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Questo non è un Podcast- Intervista a Simone Savogin

In questi mesi, Simone Savogin, finalista a Italian’s Got talen e pluricampione italiano di Poetry Slam, ha creato una piattaforma in cui è possibile ascoltare le sue interviste ai poeti performativi italiani che stanno avendo i maggiori successi in Italia e in Europa.  Noi, abbiamo deciso di farlgi qualche domanda per spiegarci meglio il suo progetto e sentire la sua in merito allo Slam italiano.

Intanto, potete trovare i podcast nelle seguenti piattaforme: Spreaker, Spotify, YouTube, Castbox e Podplayer.

Presto potrete trovarli anche su sito ufficiale: www.questononeunpodcast.it

Ci puoi raccontare com’è andata da dov’è nata l’idea di “Questo non è un podcast”?

L’idea di fare un podcast è nata in uno di quei momenti in cui ti viene da dire “perché non fare questa assurdità?!”, che a me capitano spesso, per fortuna c’è sempre qualcuno che mi dice che la maggior parte di queste cose è irrealizzabile, inutile o semplicemente stupida. Questa, però, ha trovato riscontro in tutte le persone a cui l’ho proposta, perché la fortuna di essere stato sotto i riflettori, mi ha portato a dire:”devo fare qualcosa di concreto, per chi mi ha portato qui”. Questo è il mio piccolo contributo alla causa: fare da megafono a chi ha voce.

Qual è lo scopo dei vari podcast e come è possibile raggiungerli?

Il podcast vorrebbe permettere a chiunque, da ovunque, di conoscere meglio degli slammer che sono noti, e, a brevissimo, di scoprire degli slammer che hanno avuto la possibilità di partecipare soltanto a degli slam locali. Non potrò mai far capire appieno cosa sia uno slam e cosa si provi a partecipare, l’operazione che vorrei fare è semplicemente creare una vetrina piena di anime, che si possono incontrare a uno slam, ma che hanno e sono molto di più.

Tu, che sei nel mondo dello slam da parecchio tempo, come hai visto evolverlo e quali sono i punti che secondo te possono ancora migliorare?

Lo slam in Italia si è evoluto molto e la quantità di slam di quest’anno ne è una prova, l’esistenza stessa della LIPS (e che addirittura esistano altre realtà parallele) è un’evoluzione, da quando sono in questo mondo. Secondo me le due forze che vanno perseguite ora sono il mantenere ludico e funzionale il pretesto della gara, come si è sempre riusciti a fare, senza porlo come fine o come fulcro, e puntare a consolidare una scena valida, piuttosto che ampliare sempre di più il bouquet di slam. Ora che questo mondo è un po’ conosciuto, serve comunque portarlo dove non è mai stato, con lo stesso spirito di sempre, ma dove si è già presenti, bisogna lavorare sull’educazione di pubblico e poeti a uno “sfruttamento” sempre migliore del mezzo. La qualità degli slam non viene dalla quantità, ma dall’accettazione, dall’inclusione e dall’apertura ad imparare dai precedenti. Evolversi per rinnovarsi e dare qualità a un pubblico che si abituerà a tendenze, movimenti, attitudini e scene. Lo slam deve restare fucina, mai smettere di portare novità.

Che consiglio daresti a tutti i nuovi slammer che si affacciano alla scena italiana del Poetry Slam?

A tutti dico sempre di provare. Che significa lasciarsi andare se si ha timore, provare cose nuove quando si capisce con quelle vecchie, provare le sensazioni che ti dà il pubblico, provare le emozioni che ti danno gli altri. Aprirsi, sempre, ché nessuno nasce campione o anche solo capace. Se una cosa non fa per te, non pretendere, ma se una cosa ti piace e ti fa star bene, goditela.

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