Interviste

Intervista a Mirko Vercelli

Mirko Vercelli (Torino, classe 2000) è antropologo culturale, autore, poeta performativo. Collabora col Centro Studi Sereno Regis di Torino, ha fondato la zine Bonbonniere, ha pubblicato Blue Raccoon Hotel (Undici, 2018), Linea retta (bookabook, 2021), Memenichilismo (NovaLogos, 2024) e Nove preghiere all’algoritmo (senzafuturostudio/Gheddo, 2025), suoi testi sono presenti su Lucy sulla cultura, NOT di Nero Edizioni, L’indiscreto, Turchese, Neutopia e Il Nemico. È in uscita il suo ultimo libro, parte di un progetto multimediale, dal titolo Gli strumenti della solitudine (Edizioni del faro, 2025).

Mirko, benvenuto. Dunque, sta pian piano vedendo la luce Gli strumenti della solitudine, una tua opera multimediale nata nella cornice di un viaggio. Puoi parlarcene un po’? Come l’idea si è strutturata in questa forma?

Il viaggio si struttura facendolo e forse scoprire in corsa dove sto andando è l’approccio che uso per molte cose. Mi ero preso due mesi di viaggio essenzialmente da solo, lontano da tutto e da tutti, sapendo che volevo sfruttare questo tempo per scrivere qualcosa. Alla prima tappa ho comprato una vecchia videocamera digitale, una handcam, in un magazzino sopra un vecchio centro commerciale e ho iniziato a documentare tutto con la consapevolezza (piuttosto azzardata) che qualcosa, alla fine, avrebbe preso forma. Viaggio sempre così. Spesso scrivo e lavoro così. Credo di aver iniziato in questo modo al liceo, per un progetto video che dovevo realizzare. Ho fatto una mattinata di riprese più o meno casuali dicendo ad un attore di fare azioni scollegate (dicevo a quel povero cristo di fare ogni cosa mi venisse in mente, “ora rotolati, ora fai la foglia”), in fase di montaggio ho riordinato e rifinito il tutto, usando il voice-over come filo rosso. Ho scritto una poesia che faceva sembrare il tutto un racconto struggente sull’identità. Hanno selezionato quel corto in un paio di festival italiani e questa è stata la conferma divertente che poteva essere un modo per lavorare. Mi ha sempre stregato la potenza del narratore nel dirigere l’interpretazione dello spettatore. E così ho usato i video del viaggio (i più disparati, da un funerale buddhista nella campagna thailandese ad uno zumba party del partito comunista in Vietnam) come tavola visiva per raccontare la mia esperienza di viaggio in solitaria e fare notazione emotiva di un raccoglimento, unita ai fatti che imparavo sulle culture e le persone che trovavo. Volevo fare una cosa alla Sans Soleil di Chris Marker, che è uno dei miei film preferiti. Un esperimento che non voleva dimostrare niente. La mattina lavoravo la terra ascoltando lezioni di antropologia sulla parola e la sera dormivo per strada nelle città dopo aver guidato tutto il giorno, quindi diciamo che ero pieno di stimoli. Essendo un viaggio fatto di tanti silenzi e quindi, necessariamente, di tanti suoni, ho subito pensato che serviva giocare di atmosfere. Oltre ad avere campionato i suoni ambientali di tutti i posti che ho visitato, il Maltempo Collettivo ha curato una lunga improvvisazione sonora per tutta la durata del cortometraggio. Ed ecco che la voce narrante è diventata un suono narrante in cui ogni elemento udibile ha la stessa intensità. Un film musicale/ambientale. Solo che c’erano altre cose da dire ed altre annotazioni e poesie e quindi si è sviluppato anche in versione cartacea, come raccolta dei testi. Solo che c’erano altri suoni e vibrazioni e quindi è diventato anche un album con i Maltempo. Solo che sono la stessa cosa quindi hanno lo stesso nome. L’ho chiamato Gli strumenti della solitudine come omaggio a Sereni che ha secondo me iniziato un discorso molto profondo e onesto sulla fallibilità dei tentativi di contatto con l’altro e la loro radicale necessità. Però in questo caso anziché essere strumenti umani, sono strumenti della solitudine perché a volte quel colloquio serve averlo con il silenzio, con il vuoto e la lentezza (#vitalenta).

Questo, come racconti, non è il primo caso in cui ti sporgi verso le commistioni tra linguaggi: hai sperimentato in più contesti il dialogo tra testo, performance, suono, linguaggio visivo. Da dove è partito questo desiderio di far entrare le tue parole in danza con altre arti, e quali sono state le tue prime esperienze al riguardo?

