Interviste

Intervista a Max Ponte

Max Ponte (Asti, classe 1977) è poeta, narratore, ricercatore e attivista culturale, ha studiato a Torino dove si è laureato in filosofia e nel 2014 ha conseguito un Master 2 all’Université Paris Nanterre con un mémoire dedicato al poetry slam italiano. Ha pubblicato raccolte poetiche come Eyeliner (Bastogi, 2010), Ad ogni naufragio sarò con te (La strada per Babilonia, 2020) e Il mio paese è una stella (Letteratura Alternativa, 2024), saggi come Potere Futurista (StreetLib/Narcissus, 2015) e lavori di prosa come il recente La rivoluzione poetica degli animali (Buendia Books, 2025, scritto assieme a Valeria Bianchi Mian). Nel 2019 cura con Andrea Laiolo la riedizione dell’opera alfieriana La virtù sconosciuta (Paginauno) ed è possibile trovare sue poesie, racconti e interventi critici in molte pubblicazioni. Alcune sue poesie sono anche state tradotte in francese, spagnolo e rumeno.

Grazie Max, e benvenuto. Il tuo percorso nella parola è già lungo, quindi comincerei proprio dagli inizi: quali sono stati i tuoi primi passi dentro la scrittura? E in quale momento è cominciato il tuo interesse nei confronti della parola performata?

Grazie a te per avermi accolto nella tua rubrica. I miei primi passi nella scrittura vengono mossi alle scuole elementari di Villanova D’Asti e in particolar modo alla Festa degli Alberi dove i bambini venivano invitati a scrivere una poesia e a leggerla al microfono. Ebbi la fortuna di avere una maestra illuminata, la maestra Silvana, che aveva ed ha la passione per la poesia. L’interesse maturo per la poesia performata nacque nei primi anni dell’università, nell’amianto di Palazzo Nuovo, come reazione a lezioni frontali che non lasciavano spazio alla nostra creatività e alla nostra sete di una conoscenza altra. Iniziai ad appassionarmi alle avanguardie storiche e in particolare al futurismo che mi trasmise molta energia e poi lasciai scorrere tutto il resto, il gruppo sparajurij, la scoperta delle neoavanguardie e della poesia contemporanea, gli incontri come quelli con Arrigo Lora Totino e Nanni Balestrini, le passioni, la meraviglia della performance, del suono, dell’arte contemporanea che avevo incominciato a frequentare lavorando nei musei. Un flusso, uno slancio vitale, per dirla alla Bergson, attraverso le parole.

Un nome a cui sei legato e a cui hai fatto accenno è quello degli sparajurij, realtà collettiva che ha esplorato per diversi anni la parola. Com’è nato questo progetto? Quali sono i tuoi ricordi più cari di quell’esperienza?

