Vladimir Moreno Luna (Palermo, classe ’97) è poeta, performer e agitatore culturale. Il suo debutto è per strada, a Valencia, con Poesia Espressa: un progetto di poesia estemporanea battuta a macchina sui tasti di una Lettera22. Ha pubblicato diverse fanzine poetiche autoprodotte tra cui Cosa accade se non si aiuta la gente di strada, contenente la poesia omonima illustrata da Francesca Paola Turco. Ha fondato a Palermo il progetto Parole Notturne.
Ciao Vladimir, benvenuto! Comincio chiedendoti com’è nata e come si è sviluppata la realtà di Parole Notturne, di cui sei fondatore, e quali sono le pratiche attorno alle quali avete alimentato e movimentato la scena poetica palermitana.
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La tua pratica di scrittura, per molto tempo, ha avuto come suo ambiente d’elezione la strada. Potresti raccontare di quel periodo?
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In quale momento della tua vita, poi, hai incontrato il poetry slam? E come l’hai esplorato? Com’era la situazione a Palermo, in quegli anni?
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Al momento, invece, la scena siciliana sembra attraversata da più collettivi, alcuni anche nati dalle costole di Parole Notturne. Com’è il dialogo con le altre realtà siciliane?
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Chiuderei chiedendoti, più estesamente, com’è invece il dialogo tra le realtà siciliane e l’intera scena nazionale – parlando sia delle singole persone (mi riferisco sia a chi dalla Sicilia tenta di slammare fuori regione che a chi dal resto d’Italia vuole raggiungervi) che degli organi più centrali, come la LIPS stessa. Pur essendo un’isola, almeno nella poesia l’isolamento può dirsi superato?
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Non so da dove iniziare quest’amalgama di parole. Non so come continuare la mia vita. Però so da dove ho iniziato. Dall’abbandono. Villabate. La solitudine, la mia piccola voce inascoltata e poi messa a tacere da me stesso. Dalla fuga, la mia fuga da tutto, la mia fuga da niente. Dalla strada. Da un cuore adolescente spezzato che non aveva la capacità di prendersi cura di sé: vino scadente, cicchetti, canne e qualsiasi altra droga a portata di tiro. Un bimbo diciottenne. Incapace. Di toccare una chitarra, una nota, una ragazza. Eskimo, i viaggi spazio-temporali di un gabbiano, Jones e il suo flato, Sal e Dean, mister Tamburino, e la voglia irrealizzabile di vivere vite altrui in tempi remoti o in scenari di fantasia. L’Avvelenata. Parole.
Tante parole, parole, parole, parole, e la carta. E la penna. E la penna e la carta. Unico spazio di esistenza legittima, libera. La prosa prende troppo tempo, richiede abilità estranee alle mie dita storte. La poesia. Versi, pochi, rime, banali? Forse, ma forse, vere. Così ho iniziato a scrivere.
Le Madonie. Scoprire il verde, il silenzio della luce lunare, piccoli sogni sognati a tal punto da realizzarsi e trasformarsi in incubi. L’alcolismo, la depressione, la cocaina. In fondo alla gola una rivolta mai detta, mai urlata, sbocciata nell’autolesionismo. Quarta frattura del quinto metacarpo. Al pronto soccorso la chiamano “la frattura del coglione”. Un pugno al muro. Sempre lui. Lo stesso sbaglio.
Via. Bisogna andare via. Uno zaino scadente, basta a fare entrare tutto. Abbiamo duecento euro in tasca, non abbiamo nient’altro. Bastano per prendere un biglietto, una nave, per lasciare via quest’isola infame, queste immobili giornate di nausea, queste notti di vomiti e fumi. Lasciarsi alle spalle i legami taglienti di specchi ormai rotti: la mia famiglia. Lasciare una casa che casa non è. Bastano cento euro per lasciare tutto questo, o sarebbe meglio dire, bastano cento euro per avere l’illusione di lasciarlo. Le cicatrici non ti lasciano mai. Uno zaino, una pelosa compagnia di viaggio, un pollice in aria. La strada. “Jack, saresti fiero di me”. Ma Jack non è mio padre. Come mio padre non mi conosce e mai mi conoscerà, Jack è una proiezione, un maestro, un ideale. “Farò il giro del mondo senza prendere aerei, attraverserò l’oceano, conoscerò la mia terra, il pianeta Terra, e scriverò i miei versi su quaderni piccoli piccoli e un giorno vincerò il premio Nobel come Bob, e sarò ricordato come lo scrittore avventuriero!” A vent’anni. A vent’anni è tutto ancora intero.
È stato un viaggio felice. Duro e crudo. La libertà di poter morire di fame, di poter scegliere se dormire sotto le stelle silvestri o sotto le stelle autostradali. Il freddo, la pioggia, sempre gli stessi vestiti logori. A me piacevano così. Trovavo che un pantalone lacerato avesse più carattere, più storia, più diritto ad esistere di un pantalone nuovo di zecca. Un po’ come me. In viaggio ho conosciuto il mio più grande amore della mia primavera. Un privilegio che non credevo di poter mai meritare. Avrei potuto fare il nido e vivere una vita piena d’amore vero. Ma avevo un altro sogno, un’altra missione: il mio viaggio. La mia fuga. Avevo scelto che il mio destino fosse inseguire l’ignoto. Un proverbio giapponese recita “una rana che esce dal suo stagno muore nell’oceano”. Avevo scelto di morire da solo. Lontano.
Volevo fare il giro del mondo. Ho fatto il giro di Francia, qualche salto in Svizzera, poi la Spagna. In Bretagna, la mia ultima casa francese, la mia unica e vera casa, ho conosciuto due poetesse e le loro macchine da scrivere. Le usavano per creare fanzine e per scrivere poesie in estemporanea per i passanti nelle piazze. “Sono folli” pensai “Pubblicare le proprie poesie così? Scrivere dal vivo, improvvisando, io? Non potrei mai farlo”. Finii per farlo anche io. Recuperai una Lettera 22 su Leboncoin, la ruppi e riuscii in un mese di bestemmie ad aggiustarla da solo. Arrivai a Valencia. Non trovai un tetto quell’inverno. Ed è stata forse la più grande fortuna del mio viaggio. Non ero mai stato così tanto a lungo dentro una città, la civiltà segue ritmi e regole diverse dalle campagne. Dormivo dove capitava, materassi di cartone, dieta da mensa degli avanzi dello spreco urbano, ma Valencia è una rosa calda, piovve soltanto una notte, la notte dove decisi di dormire in spiaggia.
