Interviste

Intervista a Filippo Balestra

Filippo Balestra, poeta performativo, nasce a Genova nel 1982 – si è occupato anche di editoria indipendente, teatro, ibridazione tra poesia ed altri linguaggi. Finalista del campionato LIPS nel 2015 rappresentando Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, ad oggi è coordinatore della Liguria per Genova Slam. Ha pubblicato Poesie normali (Miraggi, 2015), Guida indipendente alla città di Genova (Hoppipolla, 2018), Diario Involontario (Tic, 2022) e Troppo (Tipografia Helvetica, 2023).

Buondì Filippo, benvenuto. Partendo da pratiche e riflessioni a te affini, ti proporrei di cominciare questa intervista facendoti scrivere una risposta senza domanda, senza altro input se non queste parole.

Grazie Isidoro, che bell’inizio, è un po’ come svolgere il Tema libero, lo sceglievo felicemente alle elementari. Quando dici “queste parole” mi viene in mente una cosa che mi sta appassionando e che riguarda l’indessicalità di certe forme linguistiche, provo a spiegarla anche a me stesso, non so se ci riesco: l’indessicalità – e qui per me c’entra Peirce – è quella cosa per cui alcune parole, o enunciati, per attuare pienamente la loro funzione comunicativa, sono legate a fattori “altri” che vanno oltre al significato della parola di per sé ma sono legate alle circostanze dell’enunciazione, come ad esempio il contesto o un dito che indica che dice “guarda lì”. In effetti quando dici “queste parole” ti riferisci a quelle parole della tua frase e non ad altre parole, e fin qui tutto ok, da qui in poi parte il mio non scientifico ragionamento per il quale mi sento che abbiamo già creato un millimetricamente diverso universo parallelo tra “queste parole” là sopra e “queste parole” qua sotto e creato un nuovo ordine (nuovo ordine alfabetico? No, esagero) nel posizionamento tra le cose e le parole; a proposito di ordine passo di slancio all’espressione “ogni cosa al suo posto” per farci rendere conto che il posto – il contesto – non è mai lo stesso, ma non solo: esagerando ulteriormente mi viene da pensare che forse tutte le parole hanno un lato indessicale e quel che si dice – ma anche quel che non si dice, ahinoi – va a modificare incontrovertibilmente il contesto. Pazzesco. (poi, dunque: da sola, non esiste parola o persona) A questo possiamo aggiungere tre idee in forma di spavento che sottopongo:

l’universo è sempre parallelo

tutto è il contrario di tutto

la legge è soltanto del più forte

Grazie. Dunque, il tuo percorso poetico ti ha portato ad incontrare il palco in diverse modalità, a partire dalle tue due performance Conferenza sulla conferenza ed Esistere non basta, entrambe in qualche modo riflessioni sull’atto creativo stesso. Quali sono gli aspetti della tua ricerca che cerchi di portare dal vivo? E cosa ti affascina, nel campo del metalinguaggio?

Qui invece ci sarebbe un discorso sulla appercezione che è quasi come dire pensare al pensiero, rendersi conto di rendersi conto, parlare del parlare. È una cosa riferita a Leibniz e che mi pare di aver capito una sola volta ma che dovrei capire ancora molte volte e che non è questo il momento per stare a indagare ulteriormente e ti scrivo dunque della pallanuoto che forse non c’entra niente. Quando ero piccolo giocavo a pallanuoto e durante le partite, mentre marcavo gli avversari, provavo a convincerli di non nuotare troppo veloce e di rimanere per comodità solo in una zona della vasca. Non mi ha mai ascoltato nessuno e anzi si arrabbiavano molto, mi prendevano per scemo, e probabilmente avevano ragione loro, gli altri giocavano io rimuginavo tentavo di aggirare il mondo elaborandolo. In generale quando partecipo alle cose umane sono spesso diviso tra l’esserci immerso fino al collo e guardare da fuori, mi sento molto spettatore fino a stupirmi anche delle cose che faccio io, comprese le insensatezze o i riti, l’andare a messa e notare che è una forma di teatro, l’andare a teatro e riconoscere l’importanza liturgica del rito, ma soprattutto il parlare di parole. Le parole, e l’uso che ne facciamo, sono per me argomenti molto interessanti. E una cosa a cui pensavo l’altro giorno è che abbiamo forse abbandonato la pretesa della descrizione del reale, se così si può dire, e adesso per me è come se ci fosse venuto naturale di concentrarci sulla descrizione della descrizione, parlare di parole, appunto, pensare al pensiero, e di nuovo ecco la voragine del corto circuito, l’illogico e l’assurdo che regnano su tutto. Ecco, forse dal vivo porto questa cosa qui, perché a me piace la caduta – quando è caduta libera – e mi butto già da questa voragine che si crea, e quindi costruisco una casa, o meglio, costruisco una casa su una frana mentre la frana frana – costruisco una frana – e incespico e lascio le frasi a metà, mi piace l’estemporaneità e l’abbandono improvviso dell’oggetto sul quale si sta lavorando, senza un/una fine, passeggiare su una certa instabilità strutturale del linguaggio, ragionare sul fatto che la legge è legge perché va cambiata, e che le parole e le persone possano essere libere di non essere mai le stesse – la libertà dell’inappartenenza e del non attenersi a ciò che si rappresenta – e nemmeno le poesie scritte siano poi mai le stesse, che lo stesso testo possa essere letto e ricostruito in infiniti modi, e dell’impegnarsi per fare le frasi invece che usare frasi fatte, la conversazione come sport estremo, tutte cose così, la deconcentrazione insieme alla concentrazione, ricordarsi di combattere la memoria, costantemente, sono temi in forma di suggestione, compresa l’incoerenza e la contraddizione – in che senso? Cosa voleva dire l’autore? Perdonami Isidoro, queste risposte sono tra le più disgregate che io abbia mai scritto ma rispecchiano forse il mio modo di stare adesso al mondo, che è un modo disgregato.

