Luigi Socci (Ancona, 1966) è agente di commercio, poeta, performer, operatore culturale. Ha pubblicato Regie senza films (Elliot 2020), Prevenzioni del tempo (Valigie Rosse 2017), Il rovescio del dolore (Italic Pequod 2013), Freddo da palco (d’if 2009) ed è presente nell’antologia VIII Quaderno italiano di poesia contemporanea di Marcos y Marcos. Ha scritto centinaia di recensioni teatrali per Il Messaggero e Il Resto del Carlino. È direttore artistico del festival di poesia La Punta della Lingua e del concorso di videopoesia La Poesia che si vede.
Benvenuto Luigi, e grazie. Dunque, comincerei dagli inizi: quali sono stati i tuoi primi passi nello scrivere? Cosa ti ha avvicinato a questo desiderio?
Ti confesso che, pur amando molto la poesia come lettore fin dai tempi del liceo e pur studiando lettere moderne all’Università di Bologna, fino ai 25 anni non mi aveva colto il ghiribizzo di scriverne. Anzi, credevo che per essere poeti si dovesse essere obbligatoriamente defunti e che i viventi (me compreso) non avessero il diritto di scrivere poesia, visto che ce n’era già così tanta nelle antologie scolastiche. In ogni modo la prima poesia che ho scritto (e pubblicato), risale a quando avevo circa 18 anni, ma si trattava di una specie di filastrocca a tema seppellimento prematuro scritta quasi per scherzo e pubblicata nella posta dei lettori di uno dei primi numeri di Dylan Dog. Alla poesia “seria” arrivai 6/7 anni più tardi facendo cortocircuitare alcuni termini tecnici della filologia italiana (che stavo studiando in quel periodo) con vicissitudini amorose personali. Fin da quel momento mi apparve chiaro che stavo scrivendo per togliermi di dosso lutti personali di vario genere che, ingabbiati in una forma chiusa e “inchiodati” sulla pagina, diventavano meno dolorosi. Una necessità, dunque.
Tra le tue attività c’è anche la direzione de La Punta della Lingua. Cosa ha portato all’organizzazione di questa realtà, qual è lo sguardo con cui al momento ti muovi per costruire il programma delle sue edizioni?
Come mi è capitato di scrivere in altre occasioni, La Punta della Lingua è la continuazione della mia poetica con altri mezzi. Nel programma che allestisco da ormai più di vent’anni (e da 10 in collaborazione con Valerio Cuccaroni) c’è spazio per la poesia di ogni genere ed epoca. Dall’alto al basso, dal comico al tragico, dallo scritto all’orale, con un forte radicamento territoriale (la poesia delle Marche) e un’altrettanto forte vocazione internazionalistica. Un’altra caratteristica del festival è la propensione a ibridazioni tra poesia e altre arti, dunque molto teatro di poesia e/o a tema poetico, poesia visiva, musica, videopoesia, social media poetry e le nuove applicazioni tecnologiche di derivazione AI. Se dovessi riassumere in un frase sola il segreto del nostro festival direi: collaborazioni tra arti e tra persone. Senza l’entusiasmo e l’aiuto di tanti non se ne farebbe nulla.
Nelle tue poesie è presente un utilizzo chirurgico dell’elemento comico. In che modo consideri questo ingrediente e come lo dosi?
Per me l’uso del comico è sempre funzionale e mai fine a sé stesso. Uno strumento, dunque, e non una finalità. In particolare prediligo l’uso del comico in posizione incipitaria, come “captatio benevolentiae” nei confronti del lettore/ascoltatore. Una volta ottenuta la fiducia di quest’ultimo faccio di tutto per tradirla virando repentinamente verso i territori del tragico. Alcuni critici hanno coniato per la mia poesia tragicomica (o meglio hylarotragica), delle definizioni in cui ho finito per riconoscermi: Paolo Febbraro mi ha definito un poeta tragico che si fa comico per pudore, mentre Massimo Raffaeli ha parlato di un raro caso di buffoneria che non vuole rinunciare alla pietas. Non posso che ringraziarli.
Tu sei anche un PJ. Come hai costruito e sviluppato questa idea? Quali sono gli obiettivi che si prefigge un tuo set, quale la dimensione d’ascolto che vorresti creare?