Ogni giorno, o quasi, andavo di fronte al Tribunal de las aguas e seduto sul marciapiede scrivevo con la mia macchina da scrivere. Dentro la strada e per la strada. Sì, perché io ho sempre avuto un dilemma interiore che ancora oggi mi affligge: io non sono nessuno. Io non ho fatto il liceo classico, né lo scientifico e nemmeno il linguistico. Figuriamoci l’artistico o il musicale. Io non ho mai veramente studiato, non ho una laurea e, molto probabilmente, mai l’avrò. Nella mia vita non ho mai letto tanto, una trentina, forse, di libri, e duecento Topolino. Io non sono nessuno per essere uno scrittore. Non ho il curriculum adatto alla candidatura per il posto di aspirante poeta. Io nella scrittura sono un impostore. Nella letteratura io sono un nessuno. Eppure. Io scrivo. Per sopravvivere ho dovuto. Scrivere. Ho scritto versi da quando non riuscivo più ad ingerire ossigeno. Da quando il nero invadeva la totalità del mio sguardo fin dentro le interiora. Ergo. Nelle calde sale delle accademie e nei comodi salotti della letteratura, io, non esisto; ma; tra gli spigoli usurati e gelidi dei marciapiedi, tra i canti delle puzzole e le urla del Vento, io, sono una voce. Una voce che parla sulla carta che rigetta il nero ingoiato e lo ordina con linee disordinate e sporche. Io, su questa Terra, scrivo. Io non sono nessuno, io sono io.
Ho iniziato a scrivere poesie per i passanti. Offerta libera, una poesia settanta centesimi, va bene, più o meno, “Forse è questo il mio valore?”, ma che importa, “Facciamolo per le lacrime, facciamolo per i sorrisi, non per denaro”, ricordo ancora il panico della prima Poesia Espressa (così le chiamavo), una ragazza mi ha chiesto una poesia sul lavoro, io scritto qualcosa sul pane, era terribile. Ora ci ripenso e sorrido. Così è iniziata la mia carriera di “scrittore” pubblico, con una poesia terribile. Avevo scelto di morire così. Non avevo un flauto, avevo una macchina da scrivere, non sapevo suonare, ma andava bene.
Finito l’inverno ero pronto per ripartire, erano anni che sognavo l’Andalusia. Valencia è stata la mia culla più preziosa, la casa più crudele. All’incirca due settimane prima della partenza sono stato vittima di un furto che mi ha privato del poco che avevo: la tenda, il sacco a pelo, i vestiti, i quattro soldi risparmiati e tutti i piccoli grandi regali ricevuti dalle persone che ho amato in quegli anni di viaggio. Persi, soprattutto, i miei primi quaderni di poesie. Quattro anni della mia vita spariti in una notte. Il fato mi lasciò soltanto due cose: il quaderno che usavo in quel momento e la mia macchina da scrivere. Tra i tanti, questa disavventura fu il pugno più doloroso che avessi mai ricevuto. Quella notte dormii al gelo. Divenni un fantasma per tre giorni. Poi i miei amici valenciani mi hanno abbracciato e mi hanno riportato al mondo. Pronto per ripartire, la prossima meta: l’oceano Atlantico.
Un giorno, prima della ripartenza, lei mi chiamò. A vent’anni si è stupidi davvero. Io ero andato via da quell’isola, da quella casa di alcol di fumo di urla, lasciandomi tutto il dolore alle spalle, e lasciando lei. Da sola. La persona più importante della mia vita, lei, che ha condiviso con me l’inferno di essere nati fragili. Aveva undici anni quando sono partito. Ne aveva otto quando tutto crollò. E io fui troppo cieco per capire, troppo piccolo per vedere che io condannai di nuovo al dolore l’unica persona al mondo che, oltre me, conosce il ventre di mia madre: la mia sorellina. Dopo l’abbandono di nostro padre, io, suo fratello maggiore, la condannai ad un secondo abbandono. “Vlad, torna.” Piangeva al telefono. Piangeva. Forte. “Per favore. Io non ce la faccio. La mamma non ce la fa.” In quel momento il dolore che mi rese un fantasma per la perdita dei miei quaderni mi sembrò solletico, ancora oggi quella chiamata, quella voce, quelle esatte parole, quelle lacrime non mie, sono il più grande dolore che ricordo: “Ho bisogno di te. Torna.”
Non esitai. Tornai il più in fretta possibile a Palermo. Il mio viaggio, il mio sogno, era finito. Tutto finito. Casa mia era una piccola Hiroshima come tante altre, le radiazioni libere di intossicare l’animo, il ricordo dell’esplosione atomica ancora vivo e sempre presente nell’inconscio, sempre pronto a farsi strada per essere rievocato nella quotidianità. Mia sorella camminava poco, a causa delle radiazioni e dei ricordi aveva dei dolori alle gambe che la costringevano a letto. Mia madre al tempo dell’esplosione provò a farci da scudo, ma fallì. E rimase vittima della più grande dose di tossine, l’animo bruciato e disciolto dalla cattiveria della vita. Fu l’anno più duro della mia vita. Ho provato a rimediare a troppi anni di mancanza senza esserne capace. Le radiazioni corrodono. I sorrisi diventano bocche spente. Le parole diventano bestemmie. L’amore diventa follia. Un giorno la mia follia corrose mia madre. Fu il giorno peggiore della mia vita. Un altro giorno la mia rabbia si gettò sul vetro di una finestra. Le mie braccia piansero litri e litri e litri di sangue. Venne l’ambulanza a prendermi, la terza della mia vita; la peggiore. “Sono un mostro” pensai. Lo pensai e lo credetti fermamente. Il sangue sulle scale. Il mio sangue. Sulle mani di mia madre. Dentro il panico di mia sorella. Il mio sangue. Sui loro visi. Quel giorno fui la persona che soffrì di meno in quella casa. Le ferite peggiori sono quelle che lasciano cicatrici invisibili. All’ospedale fui miracolato. Aspettai ore al pronto soccorso con le braccia aperte e conserte, versando tutto il sangue sui miei vestiti che assorbirono tutto finché non furono saturi. Persi troppo, troppo sangue: iniziò a formare una considerevole pozzanghera sotto di me. I vestiti che indossavo erano i miei soliti vestiti logori. In quel momento erano anche saturi. Saturi del sangue che non sono riuscito a tenermi dentro, del sangue esploso a macchiare la vita della mia famiglia. I tendini rimasero insieme per miracolo.
Divenni di nuovo un fantasma. Più fantasma che mai. Per prendermi cura della mia famiglia avevo rinunciato al mio sogno, al mio equilibrio vagabondo che, per quanto spartano, mi rendeva felice. Immobile a letto con le mani incapaci di fare il minimo movimento, realizzai che il mio viaggio era finito per un tentativo di soccorso esploso in un altro incidente atomico. Un altro fallimento.
Dopo aver superato la convalescenza e aver ritrovato l’uso delle mani decisi di tornare di nuovo in strada. In realtà quell’anno ero già andato via di casa, prima dell’incidente. Sono stato dal mio vecchio amico W., un fratello, sulle Madonie, un’oasi dove presi un po’ di respiro finché non litigai con W. Da quel giorno ci siamo persi. Sceso dalle montagne iniziaii a vivere per strada nel centro storico di Palermo. E fu allora che portai la mia “arte” tra le strade della mia città natale. Stavo seduto per terra, in via Maqueda, la mia macchina da scrivere, una valigia di cartone porta-scartoffie, uno zaino con tutti i miei averi ed Inca, la mia preziosa compagna pelosa. Era primavera tarda, o quasi estate, Palermo era calda e brulicava di vita. Io battevo versi per il piacere di farlo, mi piaceva quella vita. Ripresi a fare poesia per i passanti, come a Valencia, stavolta giocavo in casa, offerta libera prima, offerta minima poi, iniziai a metter su un bel gruzzoletto. Guadagni dovuti anche alla totale assenza di spese: no affitto, no bollette, si mangia di recupero. Gli unici soldi che usavo erano per Inca e per comprare del thé al limone, l’unica droga che consumavo all’epoca.
