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Intervista a Gabriel Mastrandrea – Ossi di Nutria

di Isidoro Concas

Gabriel Mastrandrea, classe 2000, è uno slammer, MC (sia nell’accezione rap che in quella slam del termine) e performer con base in Toscana, facente parte assieme a Danna e a Tommaso Virga del giovane collettivo Ossi di Nutria.

Benvenuto, Gabriel. Il tuo ingresso nel mondo dello slam è stato relativamente recente, ma con alle spalle anni di altre esperienze con la parola. Come sei arrivato al poetry slam?

Il primo contatto in assoluto con lo slam è stato qualche anno fa, quando curiosando su internet incappai in un paio di video di Giuliano Logos. All’epoca mi fermai lì, senza approfondire oltre, per un motivo o per un altro. Circa un annetto fa, tuttavia, un mio amico scoprì i Ripescati dalla Piena in una birreria che frequentavamo spesso e mi invitò a vedere un loro evento. Da lì, colpo di fulmine – probabilmente merito di Mattia Zadra con la sua poesia sui poeti. Tra l’altro, senza ancora saperlo, stavo anche assistendo al primo poetry slam in assoluto del futuro Osso Tommaso! Di lì a poco ho provato a scrivere qualcosa e ho iniziato a flagellare i poveri Ripescati stalkerandoli ad ogni evento… penso che nei loro sogni più rosei ci sia quello di tornare indietro nel tempo e rimanere a casa quel giorno invece di andare all’Alibi, ma così è la vita.

In quale modo pensi che le specifiche del linguaggio del freestyle possano essere entrate nel tuo poetare? 

Difficile stabilirlo, inizialmente ho vissuto l’incontro con lo slam anche come un momento di stacco dalla mia esperienza artistica precedente. Non solo perché non mi ritrovavo più nell’ambiente, ma anche perché nel freestyle, e ancora di più scrivendo pezzi rap, ero giunto a una ricerca esasperata del tecnicismo che mi aveva un po’ bloccato a livello creativo. Per questo quando ho iniziato a scrivere per il mio primo poetry slam mi è venuto spontaneo liberarmi delle rime e lasciare andare la penna in maniera totalmente libera. Piano piano, adesso, sto cercando però di reintegrare nella scrittura anche le mie esperienze precedenti per cercare di limitarmi il meno possibile; anche perché, dopo la prima fase di sperimentazione, anche scrivere appositamente per lo slam è diventato limitante. Sono alla ricerca di una scrittura il più libera possibile, anche se in questo non so che posto possano trovare le caratteristiche del linguaggio del freestyle. Oltre ad essere molto specifico, estrapolato dal suo contesto è di difficile integrazione nei testi, specie il freestyle da battle, che è solitamente finalizzato allo scherno. Probabilmente, a pensarci bene, ciò che è passato di più dal freestyle al mio poetare è il giocare con la parola, insieme all’amore per le frasi ad effetto, anche se in poesia sono più difficili da azzeccare che in un contesto finalizzato ad esse. Sto cercando progressivamente di trovare un equilibrio.

Fai parte di un giovane collettivo di slammer, Ossi di Nutria, che organizza eventi nell’area toscana. Com’è nata la volontà di passare anche al lato organizzativo, in tempi relativamente brevi dal tuo inizio come slammer? Quali sono state le necessità che vi hanno portato al desiderio di riunirvi in collettivo?

È stato un po’ un insieme di cose, in primis c’è stata l’amicizia con Tommaso e Danna, che si è consolidata sin dalle prime esperienze. Se ci penso, ci sono tante coincidenze che sembra quasi dovessimo incontrarci per destino. Il primo poetry slam a cui io abbia mai assistito è stato il primo di Tommi da partecipante, che poi era presente al primo di Danna, ed entrambə erano in gara quando mi sono buttato io (che al mercato mio padre comprò). Abbiamo iniziato più o meno tuttə nello stesso momento ed abbiamo condiviso i primi passi nell’ambiente. Inoltre, io sono una persona molto appassionata, forse troppo: quando scopro un nuovo interesse mi ci butto a capofitto, di solito anche in maniera piuttosto sconclusionata. Per fortuna ho ritrovato questo temperamento anche negli altri Ossi e così, partendo dall’amicizia e dal tentativo disperato di fare un neurone in tre, abbiamo deciso di unirci e cercare di creare qualcosa. Per ora sta funzionando alla grande! Oggettivamente non potevo chiedere compagnə migliori. Il collettivo per me ha aumentato esponenzialmente il divertimento e la positività con cui mi vivo i poetry slam: farsi i viaggi insieme, poter tifare l’unə per l’altrə, aggiunge tantissimo all’esperienza. Inoltre, avere un collettivo ti permette una sperimentazione artistica maggiore, con pezzi o spettacoli di gruppo, e un confronto continuo libero dal giudizio, che non può fare altro che aiutare a crescere. Sul piano pratico, poi, ti dà accesso a tutta una serie di esperienze che altrimenti sarebbero impossibili (o comunque più complesse) da raggiungere, come ad esempio partecipare ai Fight Club, o anche semplicemente l’organizzare eventi, che mi piace tantissimo perché ti dà l’occasione di goderti la serata in un ruolo diverso dal partecipante e quindi godertela ancor di più.


