Interviste

Intervista a Beatrice Benicchi

Beatrice Benicchi nasce a Lucca nell’aprile del ’95, vive a Rimini. È una scrittrice, copywriter, reporter – col progetto editoriale Inland, con base a Copenhagen, racconta luoghi remoti del globo. È del 2024 il suo romanzo d’esordio, Non per cattiveria. Conduce laboratori di scrittura, sia per la carta che per la voce.

Buondì Beatrice, benvenuta. Dunque, il tuo esplorare la scrittura è estremamente prolifico e si apre su più fronti, comincerei su quello del reportage: come hai deciso di sporgerti in quella direzione? Quali sono le cose che hai notato essere confluite nella tua scrittura, portandola a raccontare storie e luoghi altri da te?

Non mi sento di aver scelto una direzione precisa, al contrario, credo che la mia scrittura sia partita da lì, dalle storie e dai luoghi degli altri. Sono cresciuta accanto a due nonni viaggiatori, a una madre giardiniera e a un padre pubblicitario: per quanto sembrino personalità molto diverse tra loro hanno tutti in comune l’idea che il mondo esterno sia qualcosa di interessante e di narrabile. Credo che sia questo a esser confluito nel mio modo di guardare e di capire. Quindi: di scrivere. Che sia una prospettiva ereditaria mi piace crederci ma forse, come la maggior parte delle cose, è solo educazione. C’è chi trova risposte dentro sé e chi fuori, io mi sento di appartenere al secondo gruppo di persone. Se dovessi chiudermi in una stanza e smettere di incontrare il mondo, e con il mondo intendo anche la strada sotto casa o le formiche che arrampicano il terrazzo, se dovessi smettere di sentirlo e sentirmici in mezzo, io credo non scriverei più nemmeno una riga. Non è questione di fare reportage o fiction o poesia, la questione è: ci diverte osservare le cose oppure no?

Un’altra delle modalità che attraversi con la parola è quella della prosa, come nel tuo romanzo d’esordio Non per cattiveria. Avere la propria opera prima edita da Feltrinelli non è cosa comune, e per molte persone (anche tra quelle interessate all’esser pubblicate) è difficile immaginare come raggiungere questo risultato: potresti raccontare come è successo, e cosa consiglieresti a una giovane penna in cerca della giusta sede per quel che scrive?

Ce ne sarebbero tanti, di consigli, ma ne ho tre che mi sarebbe piaciuto ricevere qualche tempo fa. Il primo è non avere fretta. Quello che scriviamo deve essere letto e riletto e spesso perfino riscritto. La fretta è nemica tanto quanto la presunzione, ma credo sia abbastanza scontato che l’arroganza non sia un buon punto di partenza per nessun tipo di lavoro. Il secondo consiglio è: non essere superficiale. Non essere superficiale nella ricerca delle parole, nelle frasi che non tornano, ma soprattutto nella ricerca del posto giusto per il tuo libro. Ci sono tante agenzie letterarie, tante case editrici e tanti editor, ma non tutti fanno per tutti. Non so se mi spiego: un approdo sbagliato può capitare, ma non dovrebbe mai essere colpa di un atteggiamento superficiale. Infine, per ultimo, direi: goditi la scrittura. Perché il bello dello scrivere è proprio scrivere. Spesso ci si vergogna e ci si arrovella, ci si preoccupa del lettore, del mercato e delle vendite, spesso ci si preoccupa del gusto degli altri o del giudizio o dell’accettazione, e in tutto questo a godersela ci riescono in pochi. Invece la meraviglia di questa cosa qui, della scrittura, è che non serve molto per essere felici. Anzi, serve pochissimo. Però bisogna prima essere onesti: perché scrivi?

Arriviamo allo slam, che è un mondo che per quanto non centrale nella tua attività hai attraversato più volte, soprattutto nel vivido contesto romagnolo: qual è stato il ruolo del poetry slam nel tuo percorso da scrittrice?

