Antonio Turano, in arte DonGocò, è RAP: Rapper, Arteterapeuta, Psicoterapeuta. Oltre alla carriera artistica e all’attività clinica tiene laboratori rap ed è portavoce della rete Keep It Real per promuovere la pedagogia hip-hop come strumento educativo per adolescenti. Scrive barre e fa freestyle dalla fine degli anni ’90, pubblica diversi album tra cui To Do (2004), ‘Na continuazione (2011), Keepalatarockers EP (2014), Conclamata normalità (2017), Pezzi di me (2021) e il recente Sudconscio, collabora con penne di spicco del rap nostrano come Kiave, Lord Madness, Dj Lugi, Kento e Jack The Smoker e raggiunge palchi come quello del Rototom Sunsplash e contest come il Tecniche Perfette. Recentemente ha dato vita, assieme al collettivo Arcadia333, al circuito Poetry Slam Calabria.
Benvenuto Antonio! Grazie per essere qui. Partirei col chiederti come ti sei avvicinato allo slam e come è nata Arcadia333, e da lì come è arrivato il desiderio di far nascere Poetry Slam Calabria.
Grazie Isidoro per questo spazio e per l’interessamento ai miei e nostri progetti! È un percorso molto confuso e irregolare, ma provo a mettere ordine! Parte tutto dalla Calabria, dove nel 2023 ho deciso di tornare dopo 25 anni passati a Roma. A Roma avevo sfiorato e incontrato il poetry slam ma per qualche strano motivo, che ancora non mi spiego, non aveva mai attecchito in me. Ti giuro, non capisco ancora come possa essere stato possibile, ma così è. Nel 2023 inizio la mia “ritornanza” verso sud mentre sto completando il mio sesto album solista, Sudconscio… titolo non casuale! Tornando in Calabria ho trovato tanti artisti, tanta arte che fremeva rinchiusa in piccoli spazi privati, nascosti, a mio avviso non abbastanza valorizzati, che impoveriscono perché non si permettono di contagiare. La Calabria è “ricca di questa povertà”. Pensa che prima di partire, nel 2000, in Sud Side Story, scrivevo: “vedo il terreno meridionale come un gioielliere, tesori in casseforti ma a combinazioni milionarie”. Decidendo di tornare sentivo di dover cercare qualche “combinazione” e per farlo ho trovato molti alleati. In particolare Mela, e poi anche Vincenzo, con i quali abbiamo iniziato a pensare come e cosa poter fare per dare spazio a tutti i talenti del nostro territorio. Così è nata l’idea di Arcadia333, sulla scia della storia letteraria del nostro paese, Roggiano Gravina. Infatti nel 1690 un nostro illustre concittadino, “Il Gravina”, fondò proprio a Roma l’Accademia letteraria dell’Arcadia. Questa volta, invece che andare verso Roma, l’Arcadia rinasce con qualcuno che torna da Roma nel 2023, giusto giusto 333 anni dopo, numero angelico che ci ha colpito e confermato la scelta: Arcadia333. Ma c’è un altro elemento che secondo me è stato importante: negli anni precedenti avevo partecipato a molte tappe del tour di Donne Luce, un progetto documentaristico creato dalla mia compagna, che avevo accompagnato in giro per l’Italia in diverse proiezioni alla fine delle quali si creava sempre un cerchio di condivisione. Io avevo esperienza di gruppi terapeutici, ma questo era diverso: seppur non ci fosse intenzione di “terapia” con la condivisione in cerchio delle proprie esperienze, ben custodito perché non si cadesse nel giudizio e nel “dibattito”, si creava un tessuto umano ricchissimo e ogni evento era di uno spessore umano sconvolgente. Allora ho sognato di farlo anche noi, con la poesia. I primi incontri di Arcadia333 erano solo di condivisione poetica, invitando nel cerchio amici e compaesani che sapevamo o immaginavamo avessero qualcosa “nel cassetto”… ti assicuro che, pur immaginandolo, la sorpresa è stata enorme! Sono venuti fuori tantissimi autori e autrici di opere davvero di grande ispirazione. Ogni incontro diventava un cerchio di condivisione di grandissimo nutrimento. Poi avevamo anche un momento di musica improvvisata e laboratorio musicale sul