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Intervista a Renata Prado

Renata Prado, classe 1990, è poetessa e performer d’accento e sangue meticcio, come lei stessa si definisce, conteso tra Istria e Sicilia. Fonda sull’isola il Collettivo Vionnet dopo aver incontrato lo slam a Roma, città a cui è legata anche poeticamente. Al momento é impegnata nel portare in giro Versanti, spettacolo di poesia performativa insieme a Dario Barone, a breve la pubblicazione della sua prima raccolta di poesie. Ha Saturno a favore.

Ciao Renata, benvenuta. Dunque, tu sei fondatrice del Collettivo Vionnet, che è una delle poche realtà siciliane che si occupa di poetry slam. Com’è stato proporre il format in un contesto dove tutto era nuovo, e come si sono evolute le cose anno dopo anno? In caso qualcuno si ritrovasse in contesto simile, avresti suggerimenti su come creare una comunità locale di slammer?

Ciao. Si, ho fondato il Collettivo Vionnet nel 2016, anno in cui, terminati gli studi a Milano, decido di fare ritorno in Sicilia. Premetto di essere un animo zingaro, quindi nonostante il mio ritorno sull’isola mi trovo spesso in giro per il mondo ma questo non mi ha impedito di impegnarmi attivamente sul territorio. Vionnet si occupa di organizzazione eventi culturali in collaborazione con enti pubblici e privati. Dalla
moda al teatro, dalla poesia alla musica, è una fucina di idee, un incontro di esperienze, un nonluogo di scambio. Al momento il Collettivo è formato da me, Agnese Puzzo, Elisa Gisarella, Dario Barone e Reiwa Pia. Per rispondere alla tua domanda, su come è stato portare il poetry slam in un terreno quasi del tutto
vergine, ti dirò che è stato difficile, sfiancante alle volte, stimolante altre. Educare il pubblico ad un nuovo linguaggio è sempre faticoso, in Sicilia forse un po di più. Ho adottato diverse “tecniche”, dal poetry slam nella sua forma più pura a spettacoli di poesia performativa, tra questi il format MOONologhi (soliloqui alla luna) con Giovanni Arezzo e Liricosiaca, percorso poetico-enogastronomico tra le vigne, giunto alla sua terza edizione. Dopo sei anni di attività poetica è tutto più semplice, adesso molta più gente conosce e vive la poesia performativa in maniera partecipe. Se prima riscontravo difficoltà nel trovare poeti per la gara, oggi conto anche due slam al mese. Consigli da dare? Sì, ne ho. Di viaggiare tanto e vedere più
realtà possibili, per capire e vivere dal di dentro la realtà dello slam in Italia, di viverlo prima di farlo. Oggi sono molto contenta di vedere crescere nuove realtà in Sicilia, come il Collettivo 720 di Niscemi.

Col tuo collettivo ti sei trovata, tra le altre cose, a gestire eventi che mettono in relazione il linguaggio della slam poetry e del rap con quello della moda, che è uno degli ambiti di cui ti occupi lavorativamente. Com’è stato questo esperimento, e su quali basi hai deciso di mettere in comunicazione due mondi che spesso vengono percepiti come fortemente distanti?

Perché distante e vicino spesso combaciano. Ho lavorato nel mondo della moda, per poi dare vita a un festival di aria internazionale targato Vionnet, il Sikelia Fashion Day. SFD prende le distanze dal classico evento di moda, favorendo la storia dei designer e soprattutto start up o innovazioni. Non ho riflettuto molto su come unire questi due mondi, perché certe cose le senti nello stomaco e sai che devi farle, non
importa come e purtroppo o per fortuna, sono circondata da artisti, nonché amici, folli tanto quanto me. Tutto questo ha dato vita ad una sfilata di moda che ha sostituito il sottofondo musicale con le strofe rap e la poesia di Giovanni Arezzo (Soulcè) e Kento. Se mi chiedi come è stato ti rispondo sublime, come tutte le cose che senti dentro.

