meccanismo (che ho sempre detestato (uuuh! Ecco un altro bel pozzo senza fondo di discussione psicologica: “quanto ha influito sul tuo odio verso la competizione in ogni sua forma, l’avere una famiglia come la tua?!”; se abbiamo qualche mesetto, vorrei esporre brevemente la mia tesi…)) della gara.
Sei stato protagonista anche di un altro momento notevole per l’espandersi dello slam in Italia, mi riferisco alla tua partecipazione ad Italia’s Got Talent. Com’è nata questa iniziativa, e come hai vissuto questo attraversamento?
Oooh, grazie per darmi altro spazio per chiarire come siano andate realmente le cose. Ero in sala di doppiaggio a dirigere un videogioco che penso fosse Fable 3 (se non lo era mi piace pensare lo fosse perché mi ricordo che c’erano un sacco di turni in cui la gente doveva imitare le galline e dire cose assurde), mi suona il telefono e chiedo pausa per rispondere. Esco in corridoio e sento: “Ciao, sono Matteo di *casa di produzione*, ti chiamo per il tuo provino a Italia’s Got Talent…” e dopo l’imbarazzo e la confusione e l’incomprensione mi riconnetto al cervello per capire cosa mi stia dicendo e lo fermo come un qualsiasi call center: “no, no, guarda, grazie, ma non m’interessa” e lui altrettanto confuso si blocca e mi riesce a far promettere di pensarci un po’ su (che in realtà si stava chiedendo: “ma che cacchio s’è iscritto a fare, se poi non vuol venire?!”). Mentre pigio il pulsante per chiudere la chiamata con Matteo (che ringrazio e saluto e abbraccio), mi appare sul display che mi sta chiamando Sergio Garau, l’allora presidente della LIPS, e io che penso di avere ricevuto quella e forse una sola altra chiamata, mai, da Sergio Garau (la seconda in un aeroporto mentre andavo in Brasile e lui voleva chiedermi se potesse venire un po’ con noi in Sud America, insomma sempre telefonate interessanti con Garau, le consiglio), rispondo e sto per dirgli: “oh, non sai a chi ho appena riattaccato in faccia!” quando lui nel suo sospiro strascicato del dirmi una cosa di tutti i giorni mi dice: “guarda che ti chiameranno quelli di Italia’s Got Talent perché ti abbiamo iscritto per far conoscere lo slam… devi solo dirgli di sì e capire quando devi fare il provino”, “ok… mi sa che devo pensarci un po’ su” rispondo un po’ stranito e rido imbarazzato perché non so veramente che fare, ma se serve, ci mancherebbe, mi sa che lo faccio. Ok Sergio, vedo di pensarci in fretta. Mentre pigio il pulsante per chiudere la chiamata con Garau (che ringrazio e saluto e abbraccio) mi appare sul display che mi sta chiamando Paolo Agrati, l’allora vice-presidente della LIPS, e io che penso di avere ricevuto mille chiamate da Paolo Agrati e penso non ce ne sia stata mezza in cui non si sia riso bello forte e piacevole (le consiglio) comincio a pensare: “che voglia dirmi anche lui…”
“Oh, ti abbiamo iscritto a Italia’s Got Talent, se ti chiamano vacci!”
E quindi ok, tutte le possibili remore e difese si sono sfaldate in un secondo e ho richiamato Matteo (che ringrazio e saluto e abbraccio) e gli ho chiesto quando e dove dovessi farmi trovare per il provino. E poi tutto il resto è andato che non m’aspettavo ci fosse così tanta attenzione e cura, pensavo che la tv fosse un tritacarne generico e generalista che non tenesse alle persone che sfruttava, invece no, m’hanno messo a mio agio in ogni possibile modo e situazione, m’hanno fatto fare quel che volevo e mi hanno aiutato a farlo al meglio per il mezzo che era la tv (che anche il pezzo sulla guerra, non me l’hanno censurato… non ho tolto “stai zitta, pu**ana” perché non si fa, in tv (cavolo, avevo davanti la Maionchi che la prima cosa che m’ha detto è “non si capisce un ca**o di quello che dici”) ma perché mentre la provavo davanti agli autori uno di loro è salito sul palco e mi ha spiegato in 5 secondi tutta la teoria del mezzo televisivo, che io ci sono rimasto e ho capito chiaro e semplice che se avessi detto quella parolaccia una grandissima parte del pubblico da casa si sarebbe fermato a quella parola, si sarebbe indignato, si sarebbe sorpreso, avrebbe staccato l’attenzione e non avrebbe ascoltato il resto, “e invece, come credo voglia anche tu, anche noi autori vorremmo che si sentisse quel che hai da dire dopo”… ecco, è andata così, circa l’opposto della censura). Insomma, so che è banale e lo dico sempre, ma io quella cosa lì l’ho vissuta che avevo vinto già la prima volta che son salito sul palco. La LIPS ha pensato fosse il mezzo migliore per arrivare a più gente possibile, io non ho sbagliato e son riuscito a respirare fino alla fine del primo pezzo… basta, avevamo già vinto. Punto. Poi il resto delle cose in tv non è valso i messaggi di un po’ di tredicenni che mi hanno scritto “mi hai fatto venire voglia di leggere!”, che è tipo la cosa che, dopo Mary & Max (il mio film preferito), non c’è volta che non mi faccia piangere a pensarci. Cazzarola, anche stavolta è finita che m’è capitata e non c’ho messo volontà propria… oltre che spocchioso, una fortuna sfacciata… brutto str*nzo!