ritmo: lo sappiamo, la poesia senza ritmo… non si può! Anche in questo il rap mi è stato di grande insegnamento: Rhythm And Poetry! Arcadia333 così ha iniziato a muoversi per portare il cerchio di poesia in diversi luoghi: locali pubblici, associazioni di volontariato per anziani, Azione Cattolica, scout, strutture di riabilitazione, biblioteche… ovunque la poesia fosse richiesta, arrivava ad aprire spazi di condivisione e ascolto. Abbiamo creduto e riscontrato da subito il valore educativo di questi momenti per la comunità. Così facendo abbiamo intercettato sempre più penne, ognuna delle quali approccia alla scrittura in modo diverso ma tutte desiderose di altri incontri, sia per condividere i propri componimenti ma soprattutto per allenare l’ascolto, che è diventato l’obiettivo principale dei nostri incontri. Ma il poetry slam non era ancora nella mia mente: l’idea della competizione poetica non mi eccitava affatto. Maria Carmela invece, Mela, conosceva e seguiva già da anni la LIPS e molti suoi “poeti di punta”; me ne parlava con entusiasmo, ma io rimanevo testardamente impermeabile al fascino che aveva su di lei e che cercava di farmi comprendere. In qualche modo però, a livello subconscio direi, mi stavo persuadendo… fino ad arrivare all’epifania! Una sera decido di andare a uno slam di Spoken – Poesia e Rivoluzione: il poetry slam compare in modo irrimediabile nel mio campo visivo! Era giugno 2024. Avevo pubblicato da pochissimi giorni Sudconscio, nel quale mi ero finalmente permesso anche brani più sperimentali. Ho sempre amato i monologhi del teatro canzone di Giorgio Gaber, che per me sono stati un riferimento fortissimo, ma non mi permettevo mai di pubblicare i miei, per una sorta di riverenza con la quale ponevo quel tipo di espressione a un livello troppo sacro. Che pensiero stupido! Ma qualche volta, si sa, va così?! Comunque, per non divagare troppo, nell’album decido di inserire questi brani di prosa come Il vuoto, Saper esitare, Patuto, e brani musicati ma molto adattabili anche al poetry slam come Il genio e Ti canusciu cirasu. Così mi permetto di andare e partecipare, anche grazie all’incitazione e al sostegno di alcune persone che mi erano vicine in quel momento, che ne sentivano più di me il potenziale. Mi piace subito tantissimo! Capisco ancor di più che la competizione poetica non esiste, anche se partecipi a un poetry slam. Tutto sta nel come la vivi. Puoi viverla come una gara, sì, ma se sei certo del fatto che la poesia non può essere realmente valutata, giudicata e comparata ad altre, in quanto espressione unica di una persona, allora la competizione diventa solo un contenitore, un meccanismo, una buona scusa per condividere il proprio mondo interiore. La gara mette un pizzico di pepe che ti spinge a fare attenzione all’esposizione, alla delivery: cerchi, per la gara, di rendere quanto più fruibile il tuo pezzo agli altri, e questo non fa bene solo alla gara, fa bene alla poesia. Quindi ne capisco il senso altissimo e decidiamo con Mela, che come detto era già pronta, di provare a creare il coordinamento LIPS calabrese che mancava. Abbiamo avuto in questo il supporto di Spoken, che pur stando principalmente a Roma è stata entusiasta di contribuire all’espansione calabra: anche grazie alla presenza di Kento e Camilla, che conoscono bene la nostra terra e avevano già molti contatti, abbiamo iniziato a connetterci con altre realtà del territorio. La Calabria ha un pregio/difetto molto grande: è molto grande. Collaborare tra realtà anche a 250 km di distanza non è semplicissimo, ma abbiamo trovato persone mosse da una passione altrettanto chilometrica, con le quali stiamo andando verso la realizzazione del nostro progetto.
Un altro luogo dove la tua scrittura abita profondamente è il rap. Come ti sei avvicinato alla cultura hip-hop, e come hai mosso i primi passi nello scrivere barre?