Non mi viene da fare altrimenti. La parola sconfina naturalmente, ha un suono, evoca immagini e la sua articolazione è già di per sé una performance (che poi è il massimo che mi posso permettere io, che non ho grandi doti performative). Parlare in presenza è già in qualche forma un’arte totale. Lo spazio è il luogo della parola e arredare al meglio questo spazio, che sia sulla pagina o in una stanza, è un completamento, più che una contaminazione. Credo che la settorializzazione faccia percepire queste ibridazioni come strane o sperimentali, eppure non mi vengono tanti motivi in mente per evitarlo. Non so bene quando ho iniziato, ma probabilmente deriva dalla mia passione per ogni forma espressiva, ho studiato musica, cinema e ho disegnato per tanto tempo (che poi riesca effettivamente a fare queste cose è tutto un altro discorso). Diciamo che mi piace usare i registri diversi. Quando al liceo mi davano da fare dei corti mi piaceva scriverne la musica, disegnarne i fondali e pensare ad un soggetto stimolante. Poi ho la fortuna di conoscere e avere attorno tanti grandi artisti e amici (nel senso che sono entrambi) e unire le visioni e la sensibilità è ovviamente ancora meglio. Come appunto l’album di spoken word uscito dall’esperienza e dal supporto del Premio Sanesi con i Maltempo Collettivo, che saluto (ciao!) o un libro-breviario di poesie/preghiere all’IA realizzato con e illustrato dall’artista visiva Silvia Basano, che saluto anche lei (ciao!). Questa è la vera commistione di linguaggi, quella con altre persone.

In realtà, poi, anche solo fermandoci sul piano prettamente testuale emerge questo tuo stare tra i linguaggi: in molti dei tuoi testi convivono saggistica e poesia, diario e speculazione, fiction e memetica – che si tratti di un testo per uno slam o di un articolo per una testata. Come ti metti in rapporto con la scrittura e con le sue forme, nel momento in cui desideri scrivere (di) qualcosa?

Mi concentro sulle traiettorie delle frasi più che sulla loro appartenenza ad un genere. E questo è anche influenzato dalle mie letture. Esistono testi di Foucault come Storia della sessualità che sembrano poesia per la bellezza e la sonorità loro prosa (e anche per la difficoltà di parafrasi, che trovo sempre stimolante). Per inciso voglio dire che l’inaccessibilità di certi testi per me è parte del loro fascino, più un testo è complesso e più soddisfacente è risolverne l’enigma senza la certezza di aver rispettato le intenzioni dell’autore. D’altra parte in certe poesie di Rumi o di Rilke si può tornare tantissime volte trovando più teoria che in un saggio, con un’immediatezza da rivelazione profetica. Quando scrivo ciò che mi interessa è che tutto suoni bene. Che sia piacevole da sentire. Molto spesso leggo ad alta voce le cose mentre le scrivo. Che stia scrivendo un articolo sull’IA o una poesia per una performance. Dopodiché posso partire da un appunto di diario e finirlo come saggio, oppure iniziare una speculazione antropologica e scivolare in un verso poetico. Mi piace spesso portare all’estremo la cosa, in un articolo che ho scritto di recente inizio con il registro e i topos di una ricerca antropologica e finisco con quelli di una poesia sperimentale. Ma la cosa che voglio dire è solo una. Tutti i registri se piegati nel modo giusto hanno la capacità di condensare in poche righe un’intera e unica visione del mondo.

È del 2024 il tuo saggio Memenichilismo, uno degli approdi a cui sono giunte le tue indagini antropologiche sull’utilizzo che l’umano occidentale ha delle tecnologie di consumo. Qual è il tuo pensiero circa le potenzialità narrative, poetiche, trasformative che hanno i nuovi media e le forme espressive che da esse si son generate, come ad esempio i meme?

La memetica è una forma di folklore contemporaneo che uso molto, ma che riesco a incasellare pochissimo e per questo trovo estremamente stimolante. A maggior ragione ora che i meme come li abbiamo conosciuti non esistono più e sono stati assorbiti in un ecosistema altro, divenendo il modo di darsi della viralità. Ora la vitalità e la condivisione sono il linguaggio stesso. Ha delle potenzialità narrative enormi, condensa concetti complessi, emozioni e traumi collettivi, tensioni sociali con linguaggi e forme nuove. Dal punto di vista poetico ha una stratificazione unica che sfida la lettura e la decodifica, ci sono livelli di lettura che si accavallano, riferimenti che rimandano ad altri riferimenti (“tracce ad altre tracce”, avrebbe detto Derrida). Come ogni linguaggio situato, non è veramente neutro e le sue ricadute mediatamente e immediatamente politiche sono forse la cosa che più mi piace analizzare. Che poi è quello che ho fatto nel saggio Memenichilismo (titolo scelto dell’editore, metto le mani avanti). Parlare in un certo modo influenza come pensiamo e il territorio che consideriamo agibile. Se ogni cosa è sovvertibile è l’anarchia del senso, e se il vero è solo un momento del falso allora è il nichilismo dei valori e della relazione con l’altro. In questo caos però c’è spazio per nuovi immaginari e sopratutto una curva così forte chiama sempre una forza uguale e contraria verso una forza che crei coesione e reincantamento. Un accelerazionismo positivo.