In strada incontrai J. La persona che mi cambiò la vita e che credette in me più di tutti. Si presentò al mio banchetto (una signora, vedendomi sul marciapiede, un giorno mi regalo due treppiedi e una tavola di compensato che divennero la mia scrivania portatile: il mio banchetto di Poesia Espressa) e curiosando tra le fanzine e i segnalibri disse “Non mi capita spesso di trovare qualcuno che scrive bene quasi quanto me”, quello fu l’inizio di un’amicizia tra compagni di penna, l’amicizia di due anime molto ferite che trovarono nelle loro differenze una sorta di cura. Passammo insieme giornate di scrittura pubblica e notti sui marciapiedi, si prese cura di me quando ebbi la febbre sul materasso di cartone. Insieme coltivammo il legame con I., un’artista a tutto tondo, un essere umano fonte di luce. Lei ci prese sotto le sue cure e diventammo fratelli. Oggi mi mancano da morire. Ma non sono mai stato bravo a tenere vicino le persone che amo. Ora sono entrambi lontani e spero che siano felici. Probabilmente va bene così.
Quando mi ripresi fisicamente dall’incidente era l’inizio dell’inverno, ero pronto a tornare in strada, prima di ferirmi avevo costruito un rimorchio per la mia bicicletta, il piano era tornare a viaggiare all’inizio della primavera, questa volta in bici, risalire l’Italia, attraversare la Francia e la Spagna e riprovare a vivere il sogno di attraversare l’oceano e raggiungere il Sud America. Questa volta I. non mi lasciò dormire fuori, aprì le porte della sua dimora, il suo piccolo e magico Emporio Ancestrale, e questo fu l’inizio della nascita di Parole Notturne.
Dopo tanto tempo ebbi un nido, un posto dove riposare protetto da delle mura, un posto dove poter accogliere un amico per un caffè. Era la fine di Febbraio, l’inizio di Marzo, decisi che prima di ripartire dovevo regalare alla mia città, alle persone che avevo vicino e anche a me stesso, l’esperienza che mi diede il coraggio di condividere ciò che scrivevo con il mondo.
La prima volta che condivisi un mio scritto con qualcuno fu in Bretagna, nello squat delle Roches Blanches, a Douarnenez. La vita dello squat era dinamica, variopinta, talvolta estrema, concerti, feste, banchetti, laboratori, giochi, cinema, c’era di tutto. E con gli amici “più artistici” decidemmo di fare qualcosa di più, qualcosa di diverso: una serata dedicata alla lettura ad alta voce. Fu in quell’occasione che trovai il coraggio di leggermi agli altri. Fu grazie a quella serata che decisi di dedicare la mia vita alla scrittura.
A Palermo, quindi, invitai gli amici di strada e non a provare una serata simile, serviva un gruppo Whatsapp per invitare tutti, serviva un nome per il gruppo: Parole Notturne. Suonava bene. Passaparola, tutti erano benvenuti, serata semplice, prima un piccolo aperitivo sociale a piano terra, poi si salivano le scale, la stanza da letto illuminata solo da candele, un’atmosfera sacra, degna dell’Emporio Ancestrale, e solo letture, letture, letture. Si può leggere di tutto: poesia, prosa e qualsiasi altra forma d’inchiostro, anche in digitale va bene, si legge ad alta voce.
Il clima di intimità e condivisione piacque molto, piacque così tanto perché Parole Notturne rispondeva ad un bisogno fondamentale che troppo spesso, oggigiorno, viene ignorato: il bisogno di conoscere le persone aldilà delle barriere sociali, conoscere l’altro in profondità, senza giudizi, un esercizio di empatia necessario come prendere il sole. In questa società digitale dei consumi anche prendere il sole diventa un privilegio, un passatempo che finisce per essere messo in secondo piano rispetto agli obblighi del capitalismo. Parole Notturne è prendere un po’ di sole umano, incontrare persone nuove, creare legami a partire da un atto di coraggio: leggere in pubblico. Non capita spesso nella vita quotidiana di avere la possibilità di esprimersi e farsi ascoltare. Non è facile all’inizio, come detto prima, ci vuole coraggio. Ma una volta iniziato ci si rende conto di quanto sia benefico e necessario. L’essere umano ha bisogno di comunità e Parole Notturne è l’espressione del bisogno di condividere la propria intimità, la propria individualità, con la comunità. Finché si scrive soltanto per sé la scrittura resta un atto di espressione della solitudine con il proprio io, sacrosanta, per carità, ma quando ciò che si scrive (o si legge) si condivide con la comunità succede qualcosa di magico: ciò che ho scritto per me, e soltanto per me, può risuonare nel cuore dell’altro. Può risuonare in dieci, venti, quattro o anche soltanto un’altra persona ed è già qualcosa di incredibile: dopo la lettura non si è più soli.
Questo è il fuoco, il motore che ha fatto nascere Parole Notturne, sulla base di tre valori fondamentali: il rispetto, l’ascolto e la libertà d’espressione.
All’inizio eravamo poco più, o poco meno, di una decina ma le cose cambiarono presto. Quella serata che era stata pensata per una sera soltanto piacque a tal punto che decidemmo di rifarla anche la settimana dopo, stesso giorno, il Mercoledì, stessa ora, stessa modalità, stessa magia. Passaparola, viene sempre più gente, la rifacciamo anche la settimana prossima? Certo, passaparola, la gente cambia, viene sempre più gente, arrivammo ad essere una ventina ad ogni incontro, l’Emporio era diventato troppo piccolo.
Pensavo che sarei ripartito all’inizio di Maggio, pensavo che avrei lasciato Palermo e Parole Notturne, così non fu. Mi infortunai, stupidamente, mi strappai entrambi gli adduttori, l’idea di viaggiare in bicicletta era ormai impensabile. Lo presi come un altro messaggio dell’universo, dovevo restare a Palermo, dovevo prendermi cura di Parole Notturne. Misi da parte i miei desideri per dedicarmi a quella creatura che stava facendo del bene alla comunità, perché le persone che frequentavano i Cerchi di lettura di Parole Notturne lo facevano perché li faceva stare un po’ meglio.
Per quasi tutto il primo anno di Parole Notturne gestii il progetto da solo, con il supporto emotivo di J., fondamentale per la mia felicità dell’epoca e per le idee su come gestire e fare crescere Parole Notturne. In pochi mesi il successo di Parole Notturne si materializzo nella serata, che ancora oggi ritengo la più bella che abbia mai vissuto con PaN, a piazza Garraffello, nel cuore della Vucciria, due ore di parole e poesie, e un centinaio di persone ad ascoltarle. Poi la festa, la musica tekno, espressione dell’anima pirata di Parole Notturne. Bei ricordi.
Alla Via dei Librai di quel anno incontrai A., un giovanissimo editore che aveva lo stand accanto a dove montai il banchetto, si innamorò del progetto, partecipò ad una serata e decise di sposarlo. Mise a disposizione il suo bel salotto a due passi dai Quattro Canti, un nuovo nido, più grande e accogliente, serviva un nome alla nuova dimora di Parole Notturne, un nome importante, un nome che evocasse la nostra missione: i Bastioni Letterari. Suonava benissimo.
