Interviste

Intervista a Julian Zhara

Foto di Dino Ignani

Julian Zhara (1986) è poeta, dottorando in Albanistica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, giornalista, scrittore e studioso di letteratura contemporanea. Sue poesie, traduzioni e testi critici sono usciti per riviste e litblog, nonché su Rai 5 e Rai 1. È del 2018 il suo libro Vera deve morire (Interlinea Edizioni). Dal 2021 al 2024 è stato caporedattore della rivista di bibliofilia e collezionismo Charta; nel biennio 2023-2024 ha fondato e diretto la rivista di storia della cucina Cucina di Charta. Premio Internazionale Alfonso Gatto nel 2016 per l’attività poetica, Premio Lermontov 2021, nel 2025 gli viene assegnato il Premio Migliore Traduzione dell’Anno dal Ministero Albanese della Cultura per il festival FjalaFest. 

Benvenuto Julian, e grazie. Vorrei cominciare con i tuoi inizi: come ti sei accostato alla parola scritta e a quella performata? Quando hai iniziato ad avvicinarti alla scena veneta qual era l’ambiente e come hai cominciato ad inserirtici?

Bentrovato; sono io a ringraziarti dell’interesse. Come lettore, la minuscola biblioteca di quando ero piccolo, a Durazzo, in Albania; mio nonno leggeva molto e credo mi abbia trasmesso la curiosità di trovare qualcosa nei libri che non avrei trovato altrove. Libri divorati da quando ho ricordi, Il conte di Montecristo, I tre moschettieri, Le mille e una notteLa Bibbia più di tutti, ricordo essere il libro più eccitante. La mia lettura integrale della Bibbia, a mente o ad alta voce, risale a quando ero bambino, in albanese. La poesia invece, sempre appoggiandomi a quella base illusoria e traballante dei ricordi, forse è coincisa tra lettura silenziosa nella mia casetta e oralità. Davanti alla mia scuola a Durazzo ho letto ad alta voce Anës lumenjve [Lungo i fiumi] del poeta Fan Noli, una poesia che parla di esilio e ricalca l’anapesto per evidenziare il movimento dei piedi (del poeta, del verso) lungo i fiumi dell’Europa, lontano dalla sua patria. Pesta più di un fabbro rap quella poesia. Fan Noli era una forza della natura: si è diplomato al conservatorio dopo i cinquant’anni; era politico e prete ortodosso, traduttore eccezionale di Eschilo, Shakespeare e altri. Morto in America, da esiliato. Anni dopo avrei ritrovato la stessa metrica ma dilatata, e sapientemente eseguita, dall’amico Luigi Nacci, per descrivere – così lui – la marcia dei soldati. Nacci mi ha aperto con una telefonata prima di conoscerci dal vivo, alla scena “orale” italiana. Quanto al Veneto, facevo letture pubbliche a Venezia con altri poeti e poete, momenti che ricordo piacevoli, dove mi sono fatto le ossa. Vitale è stato dal 2008 il sodalizio col mio amico fraterno, Alessandro Burbank, che così tanto mi ha insegnato, da cui così tanto ho preso, appreso, rappreso e copiato. Poi, sempre in Veneto, un altro caro amico, Luca Rizzatello. E le poete: Giulia Rusconi, la sister Silvia Salvagnini, Maddalena Lotter, Laura Liberale, Giovanna Frene; poi Lello Voce che da Treviso ha condotto la scena orale italiana. I dialettali come Fabio Franzin. Ai poeti maschi veneti docg (non quelli acquisiti, che sono amici, come Domenico Brancale e Simone Burratti) credo di essere stato sempre sui coglioni; più che outsider mi sono sempre sentito un intruso. Sarà che sono nato altrove o che non ho fatto gli scout.

Il tuo esplorare il mondo poetico non passa solamente attraverso la scrittura e la performance, ma segue anche le strade della critica e dell’organizzazione di eventi. Cosa pensi che abbiano dato al tuo scrivere queste altre due dimensioni? Qual è il tuo rapporto con le altre persone che abitano la ricerca e come lo hai costruito?

Ma sai, la mia formazione è avvenuta a Venezia che continua a essere una grande vetrina. Per crescere avevo bisogno delle officine. Con poca possibilità di muovermi, ho pensato: perché non invitare qua le officine? Così con Alessandro Burbank abbiamo ideato, grazie a quella meravigliosa squadra chiamata Blare Out, dei festival di poesia orale e musica digitale. Ero teso sempre all’ascolto, alla ricerca. Tutto doveva entrare nei miei ferri del mestiere. Ho tolto la parola “performer” dalle mie bio quando ho ascoltato Giovanni Fontana. Mi vergognavo di chiamarmi performer dopo di lui. Non sembra ma è uno dei miei punti di riferimento più grandi, anche se la mia ricerca dista anni luce dalla sua. La critica dici? Non solo un critico. Un ricercatore sì, nel senso più lato del termine. Sono un poeta che si approccia ai testi, alle poetiche, da quella prospettiva, quella soltanto, spesso simulando una postura accademica, ma è come fingere gli orgasmi: mi si vede. Forse ho risposto alla terza domanda ma credo sia meglio specificare: la costruzione dei rapporti è nell’ascolto e nella lettura assidua, nella ricerca dell’altro, dell’Altro. Rapporti ogni tanto conflittuali, intendiamoci. Il mondo della poesia dista da quello dei parrucchieri solo perché sappiamo mettere in ordine le parole e non i capelli. Chi pensa di trovare un’umanità illuminata, persone speciali, rimarrà deluso. Lo siamo rimasti tutti.

