Adriano Cataldo è nato nella ex Germania Ovest (Emmendingen, 1985), viene dalla Campania e vive a Trento. Ha pubblicato poesie, racconti, articoli, saggi e podcast – alcune tra queste online, altre in cartaceo: è il caso di Liste Bloccate (Edizioni del Faro, 2018), Amore, morte e altre cose compostabili (autoprodotta, 2019), Come poter dire alla fine (autoprodotta, 2020) e Famiglia nucleare (Delta 3 Edizioni, 2021). Organizza eventi legati al mondo delle parole, in particolare il festival letterario Poè. È attivo sulla scena culturale trentina ed è presidente dell’APS Trento Poetry Slam. Ha esplorato le relazioni tra testi e suono in progetti come Electro Montale, Subalterna e ILPALESECHEAMO.
Benvenuto Adriano, e grazie. Partiamo dalla notizia di casa: le prossime finali nazionali LIPS saranno a Trento. Come sta proseguendo l’organizzazione? Come vi state immaginando di accogliere tutta la community di slammer che si radunerà? Oltre al già nutrito programma di Poè, rassegna che accompagnerà mese per mese il pubblico trentino in diversi territori della parola fino alle finali, ci sarà altro che arriverà?
Grazie per questo spazio, Isidoro. Le finali nazionali LIPS sono il compimento di un’attività che l’associazione di cui faccio parte porta avanti da più di un decennio ed effettivamente servono anche per celebrare questo decennale. Per questo motivo abbiamo fortemente voluto ospitare queste finali, trovando da subito grande interesse da parte del Comune di Trento e di Arci del Trentino a sostenere l’iniziativa. Nel corso dei mesi si sono aggiunti altri enti finanziatori, segno che da un lato il nostro lavoro sul territorio funziona e dall’altro che le finali LIPS rappresentano un evento di spicco per questa città. Per quanto riguarda gli eventi, la due giorni del venerdì 25 e sabato 26 settembre sarà dedicata soprattutto alle due semifinali e alla finale, abbiamo preferito proporre pochi eventi collaterali per permettere dei momenti di stacco. È infatti prevista soltanto la presentazione del libro Postumi da poesia di Paolo Agrati il sabato mattina. Allo stato attuale abbiamo fissato la parte organizzativa relativa all’ospitalità e abbiamo anche l’ufficialità del luogo in cui si terranno semifinali e finale.
Altra recente notizia è quella dell’uscita del secondo EP della serie La strategia dell’estinzione del tuo progetto di spoken word ILPALESECHEAMO, dal titolo Epatica, ematica, empatica. Questa uscita aggiunge altri layer utili a leggere il concept della serie di EP, e condensa in una decina di minuti un lavoro che sembra esser stato ampio e profondo. Ce ne parleresti un po’? Più ampiamente, qual è stata la cosa che vi ha portato a capire che la forma più adatta per veicolare questo corpus di brani fosse quella peculiare di più EP tematici?
Chi ha ascoltato attentamente il nostro primo disco del 2023, Una storia italiana, sa che questo si concludeva con il verso “la strategia dell’attenzione” che poi era uno dei temi portanti di quell’opera: il bisogno di esprimersi come “tentativo di verificarsi”. A distanza di due anni sono apparsi in febbraio il singolo Tutte morimmo a Trento e in settembre il primo volume de La strategia dell’estinzione, intitolato Saòr. Epatica, ematica, empatica è il secondo volume della serie che, come si può facilmente dedurre, parla di morte. I tre brani del secondo EP sono stati registrati a settembre e prodotti da Metrorec, uno studio molto quotato qui in Trentino. I brani rappresentano un’evoluzione rispetto ai lavori precedenti perché abbiamo voluto ulteriormente esplorare il cantautorato elettronico, cosa già fatta in Saòr, allontanandoci progressivamente dalle atmosfere tipiche della spoken word basica che ha caratterizzato il nostro primo disco. Il tema affrontato in questi ultimi due dischi non è ovviamente nuovo, quindi mi sono preso la libertà nella scrittura di analizzare soprattutto il tema della presenza della morte nel tempo che esperisco, senza analizzarlo nelle sue implicazioni. Sono partito da un citazione di Ludwig Wittgenstein contenuta nel libro Le intermittenze della morte di José Saramago: “Pensa per esempio di più alla morte, sarebbe in effetti singolare se tu, in questo modo, non dovessi apprendere nuove rappresentazioni, nuovi ambiti della lingua”. Ecco, capisci che il tema centrale dell’opera sia il parlare la morte, dirla. Pronunciare la morte implica una strategia ampia, serve tempo, perché è ovunque. Dividere l’opera in più uscite permette a noi di raccogliere le idee e al pubblico di rendersi conto di ciò che vogliamo dire.
Passati nei tempi più prossimi, ora arriverei più al tuo passato. Come ti sei avvicinato alla scrittura? E allo slam? Come sono stati i primi anni di sperimentazione su carta e su palco, e com’era allora la scena che ti ha portato a decidere di fondare Trento Poetry Slam?
