Interviste

Intervista a Laura Amponsah

Laura Amponsah, classe 1996, è poeta e performer con base in movimento tra Bergamo, Brescia e Milano. Si muove tra i palchi dello slam ed è attiva nelle assemblee di attivismo di diverse collettive del nord Italia. È cocreatrice di To be young, gifted, and Black, progetto performativo nato in collaborazione con Gaia Ikeaguana attorno ai testi di Audre Lorde. Si autodefinisce: “trans, velociraptor part-time e amante di kebab vegani e assemblee di uncinetto”.

Benvenuta Laura! Comincerei chiedendoti come ti sei avvicinata alla scrittura e successivamente al portare le tue parole sui palchi?

La scrittura c’è sempre stata, un po’ per il mio background migratorio che mi ha portata a interfacciarmi con la lettura e di conseguenza con la scrittura più per un’urgenza comunicativa che per una passione vera e propria. Quella penso di non averla mai avuta del tutto, almeno non con la stessa intensità degli altri appassionati. C’è sempre stata un’urgenza altra a seconda del periodo che attraversavo nella vita che mi portava (e mi porta tuttora) a mettere le passione letteraria al secondo posto. Insomma, la vita è complessa e ho sempre percepito la lettura così come la scrittura in modo utilitaristico. Sarò cinica, ma penso che se avessi avuto le idee chiare non mi sarei mai affacciata al mondo della poesia e di conseguenza dello slam e dei palchi perché sono stati strumenti che mi hanno aiutata a comprendermi, a trovare le parole laddove non c’erano strumenti utili, nella scrittura mi cercavo perché non mi sono mai vista del tutto e ciò mi ha portata e cercare altri modi oltre alla parola scritta come quella orale perché permette di andare oltre il limite prestabilito, in accordo con le urgenze del mio corpo.

Uno dei tuoi lavori performativi, ancora in crescita, è incentrato sul dare nuova risonanza ai versi di Audre Lorde. Come hai deciso di avvicinarti ai testi di questa poeta, e in generale come vivi questa performance? Quali ti piacerebbero possano essere le evoluzioni future di questo lavoro?

Il progetto To be young, gifted, and Black esplora l’identità, le sfide e i trionfi della gioventù nera, piena di talento e di potenziale. Da queste premesse Audre Lorde ci è sembrata l’autrice più adatta a tradurre le nostre esperienze. La sua scrittura inoltre è ciò che più si avvicina alle nostre urgenze poetiche dove il verso libero e la tensione all’oralità unitamente alla carica politica si ritagliano uno spazio nel mondo senza chiedere permesso. È un progetto che parte tre anni fa con Gaia Ikeaguana e mi da un tentativo di esplorare la nerezza e la queerness tramite le opere dell’autrice. Successivamente abbiamo ottenuto il contributo di Mat e Val Wandja dal punto di vista drammaturgico e musicale e abbiamo cercato di portare in teatro le identità razzializzate e queer, che non vengono molto rappresentate nel teatro italiano al di là dei ruoli stereotipati, se non forse nell’ottica della performance che abbiamo adottato, dove c’è molto spesso una visione esotizzante perché fare arte nell’ambito italiano da persone queer e razzializzate è un campo un po’ scosceso dal momento che è molto difficile svincolarsi dalla visione esotizzante e proporre un sé autentico che affermi la propria persona. Come prossime evoluzioni vorremmo che il progetto attraversasse le comunità di cui facciamo parte in modo da creare un dialogo costruttivo e arricchente. 

La tua identità raccoglie storie dal margine. Quali sono per te i modi che il palco può dare voce a questo margine, se ci sono? Pensi che al momento la community slam italiana sia sufficientemente accogliente verso le diverse comunità marginalizzate, e quali immagini possano essere dei prossimi passi per rendere questa scena ancora più accogliente per ogni persona?

