Laura Grecale nasce nel 1994 a Crema. Poeta e fotografa, ha autoprodotto due raccolte di poesie con inserti fotografici: Accendini (2021) e Le Radici dalle Spine (2023). Performa poesia dal vivo partecipando a poetry slam ed eventi tekno tra squat e occupazioni tra l’Italia e Bruxelles, dove collabora con il collettivo SOS Colombia. Ha all’attivo due progetti di spoken poetry tekno: in Italia con Swoosh e in Francia con Sandy Valdarno (Kaya Habits).
Benvenuta Laura, grazie per essere qui. Dunque, tu hai cominciato presto a performare e dar vita ai tuoi scritti: come è cominciato tutto? Quali sono le evoluzioni che, col tempo, il tuo progetto poetico ha visto?
Grazie mille a te per avermi invitata. Per quanto riguarda la scrittura, credo sia qualcosa che ho sempre coltivato. Quando ero piccola vivevo letteralmente in biblioteca e mi sono avvicinata alla letteratura abbastanza presto: a 12 anni ero già innamorata dei classici, a 15 ho iniziato a scrivere poesie. La prima volta che ho portato i miei testi in pubblico avevo 19 anni, all’Arci di Ombriano, vicino Crema. Per me è stata una vera e propria catarsi. Arrivavo dal mio primo periodo di vita all’estero in Spagna e quando sono tornata ho affrontato un inverno difficile, che ricordo ancora come uno dei più bui. Non uscivo più, avevo ridotto i contatti esterni al minimo ma leggevo sempre moltissimo, dalla filosofia alla poesia ai grandi classici. La sera io e mio fratello condividevamo le citazioni che ci avevano colpito di più e poi ciò che scrivevamo, dalle canzoni alle poesie. Le notti passate sul balcone con lui sono la base della mia formazione artistica e direi anche umana. Verso febbraio, se non sbaglio, mi contatta un poeta di Crema, Ed Warner, che ricordo con grande affetto, e mi propone di venire a leggere a una serata organizzata da lui, Poet-Astri. Nonostante la mia grande reticenza nell’uscire di casa, ho detto di sì. Perchè fortunatamente mi sono sempre nutrita di questo amore sconfinato per la poesia e per lei sono sempre stata disposta a fare tutti i sacrifici necessari: per me non c’è nulla al di sopra di questo amore. Quella volta credo che mi abbia ricambiato aiutandomi finalmente ad uscire, ad espormi. Ricordo che sul palco mi sentivo nuda, ma la mia voce era forte, era sicura. Non avevo mai provato nulla del genere, mi sono sentita finalmente nel posto giusto. Da lì è stato come se avessi distrutto il muro che mi ero creata, sono uscita dalla mia gabbia grazie all’unica cosa che per me sia mai stata importante: la poesia. Dopo poco sono venuta a conoscenza dei poetry slam ed ho iniziato a partecipare. Sono sempre stata una fan di Majakovskij, che faceva poesia “in piazza col megafono”, poesia “d’amore e di rivoluzione” e trovavo che gli slam, al tempo, abbracciassero questa filosofia.
Nella tua produzione la dimensione del viaggio, nel suo senso più ampio e profondo, è molto presente – penso ad esempio alla raccolta Accendini. Cosa pensi che doni il viaggiare alla tua poetica, e come vivi il viaggio come persona?
Per me viaggiare è sempre stata una forte esigenza fomentata da una grande passione per le lingue e le letterature straniere: è dentro la lingua che conosciamo la storia di un popolo, di un luogo. Ho scritto Accendini quando vivevo in camper lavorando nei campi in Francia, tra le orchidee e il mercato, vendendo le verdure che coltivavo durante la settimana. Quando sono partita ero molto inquieta, volevo scappare dall’Italia, da un paese in cui non mi riconoscevo. L’università mi aveva molto delusa e nonostante avessi scelto Lettere Moderne cercavo nello studio qualcosa che a vent’anni credo sia la domanda più urgente: la mia identità. Accendini parla di questo, del sentirsi scomodi, della non-appartenenza, della ricerca di una casa. C’è una poesia nella raccolta che dice “maniche tirate su/collaudano accendini /che sono come le mie poesie/entrambi facciamo molto rumore/ma se non bruciano a cosa servono” ovvero tutte queste domande fanno rumore, portano scompiglio, sono molotov nel cuore, ma se non ti portano da qualche parte a cosa serve viaggiare. Non posso dire che in quegli anni in Francia ho avuto tutte le risposte, ma sicuramente ho trovato il modo di dare un senso a tutte le mie domande. C’è una poesia che ho tenuto inedita scritta in quel periodo, che ogni tanto faccio ai live e che è estremamente personale, Grecale, e dice “Non sei fatta per restare, ma per raccontarlo“. Ancora una volta la poesia mi ha aiutato a trovare un senso al mio disordine: se non lo posso spiegare, se non posso risolverlo, almeno posso raccontarlo, per me e per chiunque viva questo.