L’idea non è mia. L’ho visto (anzi sentito) fare una quindicina di anni fa da Rayl Patzak, un poeta e DJ di Monaco di Baviera (oggi non più in attività) che non a caso invitammo a una delle prime edizioni della Punta della Lingua e la cui conoscenza devo a Lello Voce. PJ sta per Poetry-Jockey ma la finalità è la stessa di un normale DJ, cioè far ballare la gente. Il materiale utilizzato è frutto però di ben altra selezione. Personalmente, in una serata standard di circa un paio d’ore, io tendo ad alternare brani fatti e finiti di poeti-musicisti (spesso di area hip-hop ma non solo) come Kae Tempest, Saul Williams o Kendrick Lamar a mixaggi fatti dal vivo per l’occasione da me medesimo, e dunque di natura effimera e irripetibile (e rigorosamente diversa da una serata all’altra). Questa la parte più interessante e, per quanto mi riguarda, più creativa dell’operazione in cui posso far interagire basi strumentali (di musica elettronica, dance, rock, afrobeat etc) con le voci di Allen Ginsberg, Eugenio Montale, Amelia Rosselli, John Giorno, Ezra Pound, Nanni Balestrini e compagnia poetante. Il risultato, a un ascoltatore distratto, potrà sembrare identico a quello di una normale scaletta di disco alternativa, ma le voci e i testi che si sovrappongono alla musica sono dotati di ben altra densità. Inoltre grazie alle funzioni dei programmi di mixaggio che utilizzo è possibile effettare le voci, scomporre e ricomporre i testi cambiando l’ordine dei versi o campionandone solo alcune parti o, addirittura, utilizzare alcuni versi particolarmente memorabili replicandoli come veri e propri ritornelli o slogan. Ovviamente è necessario conoscere bene sia la poesia che la musica che si vanno a utilizzare.
Parte della tua storia ha attraversato il mondo del poetry slam. Come lo hai conosciuto, quali ricordi ti ha lasciato? Dal tuo punto di vista, cosa vorresti comunicare alla scena attuale?
Ho fatto parte della primissima ondata del Poetry Slam italiano, sia come poeta che come Mcee e organizzatore. All’epoca (circa vent’anni fa), non esistendo ancora una scena a cui fare riferimento e, di fatto, non esistendo slammer veri e propri, bisognava arrangiarsi con quello che passava il convento, ovvero andare a cercare poeti con una certa capacità di tenere il palco e che non si impappinassero al secondo verso. La ricerca e la sperimentazione avveniva, dunque, principalmente all’interno del mondo della poesia. La varietà che ne nacque non è stata più eguagliata: poeti sonori di livello internazionale si avvicendavano a poeti cabarettisti, poeti rapper, poeti performer, poeti e basta che accettavano l’invito a partecipare (salvo poi pentirsene, in alcuni casi), comunque poeti. Sembrava, a me e ad altri, che il format poetry slam adeguatamente personalizzato potesse rappresentare una via d’uscita dall’ambiente asfittico e omologato di tanta prassi poetica di quegli anni e che la dimensione teatrale del dispositivo, con la “democratizzazione” del pubblico che ne sarebbe conseguita, fosse il giusto antidoto a un’idea di poesia a uso esclusivo degli specialisti. Volevamo, in parole povere, che la poesia uscisse dalla tana, o almeno dalla nicchia. Oggi più che di poetry slam (cioè di format) nella maggior parte dei casi mi sembra si possa parlare di “slam poetry”, cioè di un sottogenere poetico vero e proprio, una poesia da slam, omologata tanto quanto quella a cui si tentava invece di reagire alle origini del fenomeno. Il mezzo è diventato il messaggio. Quella fusione tra diversi mondi poetici che si tentò di creare agli inizi non è più all’ordine del giorno e gli slammer (alimentandosi troppo spesso solo della “poesia” di altri slammer) annunciano i propri testi come “pezzi”, neanche più come poesie. Un’ennesima nicchia, insomma, un’altra forma ormai codificata non diversamente da altre in circolazione. Il consiglio che mi sento di dare a chi si affaccia ora sulla scena è di provare a sperimentare di più, sia sul linguaggio che sull’uso della voce, anche a costo di non compiacere istantaneamente la platea.
Un’altra tua area d’interesse è quella teatrale. Quanto c’è di questo mondo nel tuo approcciare il palco nel contesto di un reading? Più ampiamente, quanto l’idea di portarli su un palco (o di non farlo) dà forma ai testi che produci?
In quello che scrivo c’è certamente una vocazione teatrale o meglio performativa ma, allo stesso tempo, il teatro (e il linguaggio del teatro come serbatoio metaforico) è anche uno dei miei temi prediletti, un contenuto vero e proprio. Direi che la dimensione performativa è per me successiva a quella della scrittura e solo dopo che il mio “teatro di parole” (per citare Angelo Maria Ripellino) è stato ben congegnato e fissato sulla pagina, può provare ad avventurarsi sulla scena. Ma non tutti i testi sono adatti a essere declamati e alcuni hanno bisogno di alcune modifiche (meglio dette semplificazioni) per essere esposte a un pubblico di uditori.
Infine, attorno a cosa stai lavorando in questo periodo?
Sto cominciando ad organizzare del materiale prodotto negli ultimi anni in vista di una nuova pubblicazione. Non se ne parlerà primo di un paio d’anni ma posso anticiparti che ci saranno poesie mistiche ispirate ai pizzini di Bernardo Provenzano, un resoconto in versi di una visita a una galleria d’arte in pieno covid e una suite dedicata alle artemie saline, anche dette “scimmie di mare”. Il titolo (provvisorio) del libro è, al momento, Galleggiamenti e affondi. Poi sto cominciando a mettere mano al programma della Punta della Lingua che si dovrebbe tenere come al solito ad Ancona e nel resto delle Marche dalla fine di Giugno ai primi di Luglio.