Il primo contatto è stato con il rap, con la musicassetta di La mia moto di Jovanotti nel 1989. Avevo 7 anni e questo parlato a tempo mi piaceva proprio tanto! Mi avevano diagnosticato dei disturbi del linguaggio che dopo poco svanirono naturalmente perché iniziai a ripetere a memoria quei testi, quelle parole a tempo che sostituirono il percorso di logopedia che avevo appena iniziato. Molte di quelle parole mi erano totalmente sconosciute, non sapevo il significato ma ne percepivo il senso, e questo mi affascinava. Molti anni dopo, quando conobbi Neffa e sentii “se non capisci le parole puoi sentire il funk”, riconobbi subito quella sensazione che già da bambino mi aveva guidato in quella scelta. Per anni, malgrado in Italia la scena Hip-Hop fosse già bella viva, a me, nella provincia cosentina, in un paese di 8mila anime (nel decennio prima di 8Mile 😂), non arrivava altro che Jovanotti. Fino a quando un amico venuto dalla Svizzera, in vacanza dai parenti, mi fece capire la differenza tra quella musica che io credevo unica espressione possibile del rap e gruppi come Wu-Tang, Boot Camp Clik, Sunz of Man, Heltah Skeltah, e iniziò a farmi capire qualcosa di più! Inoltre mi portò un paio di audiocassette piene di strumentali di questi gruppi, sulle quali mi invitò ad iniziare a scrivere: non mi pareva vero, potevo farlo anche io! Una scoperta che cambiò radicalmente la mia vita. All’inizio fu difficile: non riuscivo ad avere dei riferimenti e ricordo che, mentre studiavo, iniziavo a trascrivere di nascosto le canzoni di altri rapper italiani ai quali intanto avevo avuto accesso. Uno dei primi brani che trascrissi fu Solo hardcore dei Colle der Fomento. Ebbene sì, il primo brano che ho scritto di mio pugno fu Solo hardcore dei Colle: loro non lo sanno, e non gliene potrà fregare nulla in effetti, ma per me fu importante, perché dopo averlo trascritto avevo imparato qualche cosa: la struttura. Mi sembrava tutto più possibile e da lì in poi dovetti solo mettere le parole mie al posto delle loro. Scoprivo ogni giorno di avere tante cose da dire che essendo un ragazzino molto introverso non riuscivo a tirare fuori con nessuno, né amici né parenti; ero molto più bravo ad ascoltare che a raccontarmi. Il rap invece, il foglio bianco, con quelle barre brevi e sintetiche, mi permetteva di esprimere parte di tutto quel mondo interiore inespresso. La cultura Hip-Hop continuò ad arrivare grazie alle fanzine che insieme a degli amici writers del mio paese prendevamo in edicola. Della più nota, Aelle, ne arrivava una sola, quindi facevamo a gara per chi la intercettava prima e poi comunque la condividevamo in lunghi pomeriggi chiusi in garage o nelle macchine dei genitori ad ascoltare musica e guardare le foto dei graffiti provenienti da tutto il mondo. Loro disegnavano, io, negato, mi occupavo di tenere accesi i fari del mio scooter per far luce mentre dipingevano. E mi sentivo comunque utile alla causa. Una volta mi taggai anche “The Lighter”! Poi iniziai a partire a 16/17 anni per le jam in giro per l’Italia; ogni volta che era possibile prendevo un treno e andavo, ero proprio affamato di questo mondo che puzzava di spray, beat ripetitivi e gente che faceva acrobazie per terra. Mi sentivo nel posto giusto, anche se non mi riconoscevo abile in nessuna di quelle discipline. A 16 anni da Cosenza mi feci 3 giorni di viaggio in treno tra andata e ritorno per stare circa 4 ore a una jam vicino Pisa, il Castle of Boom, ma prima dell’inizio dei live dovetti andare via perché poi i treni sarebbero finiti. Una cosa pazzesca! Ma ne valse la pena!
Il tuo ultimo album è decisamente più eclettico della tua produzione precedente e accoglie una grande varietà di approcci, comprese anche derive poetiche. Cosa ti ha portato a queste aperture e cosa ti hanno portato a loro volta?