Parlo di missione perché Parole Notturne divenne quasi subito una missione. Una missione sociale, culturale e artistica: bisognava, e sottolineo la scelta del verbo “bisognare”, creare quello specifico spazio di aggregazione e condivisione, per creare una comunità unità dall’amore per le parole e per nutrire e curare quel bacino di poetesse e poeti underground che non trovavano (o sarebbe più corretto dire che non cercavano) altra cassa di risonanza se non quella più diretta e umana del Cerchio di lettura di Parole Notturne.
Forse l’epoca dei Bastioni fu l’epoca d’oro di Parole Notturne, ancora spontanea e piena di energia. In quel periodo si unirono tante Piume storiche, coloro che divennero poi i fondatori del collettivo nato dal primo scisma di Parole Notturne, il Parnaso. Fu in quel periodo che ci mettemmo sui social, ahimé, questi tempi lo esigono, e si creò il primo direttivo di Parole Notturne formato da me, A. e S.
Fu un anno bellissimo, in estate facemmo le nostre prime gite, i nostri primi viaggi come un collettivo: Pizzo Sella, Caccamo, Patti, Racalmuto. Tutti ricordi meravigliosi. Eravamo come una famiglia ormai.
La stagione seguente volli proporre qualcosa di nuovo: organizziamo le Poetry Slam. Era qualcosa di molto diverso dallo spirito dei Cerchi, quasi in contrasto, fu un mio desiderio personale perché era qualcosa che avrei sempre voluto fare e che non ho mai avuto la possibilità di fare e adesso potevo far sì che Palermo potesse offrire un’occasione, a chi volesse, di salire su un palco e lanciare le proprie parole ad un pubblico in ascolto. Certo, con il pretesto di una gara, ma quello è un aspetto, secondo me, secondario. Ciò che conta è la possibilità di vivere la sacralità del palco con le proprie parole per donarle a chi ascolta. Mi sono ripetuto? Chissene, volevo ribadire il concetto perché lo ritengo importante. E quindi, Poetry Slam! Un format nuovo già affermato all’estero ma che Palermo ha conosciuto solo organizzato “in modo amatoriale”, a me piace fare le cose al massimo, mi piace fare le cose bene, troviamo un bel palco, un palco con vetrina, si organizza in grande e le Poetry Slam hanno funzionato fin da subito egregiamente. Ho iniziato a fare l’MC, ovvero il Bonolis della situazione, e devo dire che penso che sia un ruolo che mi si addice, mi sono sempre divertito a presentare durante queste serate.
Quattro eventi al mese: tre Cerchi di lettura e una Poetry Slam. Una mole di lavoro considerevole per le tre persone che organizzavano tutto, progettavamo di ampliare il direttivo lasciando la parte decisionale alla triade dell’epoca, ma i tempi non erano ancora maturi.
Facciamo una rivista? Certo, è un’idea fantastica! Un’idea che era un piccolo semino ipotetico e poi, grazie alla volontà e al sostegno economico di A. divenne realtà. Cosa ci mettiamo dentro? Le poesie e le prose originali lette ai Cerchi di lettura. Ma sono tantissime! Allora facciamo una selezione.
Il primo numero fu una scommessa. Vinta per un soffio. Alessandro Cervello divenne l’artista che diede un corpo e un’identità visiva a Parole Notturne. Dopo il logo e il font caratteristico di Parole Notturne, Alessandro, con il suo stile pulp, street, noir, incarnò alla perfezione l’essenza di Parole Notturne: un movimento nato dal basso, dalla strada, con uno slancio irrefrenabile di esprimersi in questa folle società capitalista. Fu un lavoro folle, facemmo tutto in più di due mesi. Decidemmo di fare uscire la rivista con cadenza bimestrale, in un anno sei numeri.
Tutto filava liscio, il gruppo era affiatato, volevamo ampliare formalmente il collettivo mantenendo una struttura gerarchica con un organo di discussione (l’assemblea del collettivo) e un organo direttivo (la triade A., S. e il sottoscritto), finché non arrivo il cataclisma. Secondo me era, e lo penso tuttora, una questione di poco conto. Delle persone che frequentavano i Cerchi mi fecero notare che la linea comunicativa di Parole Notturne fosse poco inclusiva (maschile sovraesteso, “Ciao ragazzacci”) e, aldilà delle opinioni personali, ritenni che secondo il principio fondante di PaN del Rispetto (da intendersi del rispetto dell’altro e della sua diversità) fosse qualcosa che andava attenzionata. L’escamotage linguistico “Ciao care Piume” nasce proprio dall’esigenza di comunicare a tutte le persone bypassando le meccaniche e i ragionamenti sull’identità di genere in campo linguistico. Una soluzione semplice, silenziosa e indolore. Peccato che dagli altri due membri del direttivo non fu accolta allo stesso modo “Io mi esprimo come più mi pare perché sono fatto così” diceva uno, “Io non aderisco a queste str***te wokiste” diceva l’altro. Io cercai il compromesso, ero aperto a trovare una soluzione che tenesse conto della sensibilità di chi sente il bisogno di sentirsi incluso con una comunicazione ampia. Non ci fu nulla da fare. Nonostante il mio ruolo dichiarato nella triade fosse proprio fare da garante ai valori di Parole Notturne, l’ego e le opinioni di A. e S. erano inamovibili. Rimandammo la discussione lasciando la comunicazione così com’era, a discrezione di chi scrive, senza stabilire né seguire una linea comune di Parole Notturne. Poi ne riparlammo a Racalmuto, a fine di una serata dove organizzammo la prima Poetry Slam della storia del paese. S. arrivò alla conclusione di aggiungere il femminile nelle comunicazioni non era poi la fine del mondo, “ciao ragazzi e ragazze”, oppure semplicemente elidere ragazzi e ragazze: “ciao, prosssimo Cerchio di lettura…”. Speravo che il calvario fosse finito. Tutto crollò la sera in cui S. invio un messaggio sul gruppo con “ecco i video dei semifinalisti” e io mi dissi “e le semifinaliste?” Ora, capisco che a qualcuno potrebbe sembrare stupida la questione, anche per me non ha un gran valore, ma per qualcuno è importante. E per me ciò che è importante è rispettare la sensibilità dell’altro, non importa quanto sia diversa dalla mia. E, così come me, Parole Notturne segue lo stesso principio. Provai a contattare S., non rispose. Allora ingenuamente cancellai il suo messaggio e lo copia-incollai correggendo “semifinalisti e semifinaliste”. Pensavo non fosse nulla di grave. Scoppiò l’inferno. S. mi chiamò lanciandomi tutti gli insulti di sua conoscenza, io non ribattei, subii la sua violenza in silenzio. A. mi chiamò dandomi del despota dittatore, mi disse cose ignobili. Provai a farlo ragionare; fu vano. Mi ritrovai da solo a gestire la serata più importante dell’anno (la semifinale regionale di Poetry Slam). Presi di nuovo in mano le redini, il volante e il timone contemporaneamente con le mie due sole mani e la serata fu un successo. Io ero a pezzi. Fisicamente, mentalmente, emotivamente. Due miei carissimi amici mi avevano voltato le spalle per una questione del genere. Quasi non potevo crederci. Despota, io. Io che ho sempre voluto una parità tra noi tre, ognuno aveva carta bianca nel suo campo (A. nella burocrazia e nella gestione delle finanze e S. dei contenuti dei social), ogni idea veniva discussa e approvata dalla maggioranza, anche quando ero in disaccordo su qualcosa preferivo fare un passo indietro e fidarmi di loro. Poi quando ho dovuto adempiere al mio compito e impormi, comunque con gentilezza e ascolto, per far valere il valore fondante e fondamentale di Parole Notturne mi è stato detto che sono un tiranno. Ancora oggi non mi sono ripreso da questa ferita, brucia ancora molto.
