Interviste

Intervista a Pierluigi Lenzi

Pierluigi Lenzi nasce a Bologna il 28 maggio 1979. Poeta e attivista all’interno di realtà come l’AISA e il gruppo JUMP, lavora dal 2011 nella biblioteca di Granarolo dell’Emilia e si occupa dell’organizzazione di eventi culturali. Nel ’97, ancora liceale, pubblica la raccolta Reminiscenza floreale al chiaro di luna, seguita nel 2007 da Dissolvenza, con prefazione di Rita Levi Montalcini, e successivamente da Ti aspetterò alle otto (2015) e Se solo tu mi vedessi (2018). Ha fatto parte del Gruppo 77, realtà collettiva che riunisce diverse penne gravitanti attorno la città di Bologna. Racconta di sè dicendo che nella sua vita ha sofferto tanto, ma è finalmente sereno.

Benvenuto Pierluigi, grazie per esser qui. Dunque, la scrittura ha attraversato la tua vita in molte forme: come ti ci sei avvicinato? In che modo hai capito che fosse parte di te?

Ho sempre scritto, fin da quando ne ho memoria. A voler essere pignoli, prima della scrittura, nella mia vita è entrata la lettura. Leggevo sempre. Comunque sia, tornando alla scrittura, ho capito che era parte di me perché mi veniva naturale.

Tra le tappe del tuo percorso c’è stata anche il partecipare ad un corso biennale alla torinese Scuola Holden in un periodo precedente al suo successo commerciale degli ultimi quindici anni. Com’è stato attraversare quel mondo? Secondo te, quanto della pratica dello scrivere può essere passato da un organismo strutturato come una scuola?

Ho fatto l’esame di ammissione alla Scuola Holden nel giugno 2005 e ad agosto mi hanno comunicato che ero stato scelto tra i partecipanti al master biennale 2005/2007. Mi sono trasferito a Torino con un misto di felicità e paura; a volte la felicità fa paura e non la si prende, anche quando sarebbe il momento di acchiapparla. Io ho vinto le paure e l’ho presa. E ho fatto bene perché sono stati due anni interessantissimi e arricchenti dal punto di vista umano e culturale. Per quanto io abbia un ottimo ricordo della scuola, sono pure convinto del fatto che una qualsiasi scuola può insegnarti le tecniche. Ma finisce lì. Il talento è tutta un’altra storia.

A fine dello scorso anno ha debuttato LiberAzione, spettacolo teatrale del quale hai curato il testo e nel quale sei in scena in prima persona assieme alle attrici de Il Sogno per raccontare in chiave onirica i vissuti dell’atassia, vissuti che tu vivi in prima persona. Com’è nata quest’opera, e com’è stato portarla in scena?

Inizio col dire che, in realtà, scrissi la pièce teatrale LiberAzione moltissimi anni fa, circa venti. All’epoca, poco più che ventenne e con il peso troppo gravoso di una malattia rara, stavo male dal punto di vista psicologico: avevo lasciato che la malattia stessa prendesse il sopravvento sulla mia vita e non avevo grandi speranze per il futuro. Faccio questa piccola premessa per dire che in origine LiberAzione era completamente differente dalla versione attuale: era infatti una pièce molto cupa e priva di un minimo alito di speranza che le potesse dare respiro. Del resto all’epoca il dolore mi soffocava e la scrittura riproduceva naturalmente l’asfissia provocata dal dolore. È stato solo solo dopo un lungo percorso di analisi, durato anni, che sono cambiato. È naturale che il cambiamento, qualsiasi cambiamento di vita, si rifletta anche sulla scrittura; ed è per questo che ad una maggiore consapevolezza di me stesso e delle mie possibilità, a un cambio di sguardo che mi ha portato a considerare ciò che avevo ancora rispetto a ciò che avevo perso, è conseguita una sostanziale modifica della pièce. La struttura è rimasta pressoché uguale ma è cambiato il modo di scrivere e soprattutto il messaggio finale: la malattia è accaduta e ha provocato un incendio devastante, ma da quelle ceneri è rinato qualcosa. Portare in scena la pièce è stato molto emozionante, direi catartico e liberatorio.

Un altro avvenimento nella storia del tuo scrivere è stata la partecipazione al primo torneo nazionale della LIPS, nel 2014, trovandoti infine a vincerlo. Com’è stata quest’esperienza, e com’era la scena del poetry slam allora, agli inizi della sua fase di strutturazione? Quanto ha valore per te l’atto di mettere in voce i tuoi stessi testi?

Ricordo che lessi su internet delle selezioni per il primo poetry slam nazionale. Le facevano in un bar piuttosto malfamato nel centro di Bologna, per accedere al quale c’era un enorme gradino che ho superato grazie all’aiuto di due tizi nerboruti che hanno sollevato la carrozzina elettrica su cui ero seduto. Non eravamo in molti a quella selezione, ma comunque l’ho vinta e ciò mi ha permesso di accedere alla seconda fase che, svoltasi in un centro sociale di Bologna, ho vinto, accedendo così alla finale presso il teatro Binario 7 di Monza. Quel giorno ero molto emozionato. Ricordo che eravamo in tanti, provenienti da tutte le regioni d’Italia, e ricordo che un gran numero di partecipanti declamava le proprie poesie accompagnando modulazioni della voce a movimenti scomposti del corpo. C’è da dire che la mia malattia, che mi provoca anche un tono di voce piuttosto basso e una difficoltà ad articolare perfettamente le parole, mi rendeva impossibile esibirmi in simili virtuosismi. Quando sono arrivato sul palco ho portato me stesso, la mia carrozzina e le mie parole. Senza orpelli, senza sovrastrutture. C’ero solo io, c’era solo la mia voce incerta e fiera al tempo stesso. Uno dopo l’altro ho battuto gli sfidanti in gara e alla fine ho vinto. È stato estremamente bello e soddisfacente, interpretare personalmente i miei versi è infatti un valore aggiunto per veicolare al meglio le emozioni, le mie emozioni.

Una realtà che hai seguito molto da vicino è Jump, gruppo ospitato allo storico Cassero di Bologna e col quale, fondandolo, hai voluto raccogliere e dare rappresentanza alle persone LGBT+ con disabilità. Quanto è ancora importante dare voce a queste esistenze, e in che modo pensi che i linguaggi artistici possano aiutare a portare queste istanze alle orecchie di chi ancora le tiene chiuse?

Partiamo da un fatto: la sessualità, in generale, è un tema che imbarazza. La sessualità di un disabile eterosessuale spiazza. Quella di un disabile omosessuale, poi, sconvolge. Le persone disabili non sono angeli asessuati, sono persone che possono innamorarsi e fare l’amore ma possono anche solo voler godere e fare sesso, un sesso intenso che ha la profondità di chi è sceso in se stesso. Mosso da queste convinzioni ho recentemente interpretato un cortometraggio erotico nel quale ho un rapporto sessuale con un uomo senza disabilità [ndr, il corto è intitolato Look@Me ed è diretto da Teresa Sala, si tratta a sua volta di uno spin-off di un progetto più ampio intitolato Pier]. Il cortometraggio è stato presentato al festival internazionale Gender Bender ed è la dimostrazione di quanto l’espressione artistica possa fare per veicolare messaggi scomodi e altrimenti difficili da trasmettere.