Giulia Sara Arcovito è scrittrice, poetessa e performer di stanza a Roma. Ha curato come story editor e autrice molti progetti audiovisivi tra cui l’adattamento televisivo del romanzo L’Amica Geniale (Rai-HBO) e La mafia uccide solo d’estate – la serie (Rai 1). Nel 2022 entra a far parte del collettivo artistico romano WOW – Incendi Spontanei con cui mette in scena gli spettacoli Line Up (2022) e A certain city (2023) ed è parte del progetto di videopoesia EcoRisonanze, organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura a Bruxelles in occasione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo. Inglese madrelingua, nel 2023 si esibisce a Londra all’interno del Roundhouse Poetry Festival in occasione del quarantesimo anniversario dell’agenzia di poesia performativa Apples and Snakes, di cui è ospite anche per gli eventi della successiva stagione autunnale. Ha preso parte a diverse residenze artistiche tra cui Ekphrasis (progetto di poesia e street art all’interno del festival di arti visive Ritrovarsi), Poetry For The Sky (poesia e divulgazione scientifica per l’Istituto Nazionale di Astrofisica) e Identities (poesia e live painting a cura di The Social Hub). Nel 2024 debutta con il suo primo monologo spoken word Padre, figlia e spirito critico, attualmente in tour.
Buondì Giulia, benvenuta. Dunque, il tuo sperimentarti nella scrittura e nella performance del testo comincia da molto prima del tuo arrivo nello slam italiano: quali sono state le tue prime tappe?
Ciao, e grazie per lo spazio. Inizio lanciandomi in una risposta (apparentemente) non lineare, esattamente come il percorso che mi porta qui. Inizialmente al testo performato non ci pensavo neanche lontanamente: dai nove ai ventitré anni ho studiato danza e puntavo a fare la ballerina, la mia idea di performance aveva a che fare col corpo e con un religioso silenzio che mai avrei pensato di rompere. Eppure il sottile richiamo dei quaderni a righe l’avevo sentito fin da piccolissima –ricordo che alle elementari mi davo i temi a piacere solo per il sollievo di mettere ordine nei pensieri che già erano belli ingarbugliati, dare forma al mio punto di vista sulle cose. Al liceo ho avuto la fortuna di avere un ottimo professore di italiano – attraverso lui ho scoperto il piacere perverso di scrivere pagine e pagine di analisi della poesia, una specie di coazione a guardare oltre, dietro, sopra, sotto e intorno alle parole. All’esame di maturità scelsi una traccia di saggio breve dal titolo “E’ ancora possibile la poesia nella società delle comunicazioni di massa?” e argomentai con piena convinzione che non solo fosse possibile, ma ancor più necessaria. Allora non sapevo di stare mettendo su carta una sorta di profezia che io stessa avrei contribuito ad avverare, insieme a branchi di piccoli intellettuali colorati (cit.) in cui sono tanto, tanto grata di essermi imbattuta – ma questo è successo circa quindici anni dopo. In mezzo, tutta una serie di esperienze basate sull’ avventurosa ambizione di usare la penna per garantirsi la sopravvivenza: ho iniziato come autrice per il quiz di Rai 1 L’Eredità e mentre imparavo a conoscere le logiche editoriali della TV mainstream iniziavo anche a capire che forse quello che più mi interessava era essere autrice di me stessa.
Dicevamo…la sopravvivenza. Ho fatto due anni di pratica giornalistica e tenuto una rubrica di editoriali satirici su una testata online, nel frattempo mi sono lanciata in qualche sgangherato esperimento con la stand up comedy e preso parte a un laboratorio di drammaturgia teatrale collettiva con messinscena di quattro spettacoli originali. Ho scoperto la spoken word a caso su internet, il giorno in cui l’algoritmo di YouTube mi propose una performance della poetessa spoken word americana Sarah Kay: un’eloquenza semplice che mi causava emozioni violente. Come la stand up comedy poteva sì far ridere, ma anche commuovere, pensare, stupire. Ne è seguita una mega crush digitale per artisti della scena anglosassone i cui testi ascoltavo e riascoltavo fino ad impararli a memoria, e che ancora non mi stancano: l’immens* e ineguagliabile Kae Tempest, ma anche Alysia Harris, Victoria Morgan, Hiwot Adilow… Un innamoramento segreto che non condividevo attivamente con nessuno, mi sembrava una cosa lontana, in quegli anni in Italia la scena slam stava giusto nascendo ma io non ne ero al corrente. E anche volendo. come ti dicevo, l’idea di esibirmi in sola voce continuava a sembrarmi lontanissima – o meglio, mi terrorizzava e la rifuggivo in ogni modo. Ho preso tempo frequentando il master Arti del racconto – Letteratura, cinema, televisione alla IULM di Milano – e fu proprio in quel periodo che mi iscrissi a un open mic di poesia condotto da Paolo Agrati in Santeria, per poi arrivare lì coi miei fogli stampati e l’ansia a mille e dirgli che no, non me la sentivo più di esibirmi. Lui fu fantastico, mi disse che non c’era alcun problema, mi allungò un free drink e mi invitò a mettermi comoda e godermi la serata come spettatrice. Ne abbiamo riso un paio di mesi fa, quando ho portato il mio spettacolo come sua ospite esattamente nello stesso posto.