È ritornato in attività da qualche mese Questo non è un podcast, il tuo podcast dedicato al mondo slam. Da dove è nato il desiderio di sondare questo mondo anche con questo tramite? Oltretutto: salvo Passonate, probabilmente col tempo l’ultimo ospite mancante al tuo podcast rischierà di esser proprio te, quindi potrei chiederti di recitarci la tua poesia preferita e quella schiferita – e, se vuoi, anche un testo altrui?
Certo, puoi chiederlo.
Grazie. Dunque, che sia nei reading in combo con Paolo Agrati, nelle tue Letture Notturne o lavorando come direttore di doppiaggio, spesso ti incontri anche con la messa in voce di testi altrui. Come ti trovi in questa dimensione? Cosa regala a una voce, secondo te, il potersi confrontare con percorsi pensati da altre penne?
Scusa se parto da un po’ prima, ma penso che possa aiutare a capire quanto lento io sia e quanto abbia sempre dovuto convivere con questa lentezza, mio malgrado (e come sempre la fortuna ha voluto che non sempre facesse male alle persone… quindi sempre grato alla fortuna). Io dopo le superiori volevo fare l’attore. Da piccolo volevo fare l’astronave, perché non mi ricordavo mai quale delle due parole fosse riferita alla professione e quale al mezzo e sceglievo sempre quella sbagliata. Ma poi son cresciuto e ho visto un sacco di film, e dopo aver visto un sacco di film, ma davvero un sacco, ho notato che le parole che uscivano da certe bocche non erano proprio proprio in sincrono con le bocche di chi le recitava. E così ho collegato che forse Robert de Niro non aveva una voce davvero davvero simile ad Al Pacino, cavolo, oh, ti giuro, parevano la stessa voce. E quindi quando ho capito che esisteva il doppiaggio a me un pochino è venuta voglia di fare il doppiatore. Ma intanto avevo anche scoperto che la cosa che m’era sempre piaciuta un sacco, la musica, mi sarebbe potuta servire per tagliare fuori il mondo, ché quando ascoltavo la musica avevo la scusa per non dover rispondere a chi mi ponesse delle domande… anzi, quando suonavo nessuno s’azzardava a dirmi proprio nulla, e quindi ho pensato di fare il musicista ma ho imparato presto che non ero troppo portato. Ma poi mi è venuta fortissimamente a noia la cosa dello studiare e ho deciso che volevo fare l’attore, che magari sarebbe stato un pochino un modo per avvicinarmi a quella cosa del doppiaggio che mi piaceva tanto da medio-piccolo (l’ho detto che ci metto tanto a capire le cose). Allora durante gli esami di maturità strappo un manifesto dalla bacheca della scuola e chiamo il numero di telefono che c’era su, per fare un provino alla scuola del Piccolo teatro di Milano. Penso di aver pensato anche un po’: “almeno a casa non mi rompono che non ho prospettive, fino a settembre potrei “essere impegnato” a prepararmi per il provino”. E così (non) è stato. Nel senso che non mi son proprio preparato, ma la cosa ha funzionato. Sono andato con la mia migliore amica a fare il provino ed è andato bene, poi ne ho fatto un altro ed è andato bene, poi ne ho fatto uno davanti a Ronconi e mi hanno detto che no, dai, meglio lasciar perdere. E lì oltre a imparare bene, finalmente, che le speranze sono l’esatto motivo per cui ci si fa del male, ho anche sentito perfettamente quanto valesse il modo di dire di mia nonna: “La mano timorosa fa la piaga cancrenosa”; perché a teatro mi dicono di lasciar perdere, poi però, visto che era il Piccolo, hanno anche questa cosa formale di confermartelo per iscritto, quindi mi hanno mandato una lettera. Una mattina presto, io ero a letto, e mia mamma mi sveglia bussando e urlando che mi hanno preso al Piccolo! Io, che non sono la persona più mattiniera e sveglia del mondo, le dico che no, non è possibile, non mi hanno preso, me l’hanno pure detto. Ma lei insiste che devo aprire la lettera, se l’hanno scritta, sarà perché mi hanno presto! E invece no, era proprio la conferma che no. E io piango