Non penso che il palco debba dare voce al margine perché il margine ha già una voce molto forte e chiara, si tratta più che altro di allenarsi ad ascoltarla. Credo che il mondo della cultura così come le persone che la attraversano debbano creare condizioni tali da accogliere altre esperienze ed alleanze che si rendano conto della carica politica di chiunque, anche di chi non sembra politicizzato, perché lo slam dà spazio ai corpi e ai vissuti tradotti poi in gesti e parole che portano testimonianza del mondo che abitiamo, un mondo che è oggi più che mai politicizzato, seppur con un discorso frammentato e polarizzato che non permette di avere un quadro chiaro del presente. Penso che la community slam italiana sia sulla buona strada, un po’ per il mainstream woke che qualcosa di buono, seppur in modo superficiale, ha fatto; e sempre nei limiti e nelle ristrettezze che la rendono possibile. Dopotutto lo slam stesso è culturalmente marginalizzato, ma ciò non significa che debba risultare marginalizzante.

La tua recitazione passa attraverso sia parole tue che altrui (penso, ad esempio, oltre al progetto su Lorde, alla performance collettiva Prima Persona Plurale orchestrata da Perla Sardella). Senti una differenza quando interpreti qualcosa di scritto da te e qualcosa di scritto da un’altra penna?

Dipende sempre dal testo e da come sento mie le parole. Ci sono testi miei scritti anni fa che recito con più distacco (e menomale) e testi scritti da altr3 che recitarli è ogni volta come ricevere un pugno nello stomaco. Ad esempio nel caso di Prima Persona Plurale, dove abbiamo dato voce al libro di Tania Ferrucci Nei miei okki, è stato un bellissimo pugno nello stomaco.

Una tua performance rituale coinvolge come temi principali il corpo e l’abitare. In quanto performer, qual è il rapporto che hai col fatto che la tua arte non può scindersi dal corpo che abiti?

Ora farò l’attivista che ripete a pappagallo gli slogan del movimento femminista dicendo che credo in un personale che è politico, e vivendo un corpo nero e queer, con etichettature politicizzate dal discorso pubblico, è inevitabile che ogni mio gesto divenga un gesto politico e che ogni mia richiesta di rispetto nei miei confronti venga percepito come politicamente corretto quando viene ascoltato; aggiungerei allora un grazie al cazzo perché in un mondo che utilizza i corpi di chi considera subalterno come strumento per polarizzare, il minimo quando ciò viene fatto notare è assumere un atteggiamento corretto verso i suddetti corpi. Insomma, viviamo un mondo normato politicamente e rendercene conto ci aiuta a capire che non siamo poi così soli e che l’altro (chiunque egli sia) che percepiamo in modo così diverso da noi possiede una complessità che a noi sfugge. Detto questo, è chiaro che per me l’arte sia inscindibile dal corpo, quindi anche dall’abitarlo con tutte le sue norme e le sue implicazioni politiche. Si tratta di un pensiero criticabile e lo riconosco, ma ben vengano le critiche purché permettano di creare nuovi immaginari in cui si può coesistere senza disparità e sfruttamento delle identità che trasmettiamo. Se questo discorso si instaurerà sarò più che felice e saprò di star restituendo al mondo ciò che l’arte mi ha dato.

La tua vita è attraversata anche dall’impegno politico, e il tuo stesso lavoro artistico ha connotazioni politiche evidenti: quali sono per te i legami tra questi due mondi, e come consideri venga esplorata la connessione tra loro nel contesto artistico in cui ti muovi?

Non so se il mio è propriamente impegno politico. Semplicemente per me l’arte è politica, anche quando è inutile, o forse ha un potenziale politico proprio perché inutile. Quando dico che per me ha una funzione utilitaristica non mi contraddico, e ti assicuro che mi contraddico spesso. L’arte mi permette di esplorare me stessa proprio perché nella vita di tutti i giorni si deve sopravvivere, lavorare, sviluppare rapporti affettivi e per sopravvivere bisogna essere produttivi spesso anche a discapito dei nostri ideali (sempre entro i limiti della decenza ovviamente), ma in quegli spazi di inutilità fuori dalle logiche di profitto che ci permettono l’arte e le nostre passioni, lì si apre una finestra di sollievo in cui ritrovarsi e riscoprirsi nella nostra umanità perché lasciamo che il nostro bambino interiore si meravigli e si innamori della bellezza.