Tra le tue avventure da palco, ad un certo punto è avvenuto l’incontro col poetry slam. Com’è avvenuto, e come lo hai attraversato negli anni? All’interno delle tue riflessioni circa il performare parole davanti a un pubblico, quale pensi siano, se ci sono, i sensi dello slam – sia in generale che allo stato attuale?

Eravamo nel 2013 ospiti di un piccolo festival letterario in Sardegna, Passaggi per il bosco si chiamava, e ho incontrato Sergio Garau, che si diceva poeta. Inizialmente l’ho guardato con estrema diffidenza ma poi l’ho visto performare nella sua forma punk, e gliene sono ancora grato perché mi ha fatto capire che si poteva fare di tutto, soprattutto nella gioia della sregolatezza. In quella occasione nel festival sardo non c’era uno slam, ma Garau mi suggerì di partecipare a quelli torinesi degli Atti Impuri, alla casa di quartiere in San Salvario, con Alessandra Racca e Arsenio Bravuomo. Io dissi ok, e in effetti non ho mai più smesso di partecipare e anche organizzarli a Genova col super amico e presidente LIPS Andrea Fabiani. C’è stato un periodo che, mi sembra, la poesia dal vivo era noiosamente frequentata solo da chi faceva poesia, lo slam invece è molto trasversale e riesce a intersecarsi in diversi insiemi – sia per quanto riguarda le arti, coinvolgendo dunque poeti, sì, ma anche attori scrittori rapper cantautori copywriter doppiatori, sia per il pubblico, perché c’è gente di tutti i tipi che viene a vedere gli slam – e questa è per me la cosa preziosa, soprattutto se si ripresenta questo effetto sorpresa che ho provato io vedendo Garau per la prima volta per cui sempre più persone possano trovarsi a constatare che la poesia è viva e può prendere diverse forme e stili e proposte estetiche e può anche, soprattutto, diventare mezzo per portare avanti battaglie politiche oltre che culturali (e lo sappiamo che la battaglia politica è anche culturale, e viceversa).

La tua prima raccolta, edita da Miraggi nel 2015, è intitolata Poesie normali. Quali sono i tuoi pensieri attorno a questo aggettivo riferito alla scrittura – poetica e non (ammesso esista)? A questo proposito, essendo tu anche scrittore in prosa, quali sono per te gli aspetti che distinguono questi mondi?