Come anticipavo prima, avevo da tempo nell’hard disk i brani poetici, ma anche quelli che rientrerebbero più in una categoria diciamo cantautorale. Però fino al 2023 non mi ero autorizzato a farli uscire perché ero molto legato da uno stereotipo da rapper. L’Hip-Hop è una cultura ampia e può potenzialmente dare spazio a tutte le forme espressive però ha, come tutte le cose della vita, anche dei lati ombra. Uno di questi è, soprattutto in alcune frange della vecchia scuola, una sorta di ortodossia che mal si sposa con il mondo dell’arte, della creatività e soprattutto dell’espressività umana. Per quanto in qualche modo lo abbia sempre saputo, farci poi veramente i conti e permettermi di sentirmi libero di esplorare tutte le forme e formule musicali che mi sentivo di calzare è stato un lavoro non banale. Sicuramente in questo mi ha aiutato negli ultimi dieci anni aver incontrato tantissimi musicisti afferenti alla comunità del Ritmo con Segni. È un metodo di conduzione dell’improvvisazione musicale creato da un argentino, Santiago Vazquez, che permette di creare e arrangiare in tempo reale improvvisazioni musicali, generando veri e propri arrangiamenti per tutte le sezioni dell’orchestra e anche per i singoli musicisti. Questo ha un potenziale creativo incredibile e, soprattutto, farne esperienza come musicista arricchisce tantissimo l’immaginario musicale. Suono con molte formazioni, tra cui i Play the Ritmo, presenti anche nel disco, che mi hanno dato la possibilità di confrontarmi con musicisti di estrazioni molto diverse tra loro – jazz, folk, rock, cumbia, classica – per scoprire che quando si suona insieme e si riesce a creare il feeling non esiste genere musicale: la musica è una. Questo mi ha permesso di fare pace anche con le mie correnti interne provenienti da generi diversi, perché nelle mie esperienze di ascolto musicale non c’è stato solo il rap, anzi, posso tranquillamente dire che limitarmi per molti anni a fare solo rap è stata la vera costrizione, alla luce di quanto di me ho poi scoperto.
Tu sei, tra le altre cose, arteterapeuta e psicoterapeuta, e in queste tue pratiche hai saputo integrare sia la disciplina del rap sia, in senso più ampio, l’esercizio della parola come atto creativo. In che modo? Com’è nata questa volontà?
Più che una volontà, è stata un’inevitabile constatazione. Ho iniziato a studiare psicologia perché mi dava argomenti, termini e un lessico per me molto affascinante e stimolante per i miei testi rap. Ero molto interessato ai meccanismi mentali e alla capacità di entrare in relazione profonda con le persone, cosa nella quale mi sentivo totalmente impedito. La psicologia mi parlava di identità, coscienza, modi di pensare, aspetti relazionali, tutte dimensioni per esplorare le quali io avevo usato la scrittura. Tutti i miei primi testi raccontavano di disagio emotivo, del sentirsi diversi dalla massa, troppo lontani da tutti. Lontano dai miei simili, dai miei amici rapper che stavano in Svizzera, ma lontano (per interessi) anche da quasi tutti i coetanei del mio paese. Abitavo questa diversità e cercavo di scriverne per capirla. La psicologia più che una scelta mi sembrava l’unica possibilità! Studiando, oltre a stimolare ancora di più la mia abilità lirica, scoprii le sovrapposizioni tra arte e psicologia, e poi l’arteterapia e la possibilità di intendere il rap come vera e propria musica (malgrado lo stigma di “non musica” che ha avuto fino agli anni 2000) adattandola ai principi della musicoterapia. Questa cosa credevo fosse ancora inesplorata e allora mi entusiasmò ancora di più. Poi scoprii che negli Stati Uniti c’erano già da anni molte esperienze in questa direzione, ma nel mio mondo me la inventai e mi permisi di applicarla in diversi ambiti. Che la parola fosse lo strumento prediletto della psicologia era abbastanza chiaro, ma poi ho scoperto quanto tanti altri elementi del rap e dell’Hip-Hop in generale avessero una funzione “riabilitativa” di competenze psicologiche e sociali. Per questo pratico entrambe le discipline come fossero la stessa, con una sola differenza fondamentale: in terapia lo spazio è della persona che accompagno; il mio ruolo è permettere l’espressività soprattutto attraverso l’ascolto. Sul palco lo spazio è il mio, è il mio turno al microfono, ma i due momenti hanno molte cose in comune. Per imparare ad ascoltare l’altro è indispensabile sapersi ascoltare. Posso comprendere profondamente ciò che mi dici solo se riesco ad ascoltare cosa questo fa risuonare in me, per “sentirne il senso” oltre il “capire le parole” e differenziare il “mio” dal “tuo”. Così posso davvero comprendere ciò che mi comunichi, che quasi sempre va oltre le parole.