E di nuovo, era da solo a gestire Parole Notturne, che nel frattempo era cresciuta tanto, feci del mio meglio. Devo ringraziare J. e C. che mi aiutavano quando ne avevo bisogno. Gli ultimi due numeri della rivista li ho realizzati da solo (ovviamente senza contare il lavoro grafico e di impaginazione per i quali rendiamo i crediti e i nostri ringraziamenti a Alessandro Cervello e Andrea Sanbrunone).
Ero in burnout. Lo sono tuttora. Ad oggi non ho ancora trovato pace. Dopo la pausa estiva avevo bisogno di aiuto. Feci un open call per chi volesse aiutare nel progetto. Mi aspettavo la risposta del vecchio gruppo degli amici dei Bastioni Letterari. Di loro nessuno rispose. Bensì, si costituì un nuovo gruppo formato da Piume nuove, eravamo in otto, fu l’inizio delle Piume Vicine, il nuovo direttivo. Questa volta, con la fiducia ferita che avevo, decisi di adottare uno schema verticale, per provare ad evitare gli errori del passato. Ma in cuor mio non ho mai voluto questo tipo di organizzazione, infatti fin dal principio dissi al nuovo direttivo che era un sistema provvisorio, io non ho mai voluto una posizione di comando, al contrario, avevo bisogno di poter lasciare la presa su Parole Notturne per il benessere psico-fisico.
Le cose sembravano andare bene, il gruppo sembrava carico, in teoria ognuno doveva occuparsi di una piccola parte di tutto quello che c’era da fare, eravamo tanti, era fattibile, ma accadde che alcuni si impegnarono molto, anche troppo, e altri molto poco, anche quasi niente. R. gestiva i social e gestire i social è un compito ingrato, la presenza online va mantenuta con ritmo e costanza, e lei ha fatto un lavoro eccezionale, grafiche, testi, contenuti, R. è stata fantastica. Anche altri del gruppo si sono impegnati ma non sono mai riusciti ad alleggerire la mole di lavoro di R. Forse era compito mio, fare il “leader”, ma non ne avevo più le forze. E forse non ne ho mai avuto le capacità. Alla fine dell’estate dell’anno scorso ero fiducioso, dissi chiaramente che non volevo più tenere le redini, che mi fidavo di questo nuovo gruppo e di quello che potevamo fare collettivamente, volevo tornare all’orizzontalità. Credevo andasse tutto bene. A ottobre confessai di stare molto poco bene psicologicamente, che avevo bisogno di non pensare più a Parole Notturne, diedi la mia disponibilità nella presenza e nella conduzione delle serate. Questo era quello che sentivo di poter fare dopo aver tenuto tutto insieme per più di due anni. Ero esausto. Sono esausto. L’inverno fu un periodo completamente nero. Le cose non andavano più, video non pubblicati, mancanza di voglia generale, R. in burnout, non si sentiva appagata, il gruppo non si sentiva parte di una comunità, si sentivano usati. Forse era compito mio fare qualcosa per nutrire le energie umane del gruppo ma io stavo male, molto male. Stavo lottando per non lasciarmi morire. Avrei voluto fare qualcosa. Dio, avrei voluto. Non ho potuto. Io sono stato sempre chiaro e onesto con tutti, da ottobre, anche prima, Parole Notturne è una missione, è sacrificio, si porta avanti perché qualcuno deve farlo, amici io dopo tutto questo tempo ho bisogno di una pausa, non posso garantire nulla, sono malato, completamente inaffidabile, ma mi fido di voi. Amici. Alla riunione di Gennaio mi sono sentito dire che dovevo smettere di fare la vittima. Che avrei dovuto prendermi le mie responsabilità. Ancora oggi ripensandoci rimango allibito. Che cosa crudele da dire a chi lotta per non affogare. Amici. Il gruppo esplose. R. se ne andò, A. e A. la seguirono. O. che aveva tanto a cuore il progetto provò a tenere le cose a galla, rimasero anche S., C., C. e V. Ma di questi pochi potevano, per sacrosanti motivi personali, impegnarsi al massimo per sostenere il peso di Parole Notturne. Io l’ho sempre detto: “Se avete di meglio da fare io sono felice per voi, perché prima d’ogni cosa vi voglio bene, non ve ne farò mai una colpa. Ma almeno siate onesti e sinceri come lo sono io. O ci siete o no. Ma se ci siete significa vocarsi alla causa. Non ci sono mezze misure.” Non si sono mai tirati indietro, ma nemmeno entrati dentro veramente, una mezza misura, comprensibile, ma inefficace. O. fu scontenta del mio cinismo, del mio astio verso R. e A. che, lo penso tuttora, mollarono per motivi discutibili. O. voleva una comunità, Parole Notturne è una comunità per chi partecipa agli eventi, per chi lo manda avanti è lavoro. Questo potrebbe cambiare, con i giusti accorgimenti, ma io non sono riuscito a fare nulla. Non ho potuto. Dio, avrei voluto potere. Mi ricordo che nell’ultima grande riunione ne avevamo parlato, di trovarci in momenti di relax, momenti pensati per stare assieme, senza discussioni o impegni, io ero entusiasta, non vedevo l’ora che qualcuno di loro mi invitasse a mangiare una pizza tutti insieme. O anche una birra. Anche solo una passeggiata andava bene. Mi avrebbe fatto stare molto meglio, forse sarei riuscito ad uscire dal mio lugubre pozzo per un attimo. Mi sarebbe piaciuto tantissimo. Poteva farmi bene. Nessuno invitò nessuno. Forse. O forse, nessuno invitò me. Non lo potrò sapere mai e nemmeno voglio saperlo.