un po’, sia per la conferma, certo, ma anche un bel po’ per il rapporto non proprio idilliaco che ho sempre avuto coi miei genitori (oh, se volete, torno a offrire di parlarne serenamente per qualche mese). Ma comunque, visto che son lento e ho bisogno di sbatterci la testa più volte sulle cose prima di capirle, alla fine per vie traverse, dopo anni, ho deciso che un corso di doppiaggio mi sarebbe piaciuto come primo approccio alla recitazione dopo il rifiuto categorico che avevo alzato da quella mattina. E quindi ho fatto il corso e ho incontrato un sacco di persone belle, sono entrato in sala di doppiaggio e mi sono innamorato forte e poi ho fatto esercizi e imparato un po’ di dizione e un po’ di recitazione e un po’ di cose e tutto bello, fino all’esame finale, che faccio la scena che avevamo da fare e il direttore del doppiaggio mi dà il certificato di partecipazione al corso dicendomi, ovviamente: “no, dai, fai altro”. E sarà che ormai avevo imparato, sarà che lo slam mi aveva fatto capire ancora meglio che il mio vero amore, insieme al suono, sono le parole, io c’avevo pronta già la corazza del dire che tanto a me sarebbe piaciuto davvero di più fare l’adattatore (che è quello che prende la traduzione di chi traduce i copioni, la recita sul recitato originale e la riscrive per “farcela stare” in italiano così che attrici e attori possano non pensare a lunghezze e sporcature e diano il meglio nella recitazione), quindi boh, non l’ho presa così male. Poi due amici dell’università mi sentono che parlo di doppiaggio e mi dicono che loro sono finiti a lavorare in uno studio di doppiaggio di videogiochi, e io, che le cose le capisco sempre dopo, chiedo di fare un provino come attore. Anche lì mi dicono che “boh, forse no… ma se voglio, cercavano proprio degli adattatori da inserire poi come direttori di doppiaggio”. E allora lì, finalmente, mi accorgo che quei diavolo di puntini erano lì da eoni davanti ai miei occhi ed erano già uniti, ma dovevo solo accorgermente, e quindi comincio questa bellissima cosa del doppiaggio. E grazie al lavoro, che non è mai stato un lavoro, imparo sfumature e trucchi e rinnovo l’ammirazione per la bellezza e l’arte e capisco sempre di più che ogni voce, ogni persona che ha dentro quella voce, può rendere completamente differente e proprio un qualsiasi testo. Un sacco di volte se si sente qualcosa di scritto da sé dettalettarecitata da un’altra persona finisce che s’impara qualcosa che non si sapeva su ciò che si aveva scritto e sentito. Penso spesso che una persona che scrive non possa prescindere dal sentire il suono delle parole che giustappone (poi mi perdo a pensare a come debba essere per le persone sorde e mi viene voglia di andare a chiederlo, ma poi mi vergogno e non lo chiedo, dovrei proprio chiedere ad Antigone di chiederlo), quindi spesso mi chiedo come sia possibile che certe autrici o autori non sappiano leggere bene, in pubblico, quello che scrivono. Ma poi son lento, mi ricordo che non è poi che siano proprio la stessa cosa, lo scrivere e il dire, e quindi è lì che si attacca il bello delle possibilità. Che secondo me il bello delle possibilità è che regalano sorprese, e le sorprese sono la fonte prima di gioia pura. E poi c’è anche il lato di te, lettore, che quando non sai come sia stata pensata o cosa abbia creato il momento della scrittura, ti mastichi nel cuoreanimacervello le parole di qualcuno e pensi che per forza debba averle pensate così, e quindi ti dai il là alle corde interne e poi le lasci pizzicare dalle mani sapienti di chi ha scritto e, boia, quando le dici ad alta voce, le parole di qualcun altro, sono sue le mani, ma sono tue le corde, e quindi, cavolo, è lo stesso accordo, ma tutto un altro strumento. E quindi, ecco, è più o meno così che, secondo me, funziona.
Detto ciò, so che ci sono dei nuovi progetti in cui sei coinvolto: quali sono le novità, Simone?