Il linguaggio e la cultura della tekno incrocia quel che scrivi non solo col suo ruolo nel viaggio, ma anche nel tuo performare in quegli stessi spazi e nel dialogare con la cassa direttamente coi tuoi versi. Cosa hai osservato nel far convivere questi mondi?
Come ti dicevo io sono partita presto, a 18 anni, e da lì ho sempre viaggiato. Prima in Spagna, poi in Francia per quasi 5 anni in camper, con il mio amato Ford Transit del 78, soprannominato da Tizzi, il mio migliore amico e precedente proprietario, Trottolino amoroso. Quando ho iniziato a viaggiare avevo tantissime domande, soprattutto su chi fossi. Avevo bisogno di identità e di appartenenza, di casa. Ho trovato nel movimento tekno, nella Tribe, una famiglia sparsa ovunque. Quando sono tornata in Italia, un anno fa, ho sentito il bisogno di fare una sorta di restituzione a questo mondo, di portare i miei testi in spazi come squat, luoghi occupati, con la sola voglia di donare, di ringraziare. Ho trovato molto ascolto, cuori aperti disposti a commuoversi. Ricordo la mia prima performance al Kavarna, a Cremona, prima di un live set tekno. Camminavo tra le persone dicendo che a breve avrei iniziato a fare poesia, invitandole a entrare, e un ragazzo mi guarda stupito e dice: “ma come? non ce sta la tekno?”. Ho riso tantissimo, perché era la reazione che mi aspettavo e la sua spontaneità mi ha catturata. Io ho risposto che sì, certo che c’era la tekno, ma la mia non aveva musica. Quando ho finito la performance quello stesso ragazzo e molti altri sono venuti a ringraziarmi, a raccontarmi di essersi commossi. Uno addirittura mi ha detto: “è stato magico, ho sentito che mi lavoravi dentro mentre leggevi, è stato come un esorcismo dei miei mali”. Io ho fatto tanti live negli anni, sono stata a serate di poetry slam, in circoli letterari, a eventi molto formali ma mai, mai ho trovato come in un questo mondo un’attenzione e un’apertura così evidente. Perché penso che la poesia sia una puttana che si dona agli angoli di tutte le strade, l’ho sempre detto. Non va incastrata e pettinata in un circolo esclusivo, la poesia è di tutti. Soprattutto è di chi sa ascoltare e lasciarsi anche mettere un po’ in questione. E chi ascolta meglio di qualcuno che ama la musica e vibra per una cassa dritta estatica?
Nel tuo Le Radici dalle Spine approfondisci il tema delle tue radici Romaní. Come questa cosa si è intrecciata e si intreccia nel tuo vissuto e nella tua poesia?
Le Radici dalle Spine è nato dal mio bisogno di affrontare due grandi lutti che ho vissuto a distanza di pochi mesi: il mio migliore amico, Tiziano, il precedente proprietario di Trottolino e mio fedele e adorato compagno di viaggio in Francia in camper, e mio nonno Luciano, sinto. Quando sono mancati il mio mondo si è sgretolato. Queste due persone erano e sono le più importanti e significative della mia vita, sono coloro che davvero mi hanno aiutato a formare la persona che sono, Tizzi nella passione della poesia e della musica, nel viaggio, e mio nonno come esempio di amore, di ciò che è giusto, di come voglio essere come persona. Le mie radici sinti non sono mai state diciamo esaltate in famiglia, sono sempre state considerate un dato di fatto, qualcosa che c’è, punto. Quando mio nonno è mancato, ho realizzato che nessuno di noi conosceva la sua lingua madre e che lui stesso era sempre stato molto reticente ad insegnarla a me e ai miei fratelli. Perchè? Per proteggerci, perché “era meglio così, meno problemi”, diceva. Ho iniziato ad informarmi, a indagare e mi sono resa conto di aver sempre vissuto in una bolla privilegiata dove non ho mai dovuto affrontare il pregiudizio e il razzismo che perseguita il popolo Romanì. Grazie a alcune mie carissime amiche rom e sinte, Morena, Swami, Gemila, ho potuto ritrovare queste radici e diventarne cosciente. Ho fatto quello che si definisce “coming out etnico”. Ogni volta che ho detto “sono mezza sinta” ho avuto sì riscontri positivi, ma spesso anche risposte feticizzate (il classico mito dell’Esmeralda che balla a piedi nudi nei campi), ma anche molto razzismo. Una volta in un’enoteca dove lavoravo da un anno ho detto di essere sinta e il giorno dopo