Il gruppo sparajurij (da una canzone dei CCCP) fu un’esperienza eccezionale di laboratorio di scrittura poetica, di sperimentazione, di gruppo che raccoglieva istanze neoavanguardiste. Tanti sono i ricordi cari nelle giornate a Palazzo Nuovo, a Torino. Il laboratorio nacque prima dell’anno 2000 come incontro informale del giovedì dello Spazio Invisibili al primo piano, un’aula vetrata che assomigliava ad un acquario e che era uno spazio di autogestione studentesca concesso alle associazioni. Tutti potevano partecipare e potenzialmente tutti potevano diventare sparajurij. Eravamo un micro-movimento letterario interno alle facoltà umanistiche, il nostro divorzio dalla politica parlamentare ed extraparlamentare era maturato da tempo. Venivamo visti con diffidenza da tutti ma non ci arrendevamo e cercavamo di stare a galla nell’acquario. I nostri riferimenti erano molteplici e ognuno aveva i suoi, in questo magma si potevano trovare avanguardie e neoavanguardie, l’Internazionale Situazionista, gli Indiani Metropolitani, Marinetti, D’Annunzio, Carmelo Bene, ma in verità portavamo al laboratorio qualsiasi cosa, in pieno spirito dadaista – che Ghezzi con Blob aveva saputo rendere in tv – trasformavamo materiali pubblicitari, rubriche di giornali scandalistici, si faceva “surf sulla decadenza” reinterpretando e decostruendo continuamente la realtà, ricreando attraverso operazioni di détournement, seguendo parole ma anche suggestioni musicali e cinematografiche. Come veri militanti avevamo anche fascette distintive al braccio per gli eventi performativi con le insegne “SJ”, anche un filo inquietanti, come dovevamo essere noi infondo. Vorrei ricordare il lavoro con Claudio Panella, Francesco Ruggiero, Alessio Di Girolamo, Nero Luci, Ade Zeno, Sergio Garau, Agnese Vellar e altri. Un incontro di entusiasmi e di talenti, come dimostrano i brillanti risultati di molti autori che hanno condiviso questa esperienza. Ho seguito il progetto sparajurij con grande passione e militanza fino al 2004. Furono organizzati vari eventi (nonché azioni performative e partecipazioni a festival) e credo che ognuno abbia portato un ambito di ricerca proprio; tuttavia nutrivo la speranza il movimento si strutturasse in una sorta di micro-avanguardia organizzata (con una sorta di manifesto) ma non era possibile vista la varietà delle posizioni e dei contributi. Il testo rappresentativo di quest’esperienza rimane .noibimbiatomici, antologia uscita nel 2001 per la Celid con introduzione di Aldo Nove e ripubblicata nel 2016 da Miraggi. Una successione di prose poetiche in larga parte illeggibili se non in stato di alter/azione, ivi compreso il mio contributo che andava dal flusso di coscienza ad apparizioni di poesia visiva. Ricorderei anche l’ambizioso progetto incompiuto Villaggio Aurora che raccoglieva una serie di scritture integrate in un progetto immobiliare in cui ogni ambiente era abitato da storie e personaggi. Fra le azioni performative ricorderei invece quando al Salone del Libro andammo ad assistere ad un incontro con un poeta “laureato” e ad un certo punto, nel bel mezzo della sua coltissima allocuzione, ci alzammo e ci mettemmo a fare il trenino cantando “Brasil-Brasil” creando uno straniamento totale, il notabile la prese malissimo. Ma a dire il vero sparajurij meriterebbe un documentario.

Tu sei stato tra le persone che la LIPS l’hanno fondata. Puoi raccontare le tappe che hanno portato alla sua formazione e l’aria che si respirava ai tempi?

In questo viaggio che sopra accennavo ad un certo punto arrivò anche, attraverso il gruppo sparajurij, la novità del poetry slam che Lello Voce aveva portato in Italia. Incominciai a conoscerlo e poi più avanti a praticarlo autonomamente, e ad organizzare gare di poetry slam. Abitavo a Torino, a San Salvario (prima che scoppiasse la movida). Nel 2007 organizzai uno slam di Natale nel quartiere e ne diede la lieta novella Radio 3. Gli slam che facevo nel quartiere vedevano l’affermazione di un giovane e brillante Guido Catalano, ma tante erano le voci interessanti fra cui quella di Tommaso De Martino. Ritrovate l’intervista qui. Presi a fare slam (con Bruno Rullo ed Enrica Merlo) ai Murazzi di Torino, al Magazzino sul Po, un antico deposito delle barche. Nel 2012 la scena del Murazzi Poetry Slam divenne molto vivace e si estese ad altri locali, cercavamo di organizzare una gara ogni settimana e una certa eco fra i poeti si diffuse a livello nazionale. La finale fu vinta da Simone Torino (oggi approdato ai tipi di Einaudi). Correva il giugno del 2013 e il locale, diretto da Alessandro Gambo che teneva molto alla produzione culturale del Magazzino, aveva previsto un premio in denaro e il locale era al completo, l’emozione alle stelle. Ritrovate il libretto dell’evento qui. Ero molto entusiasta, andai a Roma a poetar sul palco della Claudia D’Angelo (pioniera dello slam a Trastevere), ma mi resi conto che un campionato italiano ancora non esisteva o non era mai decollato e non riuscivo a darmene pace. Presi il treno per Milano per parlarne direttamente con Dome Bulfaro e contattai anche Christian Sinicco. Trovai in loro la stessa urgenza, bisognava lavorare alla creazione di un campionato nazionale! Nel novembre del 2013 nacque a Trieste la LIPS grazie alla determinazione di un’intera comunità e alla benedizione di Lello Voce. In questo clima di euforia, di libertà poetica, di ambizioni personali, forse anche di velleità giovanili, di progetti culturali vagamente imprenditoriali, si sviluppò così il primo campionato. Fui eletto segretario dell’associazione e continuai a lavorare alla scena torinese e vari progetti di sviluppo dello slam. Fra questi il Primo Marzo Poetry Slam, che si tenne a Genova nel 2014, nella stanza della poesia di Palazzo Ducale, l’obiettivo mettere in luce l’apporto dei poeti italiani d’origine straniera o meglio “d’altrove”. Ritrovate il libretto dell’evento qui.