Innanzitutto penso sia bello vedere come la parola “normale” sia molto relativa, e in qualche modo accorgersi che in effetti, a guardare bene, tutte le parole sono un bel po’ relative. In più avevo una gran rispettosa paura nei confronti della parola “poesia”, ma mi piaceva l’idea di andare a capo molto spesso, scrivere dei versi che scandissero dei ritmi, diciamo così, e condensare tutto in poche parole (la poesia tiene in pugno ciò che la narrativa custodisce in un grattacielo, mi diceva Alessandro Ansuini). Perché leggevo le mie cose nei locali a Bologna, però erano piccoli racconti un po’ troppo lunghi. Sulla nascita delle poesie normali mi piace raccontare la storia del maldischiena: in quelle serate di letture ad alta voce capitavano a leggere anche dei poeti che però avevano questa idea di poesia intimista anche rispettabile ma fatta di disperazione dolore sofferenza interiore e mi chiedevo io per cos’è che soffro, e avevo fatto dei traslochi in quel periodo e gli scatoloni di libri li avevo trovati pesantissimi nonostante, se ci pensi, i fogli di carta possano sembrare così leggeri, però mi era venuto una specie di maldischiena e mi son trovato a ragionare sulla mia ormai lontanissima infanzia felice – da bambino giocavo coi cani e con le galline mentre in quel momento, sul finire della mia adolescenza, praticavo la nobile arte dell’autodistruzione – per accorgermi che in qualche modo soffrivo anch’io, avevo il maldischiena, mi son detto posso scrivere poesia. E mi sono pubblicato un libretto di ventidue poesie normali che poi è diventato un libro più sostanzioso edito dai mitici di Miraggi. In quel periodo era appena nata la collana Voci di poesia orale che in qualche modo la si deve alla forza anche economica derivata dal successo del mitico, anche lui, Guido Catalano, che pubblicava per Miraggi. Il discorso tra prosa e poesia è molto lungo da affrontare, io sarei per far compenetrare questi due compartimenti che si vogliono blindati, stagni. Stavo rileggendo La coscienza di Zeno, Svevo aveva un ritmo, una musicalità… e le poesie di Raffaello Baldini? Se la scrittura la trattiamo come arte non possiamo fare a meno della musica, che sia prosa o poesia dev’esserci una musicalità. Poi in questo ultimo periodo mi piace molto indagare l’ambiente della cosiddetta scrittura di ricerca che simbolicamente possiamo far derivare dal caso editoriale di Prosa in prosa, edito da Tic Edizioni, ma anche qui ci sarebbe da scrivere così tanto, mi sa che poi diventa troppo lunga questa intervista, no?

Troppo? Ma dicevamo: tra performance, scrittura di ricerca, videopoesia e residenze che comunicano col mondo teatrale e con quello dell’arte contemporanea, la tua parola ha avuto occasione di giocare con diversi media. Quali sono le modalità con cui approcci l’incontro con linguaggi che conosci meno, che sia nello sperimentarli da solo o in dialogo con altri artisti?

Come per il discorso tra poesia e prosa, proviamo a superare questa separazione tra le arti e anzi, mescoliamo tutto. Io poi sono purtroppo molto legato al linguaggio e alle parole, e infatti ad esempio ultimamente mi piace come provocazione pensare di trattare la poesia come fossero parole e le parole come fossero poesia. Da qui poi chiedersi se si possano involontariamente dire delle poesie anche solo soltanto semplicemente parlando, questo è il mio sogno, un sogno vero, se lo si vuole sognare, e poi ragionare sulla questione delle parole, se le parole sono cose e se si possono creare installazioni sculture strutture con le parole – sì, si può. E poi, riguardo ai linguaggi che conosco meno, penso di essere fortunato nel mio frequentare ad esempio Marko Miladinovic, lui usa tutto, e ha ragione, bisogna usare tutto, registrare il cigolio di una porta che si apre, un’ape che si appoggia sul finestrino del treno in movimento. E poi un grande montaggio composizione. È giusto che l’indagine si muova su terreni inesplorati, e insperati mi viene da dire, dove non si ripone nessuna ambizione ma si sente che c’è da mettere da parte per poi magari accorpare dopo in forme nuove inaspettate (inesplorato insperato inaspettato). Facciamo che sia il gioco della curiosità a muoverci, per vedere cosa succede, in questo senso mi sento come un molto piccolo piccolo chimico che mette insieme gli elementi che trova e guarda cosa succede, la reazione e le conseguenze alla reazione, e la cosa mi deve non dico strabiliare ma perlomeno divertire. Ultimamente poi mi piace muovermi nel terreno dell’improvvisazione ma vorrei trovare una parola diversa, non improvvisazione, qualcosa di imprevisto, che generi la meraviglia e che possa essere forma d’indagine anche per andare a capire come funziona la creazione, cosa possiamo aspettarci da noi che non sappiamo cosa stiamo per dire eppure lo diciamo. Meraviglia curiosità generatività generosità stupore parole, queste cose, e poi la scomparizione, l’impermanenza, certo.