Oggi siamo rimasti C., S. ed io, per quanto io sia ancora rotto. Ed oggi i ragazzi si stanno impegnando per come possono. E non è abbastanza. La barca ormai fa acqua da tutte le parti, non abbiamo una rotta, stiamo provando a non affondare malissimo, raggiungere un porto d’emergenza. E dico questo perché io posso dire che qualcosa è cambiato. Le serate continuano ad essere delle belle serate, l’ultimo open mic è stato molto bello e abbastanza partecipato, i Cerchi non li frequento più, non riesco. C. sta cambiando un po’ il format del Cerchio di lettura, anziché essere un flusso continuo di letture si lascia più spazio al dialogo e al confronto tra una lettura e l’altra. Questa settimana avrei dovuto essere lì a vedere come funziona questo nuova modalità. Quella sera non sono riuscito ad alzarmi dal letto. Mi è arrivato un messaggio da un’amica che ha partecipato, un’amica Piuma storica di Parole Notturne, mi ha detto che durante il Cerchio ha sofferto. Mi ha scritto proprio “ho sofferto”. Ha sofferto perché non era un Cerchio. Parole sue, non mie, cito testualmente: “Sembrava più una lezione di letteratura, uno spulciare le parole che venivano lette, analizzandole, pompandole, perdendo intimità e dolcezza. Nessun reale ascolto, più un pavoneggiamento e una mancanza di relazione. Mi mancano i cerchi di prima, non so se ci saranno più, me lo auguro con tutto il cuore perché quelli mi avevano permesso di guardare e guardarmi, di tornare a casa con quello sfarfallio nello stomaco che diventava terreno fertile per nuove riflessioni e nuova scrittura. Volevo dirtelo perché tu e PaN mi avete dato tanto e non voglio pensare che sia solo passato.”
Io non so come risponderle.
Io non so se sono in grado di reagire.
Non penso.
Non so come continuare quest’amalgama di parole. So dove sono finito. A guardare lontano i resti di una creatura malata, Parole Notturne, la mia bambina. L’ho contagiata. Non sono riuscito a evitarlo. Mi dispiace se possa sembrare la vetrina di un personaggio con manie di protagonismo. Mi dispiace se questo testo possa sembrare lo sfogo di un vittimista. Mi dispiace soprattutto che sia un riassunto fattuale della realtà di Parole Notturne.
Chiedo scusa a tutte le persone che mi vogliono bene. A mia sorella, a mia madre. A chi vorrebbe starmi vicino nonostante le migliaia di kilometri. H. perdonami. La mia vita è una vita come le altre, caotica e crudele come le altre, niente di speciale. Sono io che non sono capace di gestirla.
H., perdonami.
Chiedo scusa a tutte le Piume. Tutte quante. Non so se Parole Notturne morirà presto. Le condizioni sono critiche. E forse non si può salvare senza che io, Vladimir Moreno Luna, paghi con la vita.
E non voglio morire.
Non voglio lasciarvi.
Ci sto provando.
Non è facile.
Ci sto provando.
Grazie. A chi, contro ogni logica, riesce ad amarmi. F., grazie. Senza di te non so dove sarei.
F., grazie.
Grazie a tutte le persone che hanno creduto in Parole Notturne, e forse anche in me. Mi dispiace se vi ho deluso. Vi chiedo di conservare un bel ricordo di ciò che siamo stati. Parole Notturne è stata una bella avventura. Se dovesse morire andrebbe bene comunque. Le Piume ormai hanno preso coscienza di avere una Voce. E sanno come regalarla al Vento. Non c’è da preoccuparsi, la Poesia non può morire.
E a chi mi ha lasciato da solo, condannato a me stesso, a chi mi ha voltato le spalle, a chi le ha pugnalate, a chi mi ha deriso e infamato, a queste belle persone voglio dire qualcosa. Potrei mandarvi a fanculo, ne avrei tutto il diritto, potrei augurarvi di essere abbandonati, traditi, infangati per riuscire a provare ciò che mi avete fatto provare, ma non sono il tipo, non mi piace fare del male. Chi conosce il dolore sa che è sbagliato donarlo. Io porgo l’altra guancia. E vi invito a riflettere su ciò che avete fatto mettendo da parte il vostro ego. Spero possiate riuscirci.
Vi lascio con una parabola di un mio vecchio amico:
In una città dove l’egoismo, l’arroganza e la violenza verbale regnano sovrani, un giovane passeggiava la sera e fu quasi investito da una moto, lo prese di fianco facendolo quasi cadere. Gli era già successo in passato, quella volta il motociclista sbraitò “che minchia fai?!”, il giovane e il motociclista fecero a botte quella sera. Ma quella era un’altra sera e quello di adesso era un motociclista diverso, il giovane penso lo stesso “ora vorrà sicuramente ragione, prepariamoci al ceffone”, e il motociclista disse: “scusa”. Poi ripartì subito. Il giovane era incredulo, felice, grato.
Sentirsi dire un “grazie”, può salvare una vita.
Sentirsi dire “scusa”, potrebbe salvare la giustizia.
Per saper dire “scusa” sinceramente bisogna saper essere critici. Non c’è niente di male ad essere oggettivamente critici, può solo far bene.
Per saper dire “grazie” sinceramente bisogna essere accorti. La fortuna di questa vita è che la felicità esiste. Essere grati è fondamentale.
Grazie Parole Notturne, per tutto il male e per tutto il bene.
Grazie care Piume, qualsiasi cosa accada, continuiamo a leggerci, insieme, ad alta voce, senza barriere o giudizi, ascoltando i nostri sguardi, in Cerchio o in rombo, non importa. Non smettiamo mai di fare vivere la Parola, di fare danzare la nostra Voce.
Grazie.
–
Ciao Isidoro, mi sono permesso di rispondere con un testo nato per un’altra intervista all’interno di uno studio sociologico di Alessio Castiglione, ideatore e presidente del Newbook Club di Palermo, in cui mi era stato chiesto di parlare di ciò che mi hai chiesto nelle prime tre domande e quindi ho pensato che poteva essere esaustivo il giusto e poi riciclare è importantissimo. Spero che la prima parte autobiografica sia bastata come compromesso per digerire la parte “cronaca di un collettivo” che ammetto essere forse troppo pastosa, ma chest’è, un racconto senza virtuosismi o ghirigori, una foto di ciò che è stato il viaggio di Parole Notturne.
Ma passiamo alla ciccia, lasciamo da parte queste minuzie, io non ho ancora risposto all’ultima domanda che forse, data la sede in cui ci troviamo, è la più interessante.
Io sono tra gli ultimi arrivati all’interno della LIPS e come ci sono arrivato, se siete arrivati fin qui, lo sapete. E sapete anche da quale desiderio sia partita questa volontà di fare Slam: creare uno spazio per la poesia performativa in una città che ha un unico terribile difetto, la sua meridionalità. A scanso di equivoci, non intendo una serie di caratteristiche culturali che contraddistinguono il carattere delle anime del sud, bensì una serie oggettiva di svantaggi legati alla posizione geografica e delle conseguenti difficoltà di carattere economico a cui conseguono evidenti differenze di possibilità degli abitanti delle periferie del “bel” paese. E voi direte “sì, fantastico, hai scoperto l’acqua calda, ma che c’entra con la poesia, che c’entra con la LIPS?” E invece il punto è proprio questo. Il sistema LIPS rispecchia ed incarna perfettamente le diseguaglianze tra nord e sud ed è un incredibile esempio di come la questione meridionale è un problema mai risolto di cui non si vuole parlare né fuori né dentro l’ambiente del Poetry Slam. Quindi per rispondere seccamente alla tua ultima domanda: no, anzi, l’isolamento delle realtà periferiche è una caratteristica della LIPS. Ora argomenterò nel dettaglio ma prima premetto che questa è la mia opinione personale basata sull’esperienza di due anni all’interno della LIPS e sono sempre aperto al confronto. Inoltre mi impegnerò a tutelare la privacy di persone coinvolte nell’analisi ad eccezione fatta di una che, quantomeno sulla carta, dovrebbe essere il responsabile della faccenda.