Sempre rimanendo nella storia dello slam in Italia, tu sei stato anche presente nel momento in cui dalla LIPS si è staccata una parte che poi avrebbe generato Slam Italia, realtà tuttora attiva. Come hai vissuto questo momento di scisma?

Dopo i primi mesi come segretario della LIPS la burocrazia, i confronti, quasi di natura politica, fra le varie componenti dell’associazione, mi entusiasmavano sempre meno. In seguito alla prima finale, organizzata a Monza nel 2014 e vinta da Pierluigi Lenzi, la riunione dell’associazione si mise male, le distanze che si erano create parevano incolmabili. Io, Bruno Rullo e altri soci uscimmo dalla LIPS e dopo qualche tempo nacque Slam Italia, una rete di poetry slam indipendente che esiste ancor oggi (e che è coordinata da Bruno). Slam Italia si era estesa da Torino a Milano dove aveva messo in piedi la vivace scena milanese del Navigli Poetry Slam che si teneva a Casa Merini e altre gare in giro per l’Italia. Lo “scisma” (dal papato vociano, quivi con amichevole ironia), non fu un passaggio semplice ma dopo un po’ i poeti se ne fregarono, infondo per loro contava avere delle scene in cui mettersi in gioco. Vissi in quegli anni momenti davvero felici nel mondo dello slam. Al Monferrato Poetry Slam, correva il 2014, organizzato in un paesino dell’astigiano da Slam Italia, conobbi Gian Marco Griffi (l’autore che si è fatto strada nel 2022 con Le ferrovie del Messico) che mi accolse nel caffé letterario gestito dalla zia, la gara fu vinta da Andrea Fabiani, ora presidente della LIPS, che vedete qui. Nel 2016 Slam Italia celebrò la sua prima finale nazionale a Milano che fu vinta da Giuliano Carlo De Santis. Detto questo, dopo il 2016 anche Slam Italia fece il suo tempo per me, il ritmo stava diventando troppo serrato e avevo bisogno di altre esperienze, mi proposi di continuare ad occuparmi di slam ma nelle vesti di ricercatore. Certo, con un po’ di nostalgia sicuramente.

Nel tuo esplorare le multiple potenzialità del linguaggio ti sei anche avvicinato alla poesia sonora, entrando anche in contatto con uno dei nomi più grandi del genere qui in Italia, Arrigo Lora Totino. Com’è stato il tuo percorso all’interno di questo linguaggio, e cosa ti ha dato il confronto con Totino?