In che modo approcci la performance dei tuoi scritti? Avendo tu esplorato più volte anche la spoken music, seguendo quali variabili fai dialogare lo scritto con l’elemento sonoro?

La performance nei miei scritti? Direi che lo scritto è un residuo della voce, cosa che attraversa anche la mia prosa. Fissare la voce sulle pagine o nel campo dei pixel, riguarda il presente della voce, il qui e ora. La prosodia, la metrica che ritorna, è stato il primo dispositivo usato per la trasmissione, quando la voce non poteva essere fissata altrimenti, dilatare quel qui e ora, farne un processo, permetterne la riproduzione. Lavorare con la musica mi ha aiutato, in un contesto dove era un tabù e parte della critica ci considerava il circo Barnum della poesia (citazione testuale) e l’altra l’intermezzo tra un poeta serio e l’altro, a esplorare altre metriche. Giovannetti in questo è stato uno dei primi a capire le potenzialità metriche della poesia su musica. Ricordo che Stefano La Via mi ha scritto, tanti anni fa, su un testo per me “di passaggio”, dal titolo Cuccia, complimentandosi per come avevo reso in maniera così contemporanea e fresca la metrica dell’Iliade. E io che stavo solo seguendo la prosodia di un verso di Pascoli sulle musiche di Ilich Molin.

Nella direzione dello scritto ti sei altrettanto spinto, ad esempio col tuo Vera deve morire: come hai voluto esplorare quest’altra direzione?

A un certo punto ero così stufo di vestire il cappotto (non gogoliano) del performer/orale che ho scritto il mio epitaffio, ovvero, mi sono giocato una certa critica che tanto mi aveva dato e con cui tanto avevo dialogato, per un libro d’amore. Ho detto Io, anzi Io amavo. Brr. Ricordo un amico fraterno che mi ha detto che quella era merda lirica e ho riso. Un altro critico per me centrale mi ha scritto sei impazzito? Un canzoniere d’amore è un suicidio… Ma ho dato alla mia lingua una poesia in tredecasillabi che poi avrei esplorato dopo; la prima villanelle della tradizione italiana [Continuo ad aggrapparmi disperato ai tuoi fianchi] e l’ultima sestina lirica [Probation], opposta a quella meravigliosa di Valerio Magrelli [Si riparano personal (computer)] e sulla scia del lavoro mastodontico perseguito da un altro maestro, Gabriele Frasca. L’oralità c’è sempre ma adesso, così mi ripetevo, ho fatto un libro, senza cd, senza qr code, un libro come Petrarca e come Petrarca ho voluto ricalcare l’incipit di Vera deve morire: “Ma adesso mi ascolti!” Eppure chi ha preso il libro mi ha letto seduta da qualche parte; la scissione era avvenuta tra ascolto e lettura. Il libro comunque è seguito a una richiesta di Franco Buffoni, maestro a cui devo tanto. Gli avevo parlato del fatto che mi stavo muovendo quel periodo nella triade Pascoli-Pavese-Rosselli. E lui, ridendo, mi aveva risposto che quella triade, insieme, non l’aveva mai sentita. E io a leggergli ad alta voce le poesie, a evidenziargli le comunanze, gli sposalizi impossibili. Meanwhile, studiavo le metriche di Fibra e dei Dogo, a orecchio, mi allenavo a capire cosa usassero, sfidavo gli amici – ricordo un divertito Giovanni Rapazzini, a casa sua, a indovinare le metriche a orecchio. È un libro pregno di paure, quello, paura dello sguardo altrui. Ironia della sorte vuole che, proprio due mesi fa, sono andato a Barcellona, invitato, a leggere delle poesie proprio da quel libro, 9 anni dopo l’uscita, in un evento improntato proprio sull’oralità. Non era un cappotto quello che mi stavo togliendo; era la mia pelle, a quanto pare, il primo strato.

Tu hai frequentato, e talvolta ancora frequenti, la scena del poetry slam italiano. Tuttavia, la maggior parte del tuo agire esce da questa cornice. Cosa ti ha dato il mondo dello slam, in che maniera lo attraversi attualmente, e verso cosa ti sei voluto spostare nel momento in cui hai deciso di rivolgere più intensamente lo sguardo altrove?