Il poetry slam mi ha dato coraggio. Era il 23 dicembre del 2021 e ricordo perfino com’ero vestita (di solito non è così rilevante), che pezzi ho fatto (e che non ho recitato mai più), e ricordo benissimo che mi tremavano le mani come quando mi tremavano a scuola quando dovevo suonare il flauto, ed era una disgrazia per le orecchie di tutti quando provavo a suonare il flauto alle medie. Ricordo che avevo un apparecchio mobile trasparente e che per l’emozione mi sono dimenticata di togliermelo; ma siccome l’apparecchio mi faceva sputare e venire la lisca, allora l’ho dovuto togliere solo sul palco e ricordo bene di aver pensato: bene. Peggio di così non può andare. Ho fatto molte altre serate, serate sicuramente più soddisfacenti e importanti, eppure quella volta lì, un attimo prima di Natale, mi sembrò che mi sarebbe potuto bastare per sempre. Scrivere delle cose e leggerle alle persone mi sembrò la più grande fortuna che una persona potesse avere e io l’avevo avuta. Quei giorni di festa, dato che ero fuori sede, ricordo che lavorai tutto il tempo in un’osteria, le famiglie erano unite e io per la prima volta ero sola. Ma il pensiero che da quel momento in poi ne avrei scritto mi consolò del tutto. Ero triste sì, ma non per davvero, perché avrei scritto anche della mia tristezza e quando finisci a pensare una cosa del genere finisci a pensare che la scrittura ti potrà sempre salvare. Per quanto riguarda i poetry slam c’è da dire anche un’altra cosa. In questa forma di scrittura conta tantissimo il ritmo, la capacità di stare nei tempi e il suono di ogni vocabolo è fondamentale. Le parole e le frasi, infatti, hanno un loro modo di aprirsi varchi nell’aria e la poesia performativa ti sbatte in faccia tutte queste cose. Ti dice: devi starci attenta. Così poi, anche quando scrivi un libro, non puoi fare a meno di ricordartelo. Adesso lo so che non era la mia strada, il poetry slam, ma sarebbe dura immaginare questo percorso senza quella tappa fatta di locali, bar e persone gentili.

Altri due mondi che ti sono propri, a mio parere solo apparentemente scollegati tra loro, sono quello della comunicazione pubblicitaria (che è parte dei tuoi lavori) e quello dello sport agonistico (essendo tu cestista). In entrambi i casi, infatti, lo studio della tecnica è funzionale all’efficacia di un gesto. Rivedi questa cosa in te? E nella tua scrittura? Ci sono altri doni che queste pratiche hanno portato alla tua penna?

Non so se la definizione “studio della tecnica” rappresenti il mio approccio naturale alle cose, ma il fare e rifare, questo sì. Il rifare ma anche il disfare, il girare le frasi, cambiare gli schemi, cambiare il modo in cui la palla gira perché si vada a segnare. Della pallacanestro mi porto dietro un insegnamento scontato ma fondamentale per ogni sportivo che abbia vissuto sul campo: senza allenamento, qualsiasi talento si svuota. E della pubblicità invece che mi porto? Una certa insofferenza alla noia. Se tu ti annoi, la comunicazione non funziona. E questo vale sempre, al di là del mestiere.

Infine, Beatrice, è al momento in lavorazione un tuo nuovo progetto che, tramite più media, farà confluire due delle direzioni del tuo scrivere in un solo lavoro: la narrativa e il reportage. Ce ne puoi parlare un poco? Com’è nata questa idea, e come sta venendo sviluppata?

Il nuovo progetto è la cosa più complessa e ambiziosa alla quale mi sia dedicata negli ultimi anni. E, cosa che ho capito un po’ troppo tardi, ha bisogno di tempo. Ci sono di mezzo alcuni viaggi in Romania, una storia familiare reale, un corto documentario e tutta la mia autostima. Se devo essere sincera quella che mi preoccupa di più è quest’ultima perché, senza crederci, le cose non solo rivelano i propri limiti, ma dai limiti si lasciano bloccare. E se si lasceranno bloccare, ho la sensazione che me ne pentirò. Ma più di così non posso dire. Questa è la differenza vera con la pubblicità: in letteratura non serve a nulla promettere per incuriosire, bisogna scrivere, soltanto scrivere.