Fra le volontà fondative dello slam c’è anche quella di generare comunità, sia nel tempo circoscritto di una serata che tra slammer e slammer, collettivo e collettivo, in ampia rete. Dovessi utilizzare il frame osservativo dell’antropologo in te, per quel che hai potuto vivere questa scena, come descriveresti la community slam in Italia?

Secondo me ha la forma di un arcipelago. Micro-comunità che come in ogni arcipelago hanno scambi intensissimi, tanto movimento e un codice comune (di ritmo, performatività e condivisione) declinato in mille contesti locali, che si ibridano, si contaminano. Ogni isola ha il suo riferimento (i locali abituali, il suo pubblico, la sua comunicazione), la sua formula e si lega alle altre da un ethos condiviso, ovvero realizzare un gioco immediato che abita lo spazio (e come dicevo prima questa è la cosa che mi piace di più!). Il vero spirito per me è proprio nella comunità che si crea, nelle sorprese che emergono quando un poeta impiega lo spazio scendendo tra il pubblico e quello dopo non si muove fisicamente, ma gioca con la voce. Sono eventi generativi perchè facendo partecipare il pubblico creano un’appartenenza che stabilisce legami attorno al gesto meraviglioso che è quello poetico. D’altra parte è importante non viverla come una trappola in scala della democrazia. La poesia è poesia e non ci si possono dare voti, come ricordano sempre Balestra e Fabiani. Il filtro slam è già una struttura ideologica, la necessità di funzionare immediatamente davanti al pubblico crea già la poesia. C’è chi vende e chi offre. E il pubblico è generoso spesso con entrambi, dunque si può ancora creare abbastanza liberamente. Proprio per questo apprezzo e amo particolarmente i poeti che trovano come compito quello di disturbare il format stesso, forzarlo, sabotarlo, renderlo incapace di stabilizzarsi in un puro e semplice spettacolo. Che trovo sia la parte più deliziosa. Cosa che gli permettere di continuare ad essere un dispositivo di rottura.

Un saggio, un libro d’arte e due romanzi, contributi su svariate pubblicazioni collettive, articoli online e non, una zine fondata, progetti musicali e performativi, numerosissime collaborazioni con realtà differenti tra loro e credo ci sia pure altro: alla luce del tuo essere ancora giovane, la tua produttività è altissima oltre che eclettica. Visto il ruolo così forte che la creatività ha in te e in quel che fai, come convivi con lei? Come la controlli, se lo fai, e cosa hai imparato da essa?

Purtroppo faccio tutto fuorché controllarla ed è proprio il motivo per cui faccio queste tutte queste cose. Irrequietezza e curiosità sono cattivi partner, ma molto passionali. Sto cercando di imparare a resistere alla pressione di produrre sempre, come forma di cura, e mi sto prendendo un po’ di pause. Il problema è che lo spazio vuoto si riempie subito di altro, da solo. Il lavoro creativo va nutrito anche con il silenzio e il disordine, con il tempo passato a guardare cose senza progettarle. Credo fosse Tagore che scriveva che il vero senso della vita è di accettarla, non di capirla o esplorarla, poi però i periodi in cui faccio tutti e tre sono i più interessanti. Sicuramente non penso si possa proprio controllarla, la creatività, forse tenerla accanto come compagna. Che sia viva o meno, mantenere il dialogo con sé stessi, gli altri e il mondo che cambia. Mi sono spesso chiesto il senso di produrre queste cose (ho un grande timore della bulimia produttiva, motivo per cui mi autocensuro molto) e un caro amico e poeta, Lorenzo Imperato (che ha scritto la prefazione della mia silloge Gli strumenti della solitudine) un giorno mi ha detto che fare arte serve a fare sentire meno sole le persone nell’esperienza del vivere. Ecco, per questo a volte serve una poesia o una melodia o tutt’e due assieme. Altre, semplicemente il silenzio, stare, curare.