Scherzavo, è per i post-serata da sbronzə insieme a tutta la bella gente che viene! 

Ma tra l’altro, da dove è nato il nome Ossi di Nutria?

Ovviamente da un bicchiere di troppo bevuto in Pescaia, sulle rive dell’Arno. Ci è passata davanti una nutria mentre parlavamo di Montale ed abbiamo deciso di porre fine ai suoi sonni tranquilli. La cosa bella è che il collettivo non era ancora in programma. Solo che poi ci siamo guardatə in faccia e ci siamo dettə “Ossi di Nutria è un nome troppo trash, non possiamo sprecarlo”, il resto è storia. Il chè implica che la mia risposta alla domanda precedente è in realtà falsa: abbiamo creato un collettivo per dare un corpo al nome “Ossi di Nutria”.

Prima dell’ingresso nella scena slam sei stato il protagonista di uno dei primi episodi di All Bars Game, che come format spoglia le barre rap della strumentale proprio per portare il focus sulla performance del testo. Puoi considerarlo come un’anticipazione di quel che poi avrai fatto? E, capovolgendo gli scenari, riusciresti a immaginare un confronto diretto tra slammer che riprenda più la frontalità delle battle che l’indipendenza autoriale dello slam?

Sicuramente è quanto di più vicino allo slam abbia provato a fare prima di conoscere questo ambiente. C’è da dire che io ho orientato il mio intervento in maniera piuttosto “rappusa”, anche perché c’erano dei trascorsi dietro, ma il format permette un certo grado di libertà e si sono viste performance che pur affondando le loro radici nel rap si sono avvicinate alle specifiche dello slam, come ad esempio quella de Il Dottore. Se dovessi tornare a fare qualcosa di più vicino al rap, l’All Bars sarebbe sicuramente uno dei format che mi interesserebbero di più, specie al netto delle mie nuove influenze artistiche. Un confronto di quel tipo sarebbe sicuramente molto stimolante e senza dubbio interessante da vedere, si potrebbe provare! Il confronto diretto, tuttavia, introduce una componente di competitività non indifferente rispetto allo slam, che andrebbe saputa regolare. Una delle peculiarità che più apprezzo di questo mondo è proprio l’assenza quasi totale di competitività, se non sotto forma di stimolo. È raro e credo sia un clima prezioso, da mantenere, ma la sperimentazione è sempre ben accetta e anzi, oserei dire necessaria!

In questi mesi hai portato in giro il tuo primo spettacolo di poesia performativa, hai partecipato agli slam e hai presentato quelli degli Ossi: quali saranno i prossimi passi che immagini vorrai fare?

Sicuramente vorrei cercare, pian piano, di portare lo spettacolo in giro in più posti possibili, perché anche rispetto al format del poetry slam, che amo, ti dà una dimensione espressiva infinitamente più ampia e variegata. Oltre a ciò, quest’anno insieme anche allə altrə Ossi di Nutria stiamo cercando di girare più che possiamo: tentare di arrivare alle nazionali devo dire che è un bello stimolo, specie per le buone energie che ci si portano a casa in quei giorni. Inoltre, vorrei prima o poi iniziare ad esercitarmi seriamente per buttarmi nell’impro-slam. Sul piano organizzativo, poi, stiamo cercando di fidelizzare dei locali in modo da poterci permettere, col tempo, di organizzare anche spettacoli. In questo avere due collettivi che operano nelle stesse zone è fantastico, perché oltre a passarci i contatti a vicenda riusciamo a dare molta più varietà. I Ripescati, per esempio, essendo più rodati si possono permettere di chiamare nomi un po’ più grossi, ma anche nella scena emergente c’è tantissima gente di qualità e mi piacerebbe dare risalto anche a loro! Spero di poter darvi presto delle notizie a riguardo. Grazie mille per la possibilità e per le domande, ci ho trovato degli spunti di riflessione molto interessanti!