Il rapporto con la LIPS nasce senza praticamente alcun contatto, ci si tessera, si comunica la slam e via, ognuno fa da sé e amen. Mi ricordo la frustrazione e la rabbia dei primi tempi, noi a farci un mazzo così per organizzare delle belle serate e la LIPS che ricondivideva soltanto gli eventi della loro cerchia di amici. Ho provato a farmi sentire, ma niente da fare. “Non possiamo ricondividere tutti gli eventi perché non abbiamo nessuno che sta dietro ai social in maniera fissa.” e io “Ma allora vi diamo una mano noi come volontari, almeno garantiamo a tutti la copertura della pagina principale, anche ai collettivi più giovani” nessuna risposta. Ancora oggi se andate a controllare nel sito ufficiale della LIPS a Palermo risulta che le Slam siano organizzate dal Teatro Patafisico, un teatrino che ormai non organizza ormai da 10 anni. Noi, come Parole Notturne, non abbiamo mai ricevuto un briciolo di considerazione.
Quando abbiamo iniziato a Palermo c’era un altro piccolo collettivo che, non me ne vogliate, ogni tanto organizzava slam “all’acqua di rose”, tutt’altra roba rispetto a quelle organizzate da noi dove c’era un evidente maggiore dispendio di mezzi e di energia. Il capo dell’altro collettivo (o forse l’unico membro) si sentì attaccato dalla nostra presenza come organizzatori, fu una delle due volte in cui venni contattato dal coordinatore regionale, che aveva sentito fior fior di menzogne da pincopallo, per risolvere la discordia. La vicenda si risolse da sola, la dedizione che si mette in un lavoro organizzativo viene rispecchiata poi nella qualità della serata, pincopallo non reggeva l’invidia e rosicando sparì del tutto. Fun fact: io all’inizio gli proposi di organizzare insieme così da alleggerirsi il lavoro a vicenda, rifiutò, rosicò, se ne andò, lol. Scusate le battutine ma rievocare certi ricordi mi fa sorridere, soprattutto se si pensa che chi vive di competitività tossica finisce cotto nel suo stesso brodo. La seconda volta che venni contattato dal coordinatore fu quando sentii la sua posizione in pericolo perché si parlava di nuove elezioni. Che ridere. Quando chiesi aiuto per dare visibilità al nostro collettivo che dal niente ha organizzato qualcosa come 20 slam in meno di due anni, mi rispose “tieni la mail, pensaci tu”. Che ridere.
Ora, non è per fare polemica che condivido tutto questo, ma perché va fatto, l’omertà non porta mai a nulla di buono e questo penso sia il luogo ideale dove condividere questo vissuto. E questo è solo l’inizio del rapporto di assenza con la LIPS. Con il passare del tempo abbiamo smesso di vedere la LIPS come una realtà di cui eravamo parte ma piuttosto come un logo necessario nella locandina, un certificato di autenticità. Lo abbiamo trovato molto triste, ma ce ne siamo fatti una ragione. Anzi, dietro tutto questo c’è un paradosso burocratico quasi grottesco: in teoria, per poter anche solo organizzare uno slam ufficiale, noi organizzatori dobbiamo essere tesserati alla LIPS. Paghiamo una quota per avere il diritto di regalare il nostro lavoro, il nostro tempo e le nostre energie a un circuito nazionale che in cambio non ci dà né supporto, né visibilità, nemmeno la manutenzione di una pagina web. Quest’anno, per pura frustrazione (e anche perché non ho mai ricevuto i due numeri del LipsInk pagati più di trenta denari), ho deciso di non tesserarmi. Ci siamo fatti una ragione di questa assenza e ci siamo focalizzati sul punto più importante delle Poetry Slam: la poesia.
Penso che l’episodio più difficile da digerire e più sintomatico ed esplicativo della “questione meridionale della LIPS” sia stato la finale nazionale dell’anno scorso ad Agrigento. È quasi comico che parlando in giro ci si focalizzi sulla bellezza dell’evento, è ovvio che è stato bello, una festa intorno alla poesia, decine e decine di poet* eccezionali, lo spettacolo è garantito, ma cosa c’è dietro? Un ennesimo episodio dove la Sicilia (come altre regioni di periferia) viene usata e sfruttata, spettacolarizzata come location esotica senza riflettere sulle condizioni di vita di chi vive il territorio, un luogo dove splendere per qualche giorno e poi dimenticarsene. Ovviamente non voglio dire che la LIPS dovrebbe pensare alla sanità dell’isola, spero sia chiaro, bensì voglio fare notare che le dinamiche nord-sud di altre, più importanti, istituzioni siano le stesse. E dico questo perché, da Palermo, come Parole Notturne, ci siamo organizzati in modo autonomo per partecipare all’evento, perché, molto probabilmente, sarà una delle poche occasioni, se non l’unica, per noi isolani di vivere l’evento delle finali.
Non c’è da girarci troppo intorno, vivere la realtà dello slam qui giù è molto diverso da viverla su. Al nord si crea una scena solida, fitta e variegata grazie alla facilità strutturale degli spostamenti: un* poet* piemontese prende un treno e in un’ora è a slammare in Lombardia o in Veneto. C’è un interscambio continuo, una contaminazione costante di voci, di stili e di collettivi che viaggiano e si incrociano. Qui al sud, invece, facciamo una fatica immane perché manca proprio questo respiro: siamo isolati. Non c’è circolazione tra le varie regioni meridionali perché muoversi da un’isola o tra zone interne è un lusso economico e un incubo logistico. Restiamo confinati ognuno nel proprio recinto, e senza un interscambio reale di voci la scena non può respirare, fa una fatica pazzesca a crescere perché non si autoalimenta.
E questo divario logistico si ribalta inevitabilmente sul piano artistico e agonistico dei singoli performer. Nel circuito del Poetry Slam per farsi conoscere, accumulare tappe e sperare di arrivare alle finali nazionali, devi viaggiare. Se un* poet* del nord ha decine di slam a portata di treno regionale, un* poet* siciliano bravissimo, se non ha i mezzi per pagarsi tre aerei al mese, rimarrà sempre penalizzato nelle possibilità. L’isolamento strutturale non tarpa le ali solo a chi organizza, ma taglia le gambe direttamente al talento e al merito dei poeti di qui giù.
C’è un’altra conseguenza legata a questo squilibrio, forse meno evidente ma altrettanto reale: il rischio che si crei, anche in modo del tutto involontario, una distanza relazionale. Quando le occasioni e i contatti si concentrano quasi sempre negli stessi territori, è naturale che tra chi frequenta abitualmente quel circuito si consolidino abitudini, sintonie e legami molto forti. Da fuori, però, per chi è tagliato fuori dai grandi nodi logistici, quella legittima familiarità rischia di essere percepita come una cerchia chiusa, un giro in cui è difficile inserirsi se non si ha già uno storico o i contatti giusti. Non penso affatto che ci sia una volontà esplicita di escludere qualcuno (e non avrei l’esperienza diretta per sostenere il contrario) ma l’effetto pratico non cambia: chi non ha la possibilità economica o logistica di viaggiare e “bazzicare” continuamente le slam a destra e a manca rischia di rimanere ai margini. Diventa una barriera invisibile che, nei fatti, limita l’inclusività per una pura questione di mobilità.