Tu ti muovi spesso in contesti laboratoriali e di comunità. Come credi che l’espressione di sé – verbale e non solo – possa contribuire alla crescita delle reti sociali e delle persone che le compongono? Come declini questo nella costruzione di comunità temporanee, come il pubblico a una serata o le persone che partecipano a un laboratorio di scrittura?
Torno inevitabilmente all’ascolto. Credo che l’ascolto sia l’abilità più preziosa per un individuo e per una comunità sana. Sana intesa non come “normale” eh, non ha nulla a che vedere la normalità con la sanità, né con la santità… ma questo è un altro aspetto ancora! Ascoltare l’altro, ascoltare noi stessi, ascoltare le nostre emozioni, riconoscerle, cioè, è incredibile… dovrebbe essere la pratica più attenzionata a partire dalle scuole materne! A me sembra pazzesco, davvero, che a un ragazzino della quinta elementare si pretenda sappia spiegare cos’è il Big Bang e non ci si prenda cura che abbia contezza di ascoltare il proprio corpo, cosa lo fa arrabbiare, cosa lo rende triste o lo spaventa. Cosa ce ne facciamo di queste nozioni se poi formiamo persone infelici? Questo è un vizio antico, una cecità che appartiene ai “grandi”, non ai giovani. Anzi, i giovani oggi, molti di loro, sono molto attenti a cercare di ascoltarsi, molto più che 30 anni fa. Abbiamo una marea di informazioni, ma l’informazione non ha nulla a che fare con l’esperienza. L’ascolto è un’esperienza relazionale, immersiva. È esperienza di sé prima che dell’altro e poi, di conseguenza, è la possibilità di conoscere profondamente l’altro attaverso il quale conoscere altri aspetti di sè! Un circolo virtuoso! Tornando alla tua interessante domanda, e grazie per proporla perché mi dai la possibilità di rifletterci: credo sia questo il punto, l’ascolto e l’esposizione. Esponendomi con la mia musica, nella quale racconto la mia vita, luci e ombre, io credo di poter ispirare qualcuno o qualcosa dentro ognuno. Meglio lo faccio più la cosa mi realizza, più questa mia soddisfazione sarà percepita e possibilmente adottata da altri. Poi ognuno si permetterà di realizzarsi con i propri strumenti e linguaggi: un poeta non ispira solo i poeti, ispira chiunque abbia qualcosa dentro di sé e si stia chiedendo se può davvero portarla nel mondo. Non ho mai creduto che i miei laboratori insegnassero qualcosa a qualcuno. Io credo che i laboratori, come i concerti, servano ad allentare i freni interiori che impediscono l’espressione. Proprio come in psicoterapia: una delle sue funzioni maggiori e più rivoluzionarie è, permettimi un tecnicismo, l’analisi delle resistenze. Nella nostra vita quotidiana siamo bloccati da resistenze, freni interiori, pensieri giudicanti, che ogni giorno ci rallentano e appesantiscono impedendoci di essere quanto più simili a noi stessi, esprimere il nostro potenziale. Nei live per me lo scambio con il pubblico ha una valenza fondamentale. Ogni live è diverso in base al tipo di energia che si crea dall’incontro con il pubblico, direi: al tipo di bisogno che c’è in quel contesto. È un incontro e come va si decide nel mentre, non lo puoi decidere prima. È una disponibilità all’incontro, per co-creare la realtà che vivremo. Non è una cosa che posso decidere io: cerco di rendermi antenna, intercettare e trasdurre l’energia. Questo credo sia lo stesso identico processo che avviene anche nei laboratori. Alla base di entrambi c’è ascolto e cura alla relazione; così semplice, ma così raro che diventa rivoluzionario. E grazie a te Isidoro, per questo spazio e queste domande che mi hanno permesso ancora una volta questo, ascolto e cura di tutto questo materiale prezioso. E grazie a chi avrà avuto la disponibilità di arrivare fin qua insieme a noi.