in negozio avevano messo 3 telecamere adducendo una scusa mentre la mia collega con cui fino a quel momento avevo un bellissimo rapporto aveva iniziato a seguirmi nel negozio, spesso appostandosi fuori dal bagno credo per paura che potessi accedere sola ad alcuni stock che avevamo sul retro. Ho iniziato a notare anche come le persone che avevo intorno usassero il termine z*ngaro con forti connotazioni negative e spesso mi trovo a fare informazione e divulgazione sul popolo romanì o a consigliare attiviste che ne parlano in modo informato, come la mia cara amica Morena Errani, grande scrittrice e poetessa. Portare il tema delle radici romanì anche in ambienti come quello del poetry slam per me è stata occasione di divulgazione, ma anche un esperimento: come dicevo, spesso il tema del popolo romanì viene feticizzato e declinato in una sorta di figurina nomade e scalza, solitaria e spensierata, come ho notato anche nell’ambiente poetico. C’è una poesia che si chiama 2k25 dove parlo di questo e non smetterò mai di portare il tema all’attenzione di un pubblico vario e ampio come quello degli slam nonostante mi sia anche ritrovata ed essere chiamata z*ngara dal pubblico, con l’idea di prendermi in giro. Questa coscienza delle mie origini per me è diventata fondamentale, perché sento che restituisce voce alle origini sinti di mio nonno e alle mie. Le Radici dalle Spine parla di questo processo e penso che il titolo ne mostri il percorso.

Le tue due raccolte precedentemente citate hanno in comune il fatto di essere autoprodotte: l’autoproduzione è una scelta che può avere molte nature, come sei arrivata a questa decisione e che significato le dai?
L’autoproduzione è una scelta che mi ha insegnato davvero tantissimo e che col passare del tempo è passata dall’essere dettata dalla semplice esigenza di far circolare le mie poesie a qualcosa di più cosciente. Autoprodursi richiede un lavoro a tutto tondo. Partendo dai testi cerchi una coerenza, un filo rosso, un ordine e un senso tematico. Una volta fatto questo, che secondo me è il lavoro più complesso perché si lavora su testi propri e allo stesso tempo bisogna avere un occhio oggettivo ed esterno, si passa alla grafica. Nel mio caso lo storytelling poetico si mischia alla sequenza narrativa delle fotografie (che hanno richiesto sviluppo stampa scansione e a volte editing o manipolazione come la tecnica che uso dell’incisione). Bisogna poi che questi linguaggi, poetico e visivo, parlino tra di loro, che le foto e le poesie seguano la stessa storia. Dopo la parte grafica c’è la stampa ed infine la distribuzione. Penso sia un lavoro che spesso viene sminuito dalla mancanza di una casa editrice alle spalle. Io credo che valga molto di più una zine che vive tutto questo lavoro piuttosto che una casa editrice che ne smembra e manipola ogni aspetto. Come artista (anche se non amo definirmi tale per non peccare di presuzione) voglio seguire il processo dall’inizio alla fine, curandolo personalmente nei minimi dettagli. Aggiungo che l’autoproduzione esula dalle logiche di mercato che dettano le preferenze di una casa editrice. La domanda non è più “è vendibile?” ma diventa “è in grado di parlare alle persone?”. Senza marketing, senza budget, senza strategie: è il mio lavoro, puro, crudo fino all’osso. Se circola vuol dire che vale e non devo ringraziare nessuno per questo, solo il sangue che ci ho messo.
Infine, al momento su quali progetti ti stai concentrando? Ci sono delle anticipazioni che puoi farci?
Allora, posso dirti che sto lavorando al terzo libro e ho già molto chiaro l’argomento, ovvero la dipendenza. Non voglio spoilerare troppo ma sto cercando di affrontare la correlazione tra fame e amore e le sue declinazioni secondo la mia esperienza personale e quella affidatami da care amiche. Allo stesso tempo vorrei approfondire il discorso con la tekno, dopo Smash Repression in my Heart, fatta con Swoosh, vorrei continuare ad esplorare. Non escludo di droppare a breve anche qualcosa che sia più vicina al genere trap, stay tuned, nei prossimi giorni uscirà la mia nuova poesia: Panagulis. Chiaramente sarà un po’ un dissing, sai che io sono una che ama far rumore.