Da anni frequento la scena del poetry slam se mi invitano amici o se so che posso vedere e riabbracciare amici. Devo davvero tanto a questa palestra. Sai, essere l’ultimo degli slammer, leggere accanto ad animali da palco come Alessandro Burbank, Paolo Agrati, Simone Savogin, Francesca Gironi e altri, insomma, ti devi davvero impegnare per non sfigurare. Poi nelle letture collettive, rispetto agli “altri”, la differenza – c’è bisogno che continui? Per quello i normies poetici si mischiano poco con la scena orale. Non reggono volentieri il confronto sul palco. Quanto allo slam, ultimamente la deriva è un triste epilogo nel culto del vittimismo, nel ricatto del sociale, dell’impegno, con testi brutti, sciatti, metriche ingessate, quella lettura attoriale o rap, stessa prosodia. Vedo sempre di più la rimozione del termine “poetry” da “poetry slam” da parte di questa nuova ondata di catechisti delle buone intenzioni, tra succursale della neuro e i bagni di un cabaret. Si vede che hanno partecipato a vari open mic ma pare non abbiano openato un libro di poesie da molto. Non dico di Costa, Spatola, Niccolai, Fontana, Frasca, Voce, Lo Russo, Tarkos che i libri si trovano meno in libreria ma Rosselli e Caproni ci sono. Certo nessuno dei citati parlava della difficoltà di essere donna oggi, compito davvero arduo, soprattutto se a pagare la vita fuorisede è quel dannato patriarca di papi, né trattavano di paglie fumate nelle serate bolognesi o fiorentine, tra coinqui disperati, bevendo birra dell’Aldi. E comunque, Isidoro, ogni volta che c’è uno slam in zona e sono libero, vado sempre ad ascoltare nuove voci – con rare, rarissime sorprese positive.

In te coabitano elementi culturali dall’Albania e dall’Italia – o ad esser più preciso, dal Veneto. Come si traduce questa compresenza nei tuoi lavori artistici?

Sì, è molto strano perché quest’anno ho superato i 2/3 della mia vita in Italia. Ma prima di essere italiano sono veneto, e dell’essere veneto più veneziano che padovano, cosa evidente quasi subito a un orecchio minimamente allenato sulle lingue minori di questa regione. Per rispondere alla tua domanda ti parlerò del passato remoto, della sua quasi totale assenza nella mia lingua e parlata e scritta. E avendone scritto da poco, in un format ideato da Laura Pugno per leparolelecose, se mi permetti, copincollo qua perché credo calzi perfettamente alla tua domanda.

Verbo: Del verbo – il tempo, ad affascinarmi è il tempo, verbale. Quando sono arrivato in Italia, in seconda media, nel 1999, mi piaceva il passato remoto perché in provincia di Padova non si usava. Poi avrei scoperto, col tempo, che dal Po in su il passato remoto non prende domicilio nelle bocche delle persone quasi mai. All’università, quando sono entrato in contatto con amici del sud, ho capito che non è un tempo seppellito nei libri di grammatica o nei racconti fantascientifici. Esiste, è vivo. Ancora oggi, quando lo sento usare, mi viene da sorridere come se qualcuno dicesse una parolaccia in mezzo a una preghiera, come un attacco di Tourette in mezzo a una poesia; ancora oggi nel mio linguaggio e parlato e scritto, in forma di poesia o prosa, a mancare è proprio il passato remoto, quindi approfitto di questa occasione per utilizzarlo in poche righe più che nel resto dei miei 27 anni in Italia, per raccontare una storia. Un ragazzo venne in Italia in seconda media da un paese dell’est e il preside della scuola, precisamente dell’Istituto Comprensivo Parini di Camposampiero, gli chiese se dopo le medie voleva lavorare in fabbrica o studiare. Il ragazzo rispose “studiare”. A quel punto, il preside gli consigliò di ripetere la seconda media e non accedere subito alla terza perché, testuali parole, “i voti di là li comprate, lo sappiamo”. Il ragazzo trattenne la rabbia e si fece una promessa: uscire dalle medie con ottimo, anche per dimostrare al preside che “di là” non aveva comprato i voti, non solo perché non avrebbe comunque avuto i soldi. E glielo andò a dire in ufficio, finito l’esame di terza. Come ultimo saluto. Avrebbe voluto tanto spaccargli la testa sulla scrivania. Ma non lo fece. Se ne andò, semplicemente, a mangiare un gelato”.

Infine, quali sono i progetti poetici su cui stai al momento lavorando?

Ho appena finito una breve antologia della poesia italiana dal 1991 a oggi per i lettori albanesi. Poi sto lavorando a libro di poesie scritto con la lingua dei migranti, quell’italiano pasticciato, imbastardito, meravigliosamente trasformato, libro che uscirà l’anno prossimo. Nel frattempo sto lavorando, in prosa, a un saggio su letteratura e arti marziali. Continuo a tradurre dall’albanese all’italiano sia romanzi che poesia. Negli interstizi di tempo, quando non impegnato ad arrivare affannato a fine mese, cerco pure di vivacchiare, quel poco che mi è concesso.