Come per tanta altra gente, la mia iniziazione alla scrittura è avvenuta a scuola, tra le medie e le superiori. L’interesse per la letteratura e la filosofia è stato agevolato da insegnanti ai quali devo tanto. Quando ero adolescente, la scrittura era un’attività che tenevo perlopiù nascosta, per vergogna e autocritica. Per mia sfortuna, durante l’università non ho avuto modo di consolidare la conoscenza del mezzo scrittorio e sono rimasto ancorato a uno stile che ha sofferto della mancanza di confronto con altre persone. A quei tempi scrivevo testi molto criptici e brevi, incentrati sulla mia visione della condizione umana e sociale. Il salto alla lettura pubblica e la pubblicazione di testi è avvenuto quando ho iniziato a frequentare un caffè letterario di Trento, la Bookique, che organizzava open mic e poetry slam. Avevo già sentito parlare di questo format durante il mio Erasmus a Dresda, nel 2010, ma non lo avevo approfondito. Alla Bookique invece mi sono preso bene e ho partecipato al mio primo poetry slam nel 2015. È lì che ho conosciuto il Trento Poetry Slam, un gruppo informale che organizzava eventi da qualche mese, di cui poi sono diventato membro nell’autunno del 2016. Quando ho iniziato a leggere in pubblico, il mio stile ha subìto un ampliamento in termini di parole e ho iniziato a privilegiare i temi politici, seppure continuamente sfumati in una dimensione filosofica. Per quanto riguarda la scena di allora, essa era molto diversa da quella attuale, non avevamo molti contatti con le altre città e, complice la mancanza dei social e la minore diffusione del poetry slam, ogni persona aveva il suo stile.
Tra le modalità con cui hai relazionato la bocca al microfono c’è anche quella del podcasting. Cosa pensi che lo speakeraggio abbia dato alla tua performance poetica, e viceversa? Ammesso, ovviamente, che tu veda una demarcazione netta tra queste due cose.
I podcast sono stati soprattutto una modalità per studiare la scena poetica nazionale, per capire le peculiarità della poesia rispetto ad altre forme espressive. Ho avuto modo di conoscere voci interessanti e innovative. Avevo sempre sofferto la dicotomia, che fino a qualche anno fa era molto presente, tra poesia oralperformativa e poesia lirica. In passato questi due idealtipi tendevano a disprezzarsi reciprocamente. Con il podcast Il pubblico della poesia ho voluto mettere in contatto i due mondi e per certi versi ci sono riuscito. Un effetto sulla mia scrittura (preferisco usare questa parola rispetto a performance, visto che non mi sento in alcun modo un performer) lo ha avuto la consapevolezza di pormi maggiormente il problema del pubblico, il problema della fruizione di quanto scrivo e leggo e canto. Si tratta di un processo tuttora in corso, sono solo all’inizio.
Per del tempo hai curato assieme a Paolo Agrati la collana Sonar per Edizioni del Faro, una serie di libri che avevano come protagoniste alcune penne caratterizzate dall’aver scritto (anche) per la voce – categoria in cui ricadi tu stesso. Quali sono i gradi di separazione che stanno, per te, tra un testo e la sua performance o viceversa da delle parole agìte alla loro traduzione su carta? Come agisci tu in merito?
L’esperienza di Sonar è stata molto utile per capire alcune caratteristiche della forma libro. Penso che esistano vari livelli di fruizione del libro in poesia (ma forse non si tratta di una caratteristica esclusiva della stessa). Lo si può considerare un supporto alla lettura pubblica, un oggetto di cui fruire in privato e anche un feticcio della persona che ha scritto il libro. Per questo non credo più (un tempo ci credevo) alla formula del “questo testo su carta non regge”, perché implicherebbe una forma univoca di fruizione del libro. Nella separazione tra la parola scritta e quella agìta esistono due elementi fondamentali: la persona che ha prodotto quel testo e magari lo pronuncia e il pubblico che fruisce di quelle parole. Non si tratta mai di un processo neutro, perché da fruitrici e creatrici di parole ci portiamo dietro un immaginario e dei pregiudizi negativi o positivi. Questo vale in generale per tutte le forme d’arte che hanno un pubblico. Bisogna poi aggiungere alla dicotomia sopra citata i fattori esterni intervenienti come i contenitori, che possono essere i format oppure le case editrici. Nella mia opera tengo presente queste dinamiche ponendomi il problema del pubblico senza chiedermi cosa potrebbe accadere a livello di comprensione complessiva, ma agendo su un livello minimo di condivisione dell’immaginario.
Infine, tra la cura di Poè e di Trento Poetry Slam e la già prefigurata prosecuzione del lavoro con ILPALESECHEAMO, sembra tu abbia davanti a te un 2026 molto attivo. Con che attitudine andrai incontro a queste cose? E oltre a tutto questo, c’è altro che bolle in pentola?
Il 2026 è un anno effettivamente molto pieno per me, considerando che con ILPALESECHEAMO abbiamo alcuni concerti fino a maggio e che mi sono anche impegnato nella realizzazione del programma culturale per i festeggiamenti del 25 aprile con Arci del Trentino. L’attitudine generale è un misto di ansia ed entusiasmo, ma anche di responsabilità. Tra le attività aggiuntive del Trento Poetry Slam ci sono alcune serate di stand-up comedy, alcuni slam non inseriti nel torneo LIPS e in estate il mini torneo chiamato David Wilkinson Poetry Slam, che ci dà ogni volta tante soddisfazioni. La mia prospettiva attuale si ferma alle finali di settembre, dopo credo che mi prenderò una vacanza.