Il primo moto è di rispondere: “ma certo, ovvio!”, perché mi sembra più che vitale e naturale che ci siano sempre cose nuove da fare o da pensare, ma dopo tutte ste risposte pallose e contorte e pompose e, spero si senta, dirette, non posso che pensare che no, diavolo, non è mica ovvio. Intendo, è una cavolo di fortuna che vengano nuove idee, che ci siano nuove occasioni di fare, che ci siano progetti da portare avanti. Quindi ecco, è una cavolo di fortuna, non un’ovvietà, che io abbia ancora la possibilità: di mettermi a fare cose perché lo slam nel mondo sia più conosciuto e accolto e seguito (partecipo alla costruzione di piattaforme, a un po’ di riunioni, scrivo e dico la mia); di avere una certa voce per dire che il denaro è il cazzo di male dell’umano e che le cazzo di guerre sono il più becero e infimo modo di far valere i propri istinti sulle persone più deboli, innocenti e con meno potere; di avere amiche e amici che mi vogliono bene e di non fare mai abbastanza per dimostrare quanto io ricambi e sia grato per tutto; di avere tempo e salute per potermi permettere di scrivere e dire e registrare e fare cose (tipo che delle apicoltrici e degli apicoltori mi hanno proposto di fare uno spettacolo sulle api, e io ne ho scritto uno sul capitalismo spiegato con le api, e m’hanno detto che sono un po’ stronzo e che ho scritto qualche cavolata, ma adesso ci rimetto mano insieme a loro e tolgo le parti sbagliate e metto qualche altra cosina necessaria e poi è pronto per chiunque volesse uno spettacolo sulle parole, sull’anarchia e sull’attenzione selettiva… ah, e anche sulle api). Insomma, per rispondere a questa e alla domanda che ho bellamente saltato solo per “fare la battuta”: i progetti sono per fortuna tanti, Questo non è un podcast è uno di questi perché penso che avere il privilegio di sondare il mondo sia una fortuna sfacciata da dover cogliere. Se si ha un privilegio darlo per scontato è il peggior crimine, ma sfruttarlo per tentare di darlo a più persone possibili penso sia l’azione meno peggiore che si possa fare, quindi ecco… ho avuto la fortuna che lo slam mi abbia dato voce, vorrei poterla dare a più persone possibili; ho avuto la fortuna che le cose che ho fatto mi abbiano portato un megafono più ampio rispetto a quello che potrebbero avere altre persone, vorrei poterlo far sfruttare a più persone possibili. Questo è quello che Questo (scusa, volevo tanto fare sto gioco) non è un podcast fa, una cosa simile a quella che fai tu, ma esattamente come il podcast tenta di fare domande “personalizzate” per far venir fuori la specifica particolarità di ogni persona, anche la tua domanda è un po’ scomoda… ci hai spoilerato una puntata! Ci sarà, ci sarà la puntata in cui qualcuno m’intervisterà e farò quei pezzi, quindi, scusa, ma non mi è permesso giocare qui a quel gioco…
MA!
Dato che ho il gene depressivo e sono tra quelle persone che detesta ogni cosa di sé (e non per farsi dire “no, poverino, non è vero”), sono certo che nella puntata in cui dovrò scegliere la mia mia poesia schiferita avrò l’imbarazzo della scelta, quindi eccomi qui a portare uno dei “progetti” che non penso realizzerò mai perché mi fanno venire il “mavaaccagare te e le idee che ti vengono”. L’idea viene dal fatto che ho sempre un moto verso il poco, una necessità di saper esprimere con niente un sacco di cose. E mi viene sempre in mente Mattina. Anche perché, è più o meno sempre in quel momento, che mi vengono le cose piccole. E questo s’unisce al fatto che la mattina si ha la voce della mattina, che dice qualcosa in più, esattamente come gli occhi, che sembra vedano più di quello che c’è. Ecco, l’unione di queste idee m’ha portato a pensare che avrei potuto registrare cose brevi, filmare fermo dei momenti, e appiccicare le due cose, per vedere cosa ne venisse. Il fatto è che, esattamente come un sacco di bambine e bambini che c’hanno la sincerità dell’essere scevre e scevri dalle sovrastrutture, quando ti sentono declamare Mattina tutto intenso ti guardano, ridono e pensano tu sia un matto che in quattro parole… l’universo; ecco, come loro, io, con me. Quindi finisce che le lascio lì, le cose, non ci appiccico neanche i video (anche perché è un’idea rubata a quel mahatma di Mehdi Krueger), e penso sia meglio lasciarle lì… anzi, visto che, appunto, non penso che in puntata ci sarà lo spazio per metterle tutte, le schiferite, facciamo che le lascio qui:
Mi sento sempre un coglione a risentire come in certi momenti io ci creda quasi, che le cose che faccio possano valere.