Sono del parere che un’istituzione nazionale, che sia lo Stato in un caso o la LIPS in un altro, debba assumersi la responsabilità di eliminare, o quantomeno livellare, le disparità dovute all’appartenenza ad un territorio geograficamente più svantaggiato. Un’idea potrebbe essere quella di agevolare lo spostamento per chi vuole partecipare a delle slam all’interno di un circuito emergente, o molto più semplicemente promuovere e sponsorizzare i nuovi collettivi che dimostrano di fare un bel lavoro aggratis. Solo idee. Se ci fermassimo a ragionarci su forse ne troveremmo alcune che si possano anche concretizzare, ma finora non se n’è parlato.
E aldilà di queste problematiche prettamente materiali, di mezzi economici e non (che comunque evidenziano quanto evidenziato sopra), penso che la nota più dolente sia di carattere umano: esiste un distacco tangibile tra chi c’era e chi è arrivato adesso. E va bene che i rapporti umani e l’amicizia non sono dinamiche immediate né scontate ma da parte di un’istituzione che dovrebbe unire persone diverse sotto una bandiera io mi aspetto che, quantomeno da chi rappresenta l’istituzione, ci sia la volontà di conoscere chi fa parte della ciurma, almeno un poco, almeno un minimo, e questa volontà, nella mia esperienza, non c’è stata. E se la cura dei legami non parte dall’alto, l’intera struttura si scollega dalla realtà, lasciando la base abbandonata a se stessa.
Andrea, non so se ti capita di leggere queste interviste ma adesso voglio parlare direttamente a te, mi dispiace doverci conoscere così ma, come diciamo in Sicilia, chista è a zita (questa è la situazione). Io amo la poesia, e quando ho scoperto il mondo della poesia performativa ne sono stato folgorato, un colpo di fulmine che rimane vivo dove colpisce, e vedendo voi slammare attraverso uno schermo dentro di me è nato il desiderio di farlo anche io e, soprattutto, di dare a chi condivide lo stesso desiderio l’opportunità di farlo, ma come organizzazione la LIPS non mi ha mai aiutato e non si è mai interessata a conoscerci. Chi è il responsabile di questa situazione? Andrea, tranquillo che nessuno pretende e nemmeno vuole insinuare che tu debba sacrificare la tua vita alle pecorelle delle Slam in Italia, ma era necessario arrivare a questo punto?
Io, ovviamente, non ho idea di cosa effettivamente comporti essere il presidente, quali siano le tue mansioni quotidiane nella LIPS, o se tu sia pagato o meno per quello che fai, però se vieni a fare tre giorni di trasferta per le nazionali, in una regione che all’improvviso, dal nulla e senza alcun supporto, ha iniziato a fare un alto numero di slam grazie al sangue di un solo collettivo, non ti viene la curiosità di dire, quantomeno, “ma questo nuovo collettivo di Palermo viene?” Un’istituzione nazionale ha il dovere di mappare il territorio, di sapere dove le cose si muovono, non può ignorare i focolai in cui la poesia si sta riaccendendo. Forse no, non ti viene, forse non sai nemmeno che esistiamo. Tu dirai “mica posso accogliere personalmente tutti i collettivi che nascono”. Ah, no? Perché siamo così tanti tra i nuovi? Non mi pare. O forse sbaglio. Forse la colpa a monte è del filtro opaco del coordinamento regionale, ma a questo punto la domanda sorge spontanea: chi è responsabile di controllare che i vari coordinamenti operino bene e non gestiscano il territorio come un feudo privato? E se quando si chiede una mano per una cosa piccola e semplice come ricondividere una storia come ci si può aspettare che dal basso ci sia fiducia per parlare di problemi più gravi con l’associazione? Quel sito davvero per due anni non si poteva aggiornare? Per due anni? Andrea, ti rendi conto?
Fare Slam è bello, organizzarle è un lavoro. Un lavoro che qua a Palermo abbiamo sempre fatto in modo totalmente gratuito, pagando con il nostro benessere personale per dare alla comunità l’esperienza della poesia performativa. Ora, ripeto, presidente io non conosco le sue mansioni, conosco quelle del coordinatore regionale: chiede dati, dà scadenze, raccoglie dati. Voi fate anche riunioni? Perché qui in Sicilia, nonostante le abbiamo chieste, non ne abbiamo mai fatte. Io non so come funziona nelle altre regioni, a noi qua giù è capitato così, chista è a zita. Andre’, ho un’idea, forse il presidente potrebbe controllare che vengano fatte periodicamente delle riunioni regionali, così c’è modo di parlare di ciò che non va, che ne pensi? Perché poi, alla fine, a me di rompere le scatole nemmeno mi va. Ma va fatto.
Tante persone mi hanno raccontato come ai “tempi d’oro della LIPS” si era una famiglia e poi qualcosa è cambiato ed oggi sembra quasi di essere in uno spin-off del Trono di Spade. E la cosa che fa più male è che tutto questo abbandono istituzionale si scarica poi sul territorio e sulle nostre forze. A Palermo non è stato affatto facile creare un pubblico da zero; ci siamo fatti un mazzo tanto, abbiamo lottato e ci siamo riusciti, toccando picchi incredibili come la finale regionale dell’anno scorso, super partecipata, con più di cento persone sotto il palco a respirare poesia. Ma oggi stiamo subendo un calo, ed è un calo dovuto a una verità tanto semplice quanto spietata: siamo stanchi. Quando l’entusiasmo e la dedizione vengono prosciugati dall’indifferenza e dall’assenza di chi sta in alto, le energie finiscono e subentra il burnout. Ed è un peccato immenso vedere una fiammata culturale così bella rischiare di spegnersi solo perché l’istituzione ha preferito girarsi dall’altra parte. Che peccato.
Voglio però concludere ricordando a me stesso, e a chi legge, il motivo per cui siamo ancora qui a fare tutto questo, nonostante i muri e la stanchezza. Lo slam mi ha dato e continua a dare qualcosa di inestimabile: il puro divertimento e la meraviglia assoluta di vedere e fare poesia al giorno d’oggi, la prova vivente che la parola è ancora viva e può scuotere le persone. E, soprattutto, mi ha dato la possibilità di stringere legami con persone stupende e artisti eccezionali. Certo, ironia della sorte, per uscire dal nostro isolamento e conoscerli davvero ho dovuto prendermi una settimana di ferie appositamente per farmi un viaggio in Veneto di tasca mia, lol². Però ne è valsa la pena.
Ora, mio caro Isidoro, carissimo Andrea, e ancor più car* pazz* lettor* che siete arrivat* fin qui, sono le quattro di notte, io ho forse già detto troppo, spero di non aver dato troppo fastidio e spero ancor di più che, aldilà di tutte le ingiustizie, possiamo sempre continuare a fare poesia, sia in piccolo che in grande. Volemose bene. Buonanotte. Kiss you tender.
Vladimir Moreno Luna