Dal 2004 iniziai a frequentare poeti più “grandi” alla ricerca di stimoli, risposte e lezioni. A Torino incontrai Arrigo Lora Totino, lo contattai semplicemente col numero di telefono (fisso) dall’elenco telefonico e fu molto disponibile. Poi conobbi anche Carla Bertola e Alberto Vitacchio, che vivevano in centro. Potevano essere quasi i miei nonni dal punto di vista anagrafico. Avevo bisogno di imparare e confrontarmi con loro. Arrigo Lora Totino scrisse una nota critica alla mia prima raccolta Eyeliner che fu pubblicata nel 2010 e che trovate qui. Poi non mancai di intervistarlo nel 2010 per un programma radiofonico che facevo e che si chiamava Ondivago, ecco la chiacchierata. Paradossalmente nella città sabauda Lora Totino e soci erano ignoti ai giovani poeti e un po’ fuori dal mondo letterario. Giravano il mondo, in festival e manifestazioni (artistiche in verità più che letterarie) facendo cose eccezionali ma non erano profeti in patria. Assai professionali e un filo aristocratici, tenevano rapporti con poeti e riviste internazionali, non usavano internet e vivevano sospesi nel mondo delle ricerche poetiche (performance, poesia sonora, poesia visiva, mail art e altro). Purtroppo di queste tre figure d’eccezione conosciute a Torino rimane solo Alberto Vitacchio che custodisce altresì l’archivio della rivista Offerta Speciale, vi consiglio vivamente di contattarlo per approfondimenti! Cos’ho imparato da loro? Ho avuto la conferma che la poesia è soprattutto una relazione umana, trasversale e senza confini, e che è un lavoro serio, continuo. Un lavoro sulla parola e un cammino esistenziale allo stesso tempo. Ti aspetti che si affrontino chissà quali tecnicismi poetici quando di un poeta, invece nei discorsi emergono soprattutto le vite, gli aneddoti, le curiosità. Arrigo Lora Totino era un artista molto divertente anche nelle sue performance (si veda il dialogo che mette in scena fra due alieni), sarebbe stato molto apprezzato anche in un contesto slam. Alla sua morte, avvenuta nel 2016, è seguita la scomparsa quasi di una generazione di maestri: Nanni Balestrini, Maurizio Spatola, Carla Bertola. Quando scomparve Lora Totino scrissi Dove finiscono i poeti morti che lesse Nanni Balestrini alla Gam di Torino fra gli omaggi al poeta torinese, ritrovate la poesia qui. Come non ricordare anche Nanni Balestrini, figura centrale del Gruppo ’63 ma non solo, in una piccola mostra torinese che curai nel 2004? Nel video vedete anche una performance di Carla Bertola e Alberto Vitacchio.

Nel tuo recente La rivoluzione poetica degli animali, scritto assieme a Valeria Bianchi Mian, le specie decidono di basarsi sulla parola poetica per cambiare il mondo. In che modo credi, se lo credi, che la poesia possa ancora essere sovversiva?

La rivoluzione poetica degli animali è un racconto pubblicato da Buendia Books di Torino presentato per la prima volta al Circolo dei Lettori il 30 ottobre 2025. Ci siamo divertiti, io e Valeria Bianchi Mian, moltissimo a scriverlo intrecciando le linee narrative. I protagonisti sono alcuni animali ribelli che ad un certo punto arrivano a sfidare gli umani attraverso la poesia. Si parla anche, tra le righe, esplicitamente di poetry slam e c’è una critica nei confronti del narcisismo poetico. La poesia può essere ancora rivoluzionaria? Sicuramente, ma bisogna metterla a servizio della comunità, delle possibilità di crescita, di creazione e di lettura, far sì che attinga alle fonti più profonde del nostro essere e della coscienza collettiva. Dobbiamo rendere la poesia un fatto spirituale e allo stesso tempo politico, di canto e di rivolta. Perché la poesia è un linguaggio antico che viaggia su altre frequenze, e può arrivare più lontano di quello che pensiamo.

Attualmente stai conducendo un dottorato di ricerca proprio sul mondo del poetry slam. In che direzioni ti stai muovendo? Quali sono gli elementi che consideri fondamentali in questa tua ricerca?

Uscito dal mondo del poetry slam come poeta-performer e come organizzatore, mi sono proposto di affrontare questo fenomeno come ricercatore. Penso di aver maturato un distacco sufficiente a rileggere il poetry slam, ad analizzarlo con una lente diversa, più fredda se vogliamo e disincantata, senza però dimenticarne le potenzialità. Il progetto di ricerca è stato accolto dall’Université Paris Nanterre e una tesi dal titolo L’avventura del poetry slam in Italia nell’ambito del Crix (Centre de Recherche Italiennes), la tesi è diretta da Christophe Mileschi. Fare ricerca su un soggetto iper-contemporaneo, in continuo mutamento, non è cosa ovvia ma è avvincente. Le problematiche generali di questa tesi vanno a toccare le radici dello slam italiano, lo sviluppo, i protagonisti, le caratteristiche e le tematiche, i risultati, le generazioni che lo hanno animato dal 2001. Vorrei inoltre fornire alcune chiavi interpretative del fenomeno che oggi si incontra (e si scontra) con la civiltà dello spettacolo. Ma come ti dissi i lavori sono in corso e accolgo con piacere anche i vostri suggerimenti. Spero di poter offrire un contributo, anche piccolo, alle ricerche in corso sul poetry slam in Italia.

Infine ti ringrazio per questo spazio che mi ha permesso di rivedere e analizzare alcune esperienze vissute, colgo l’occasione per augurarvi un buon lavoro poetico!