Comunque, dopo il master finisco a lavorare per Wildside, casa di produzione cinematografica per cui ho lavorato a un sacco, veramente un sacco di progetti filmici e seriali. Non sono mancate le soddisfazioni, tra cui l’Orso d’oro come miglior serie a The Good Mothers (Disney+), basata sulla storia vera delle prime “pentite” di ‘ndrangheta. Lavorando nella fiction ho imparato tantissimo, ma l’impatto con l’industria cinematografica e i suoi lunghi e complessi processi editoriali ha risvegliato in me il bisogno di qualcosa che fosse più semplice e immediato (nel senso proprio di “senza intermediari”), totalmente indipendente, uno spazio in cui potessi essere autrice e in qualche modo anche editrice di me stessa. A quel punto non avevo più scampo: l’unica era mettersi davanti a un microfono con cose mie.
Dopo ciò, il tuo arrivo nello slam – che nel tuo caso è passato attraverso WOW – Incendi Spontanei, collettivo romano di cui ora fai parte. Com’è stata la tua esplorazione della scena italiana in questi anni, e cosa porta per te una dimensione collettiva strutturata come WOW all’interno del discorso slam?
Si, mi sono esibita per la prima volta a Roma nel 2019 a un open mic di WOW, che allora era un collettivo appena nato ma con un’identità già nettamente riconoscibile. Il clima entusiasta e accogliente mi ha convinta a fare i primi esperimenti, poi la pausa obbligatoria e il caos della pandemia, dopo cui sono tornata a esibirmi con la chiara sensazione che potesse essere tutto meno che sbagliato. Ricordo una serata di inizio estate a Sparwasser (un circolo Arci che ha ospitato gli eventi di WOW fin dagli albori), subito dopo il primo lockdown: dietro le mascherine (ok, sopra) occhi sgranati, ascolto pieno. Fame. Ho ripensato alla traccia del mio tema di maturità. E ho continuato. WOW fa questo: crea e gestisce spazi performativi/di sperimentazione da un lato e di ascolto dall’altro per dare linfa a una forma artistica che si sta formando e affermando, esattamente come fanno tutti gli altri collettivi in giro per l’Italia – l’unica differenza credo stia nel fatto che l’identità della città in cui ti trovi in qualche modo modella anche il tipo di eventi che fai. Ho esplorato a fondo la scena slam in questi anni ed è stato fondamentale, sia per testare il mio materiale in contesti e davanti a pubblici diversi che per nutrirmi artisticamente: ad ogni poetry slam in cambio di pochi minuti di performance ne ottieni il quintuplo in ascolto di tutti gli altri poeti in gara. È stato ed è bellissimo sentirsi parte di una comunità vibrante, estremamente biodiversa. Io ascolto tanto e mi lascio meravigliare, mi lascio permeare e per osmosi cresco.
In virtù del tuo bilinguismo hai potuto negli anni esplorare anche come si viva la scena spoken word nel Regno Unito. Ci sono degli aspetti di convergenza o divergenza che vorresti sottolineare tra quella scena e quella nostrana?
In UK la spoken word è un’arte supportata da cospicui fondi ministeriali. Ho visto spettacoli di poesia in posti come Roundhouse e il Southbank Centre a Londra, che è un po’ come dire il Palalottomatica o l’Auditorium Parco della Musica a Roma. Ma dietro a mega eventi come questo c’è un simile fermento, una costellazione di realtà anche minuscole che offrono spazi sia laboratoriali che performativi. Tra le differenze più tangibili, il fatto che in Inghilterra la poesia non passa praticamente mai dal format del poetry slam: oltre a un numero massiccio di spettacoli di poeti abbastanza in vista da poter essere considerati headliners di una serata con biglietto, si fanno tantissimi open mic. Il pubblico inglese è caldo, reattivo, per nulla timido. Il dialogo tra performer e platea è un canale che rimane aperto dalla prima all’ultima parola, si fa largo uso di snap, e spesso ho sentito esprimere aperto apprezzamento per specifici passaggi di testo – una volta durante una performance uno spettatore ha urlato a piena voce un “Wow! Say it again!” che personalmente ho adorato, mi sembra dia la misura di quanto possa essere potente questo rito dello scambio poetico in presentia. Molto dipende da chi e come organizza le serate: le mie preferite sono quelle dello storico collettivo Apples&Snakes, che mi ha invitata come regular ai loro open mic dopo la mia prima performance, e FloVortex, una serata in cui i poeti siedono intorno al microfono ed entrano in scena a turno senza una scaletta predefinita, semplicemente ascoltandosi e “sentendosi”. In generale la vera costante mi sembra essere il clima inclusivo, le nitide vibes di uno spazio per sua vocazione preposto all’ascolto, avvezzo al disagio, incline all’abbraccio.