Il tuo rapporto con lo slam, e con la parola agìta in senso ampio, è però precedente alla nascita del collettivo: come ti sei avvicinata a questo mondo?

Io amo le parole, il loro potere di creare e di distruggere. Amo ascoltarle, farle uscire dalla bocca ma soprattutto dalle mani, non ho memoria di una me senza matita o penna in mano, puoi proprio immaginarmi cosi anche dentro il pancione della mamma se vuoi. Sono una di quelle persone che ti chiede di fare silenzio se c’è un pezzo da ascoltare perché devo sentire il testo, le chiusure, le barre… sì, le barre. Il mio grande amore è stato l’hip-hop, in tutte e 4 le sue discipline, ma il rap è stato quello che ha dato sfogo a tantissima me su fogli e microfoni. Eravamo poche le ragazze che facevano rap, ma questo non mi è mai interessato più di tanto, anche se forse lo ha reso un po più complicato. Crescendo ho scritto di tutto, in varie forme, dalla prosa alla poesia. Di poesia ne ho letta davvero tanta prima di cominciare a scriverla. Lo slam è stato il matrimonio perfetto tra svariate parti di me (ho la luna in gemelli, pensa un po’ che casino) ha unito le parole, la poesia e la performance facendomi sentire finalmente a casa.

Durante il Covid ti sei occupata di organizzare un evento a cadenza regolare che poi si è trasformato in un progetto performativo live che cambia di evento in evento, sia per contenuti che per partecipanti. Ce ne puoi parlare un po’ meglio?

Durante il Covid invece di chiudere ho aperto una delle porte più belle della mia vita: la porta di Katharticon. Katharticon nasce virtualmente in tempi di pandemia. Dieci settimane di lockdown in cui poeti, musicisti, attori e artisti di tutta Italia si sono riuniti in una diretta settimanale per dar vita ad una performance virtuale scegliendo di volta in volta un nuovo tema e componendo degli inediti. Ad agosto
2020 debutta per la prima volta live a Noto, allontanandosi dal virtuale e diventando un vero e proprio progetto artistico itinerante e poliedrico. La formazione vanta dagli otto ai dodici artisti sul palco ed essendo un progetto diffuso su territorio nazionale spesso cambia formazione oltre che presentare un nuovo tema per ogni live. Tra gli artisti sul palco oltre me, Alice Sgroi, Giovanni Arezzo, Giuliano Logos, Emenuele Ingrosso, Reiwa Pia, Sebastiano Mignosa.

Nel calderone dei tuoi progetti futuri c’è anche Checkpoint, un progetto a cavallo tra spoken word e cantautorato che stai costruendo con Reiwa Pia e che vi sta portando a viaggiare per diverse città. Come si sta strutturando il vostro lavoro, e com’è entrare in dialogo con un linguaggio come quello del cantautorato? E oltre a questo, hai altri progetti poetici su cui stai concentrandoti?

Si, Checkpoint è salvezza, rinascita, scoperta, ricongiungimento. Io e Reiwa lo stiamo scrivendo tra le strade d’Europa, è un varco, un portale che ti porta inevitabilmente dall’altra parte. Ci sono tappe più significative di altre all’interno dello spettacolo, tra queste sicuramente Tirana, in Albania. Reiwa è una musicista, una cantautrice che vive di parole come me e che ama viaggiare quanto me; una notte a Bucarest durante una stesa di Tarocchi di Marsiglia ho buttato giu una poesia e lei c’ha un po musicato sotto, ci siamo guardate e abbiamo detto: “questa città è un checkpoint”. Il 2024 è un anno complesso e rivelatore per entrambe, ci stiamo sperimentando e riscoprendo, per questo posso dire senza giri di parole
che questo spettacolo suonerà le corde della nostra anima, è un nostro manifesto. In tutto questo caos meraviglioso che sto vivendo ho anche deciso di mettere ordine tra le mie poesie mai dette, quelle nascoste tra i cassetti e gli armadi per ordinarle e dare loro possibilità di prendere un po’ di sole, diventando libro.