Tra le attività nella tua vita che coinvolgono la scrittura c’è anche quella dello screenwriting per prodotti audiovisivi e in senso ampio del lavoro di scrittura su commissione e finalizzato a un’opera collettiva – che hai successivamente anche sperimentato con declinazioni slam in lavori residenziali come Poetry for the sky. Trovi che questo approccio alla scrittura abbia anche influenzato la tua poetica?
In termini di processo non credo che le due cose siano paragonabili, ma non sto qui a raccontarti come funziona l’audiovisivo perché non ne usciamo più. In generale penso che la poesia sia un’attitudine, uno sguardo sul mondo, un filtro che lo scrittore è chiamato ad applicare a qualunque prodotto del suo mestiere. Non credo nella mera tecnica senza quel tipo di sensibilità e mi dà gusto applicarla a qualunque cosa io scriva o di cui mi prenda cura a livello editoriale. Senza dubbio poi tutto è interconnesso: mi è capitato che dopo una performance slam qualcuno mi chiedesse se scrivo per il cinema, perché in effetti molti miei pezzi spoken word virano nettamente sullo storytelling e risentono dell’influenza di una scrittura per immagini. Ma credo che la mia poetica abbia meno a che fare con la forma e più con la sostanza, col bisogno viscerale di condividere un punto di vista sulle cose del mondo, provare ad articolare un pensiero che sfidi le opinioni comode, preconfezionate. Penso sia questo il ruolo e la responsabilità dello scrittore, o almeno, per me è così, anche quando scrivo su commissione.
Il tuo spettacolo Padre, figlia e spirito critico sta cominciando a rodarsi replica dopo replica. Come sta andando lo sperimentarti da sola sulla scena, in modalità che man mano si allontanano dal format dello slam? Ci sono sperimentazioni su cui stai concentrandoti? Ospitando lo spettacolo anche alcuni testi che porti agli slam, come te li vivi in quest’altro contesto?
Prima ancora di arrivare in scena con un’ora di monologo, la vera rivelazione è stata scriverlo: mettendo insieme il mio repertorio slam di questi anni ho capito che in questo preciso momento quello che più mi preme dire ruota intorno a un’unica grande ossessione che mi piace definire la questione del femminile: mi sembra che tutti i grandi temi del nostro un filino spaventoso presente, dal disastro geopolitico guerrafondaio alla crisi climatica passando per l’esaurimento delle risorse naturali, in fondo abbiano a che fare con l’insabbiamento di quella specifica qualità energetica. E poiché ritengo che questo sia in buona parte anche conseguenza di duemila anni di dominio culturale cattolico/patriarcale, ho strutturato lo spettacolo come fosse una messa – letteralmente una liturgia della parola. Mi dà pace provare a portare sul palco un discorso coeso, sostenuto da tanti tasselli poetici che mi sembrano ancora una volta lo strumento artistico più limpido che abbiamo per veicolare significati profondi nel modo più sintetico ed incisivo possibile. L’esigenza di una messinscena più di natura teatrale (anche se non interpreto alcun personaggio, esattamente come nello slam sono io coi miei testi e senza quarta parete) ha portato con sé la necessità di alcune piccole sperimentazioni con il suono e la musica, tra cui un pezzo in voce e beatbox con Luca Tironi del collettivo padovano Rimescolate e altre sperimentazioni musicali attualmente in progress. Nella cornice-spettacolo i testi che faccio singolarmente agli slam assumono sfumature diverse nella misura in cui assolvono a diverse funzioni narrative all’interno del racconto e la performance è più respirata, libera dal vincolo dei tre minuti richiesto dallo slam, che peraltro ho sforato e sforo spesso e volentieri, perché per citare un bellissimo pezzo della nostra Antigone (che a sua volta cita qualcun’altro che non conosco ma a cui sono grata per questa verità): “la poesia non deve vincere, deve bruciare”. Allo stesso tempo quel costante esercizio di connessione con il pubblico votante mi ha insegnato tantissimo e tra le righe di questo mio primo lavoro, in filigrana, spero si legga anche un gigantesco, profondamente sentito grazie a tutta la comunità LIPS – performer, organizzatori, autori, consimili e amici: vi voglio un grandissimo bene.
Avanti tutta!!