Lorenzo Maragoni (Terni, 1984) è attore, regista, autore teatrale e poeta. Dal 2018 partecipa al circuito italiano del Poetry Slam, di cui nel 2021 è campione nazionale e nel 2022, rappresentando l’Italia alla World Cup di Parigi, campione del mondo. Ha scritto e interpretato Stand Up Poetry (2021), Questa cosa che sembra me (2022) e Grandi numeri (2023), ora invece è in scena con Tipico Maschio Italiano (2025). Ha pubblicato due raccolte, Poesie però non troppo (Interno Poesia, 2023) e Grandi Numeri, (Miraggi Edizioni, 2024) e assieme a Niccolò Fettarappa il saggio Showpero (Edizioni Tlon, 2025).
Buondì Lorenzo, benvenuto. Vorrei cominciare sul solco del tuo ultimo spettacolo, Tipico Maschio Italiano, che stai portando in giro dallo scorso anno. Il tema scelto è di grande urgenza, eppure non sono ancora molti gli artisti – e qui il maschile sovraesteso è voluto – che decidono di affrontare con sincerità la questione di genere. Cosa ti ha portato a voler lavorare su questo tema, e quali sono state le fasi che hai attraversato durante la creazione?
Ci sono state due spinte, una sociale e una personale. La prima è stata il discorso pubblico di Elena Cecchettin dopo il femminicidio della sorella Giulia, con l’invito a tutti gli uomini a considerare le loro responsabilità nella violenza di genere. Per la prima volta ho guardato a me stesso con occhi diversi e ho realizzato che non ero, come credevo di essere, uno degli uomini “buoni”, al di sopra di ogni sospetto, ma che alcuni miei comportamenti, in particolare nelle relazioni affettive, erano parte del problema. Questo, purtroppo, mi è stato confermato dalla fine di una relazione, in cui la persona con cui stavo mi ha messo di fronte a questi comportamenti e alle mie responsabilità: da lì una presa di coscienza, un desiderio di cambiamento nella mia vita personale, e un tentativo di raccontare questo percorso di cambiamento in modo artistico. Il percorso di scrittura dello spettacolo è stato lungo e articolato: grazie a una serie di partner che hanno creduto in questo progetto, ovvero l’agenzia di produzione teatrale Retropalco, la media company Factanza, l’associazione Osservatorio Maschile e Fondazione Libellula, abbiamo organizzato un’indagine statistica per analizzare la percezione degli uomini e della maschilità in Italia, e un tour in quattro città italiane, Roma, Milano, Torino e Palermo, in cui, attraverso dei cerchi di uomini, approfondire i temi delle relazioni, del lavoro, della cultura e della paternità in modo libero e aperto, e, attraverso dei talk pubblici, ascoltare persone esperte sul tema raccontare i loro punti di vista. A partire da tutti i materiali raccolti, insieme ad Anna Dall’Olio, assistente alla regia, e Giovanni Frison, musicista e compositore, abbiamo creato lo spettacolo, che è stato prodotto dal Teatro Metastasio di Prato.
Resterei ancora un attimo su questo tema, per farlo uscire dalla cornice dello spettacolo. Recentemente hai fatto partire assieme a Domani un altro progetto, La posta dei Bro, col quale entri ancora più direttamente in questi temi con altri uomini. Quanto pensi sia utile una operazione ad azione diretta come questa? Come si differenzia dal dialogo col pubblico a fine spettacolo, se c’è? E infine, riportando tutto a casa: quali pensi siano degli aspetti su cui la comunità slammistica italiana dovrebbe riflettere, perchè possa decostruirsi a sua volta?
Mi piace pensare che La posta del bro possa essere uno spazio per gli uomini per fare le domande e affrontare le conversazioni che a volte evitiamo, o ci vergogniamo di affrontare. L’operazione non è semplice: la maggior parte dei commenti (e delle domande) sono arrivati da donne, che è stata una cosa molto bella, ma per arrivare a un coinvolgimento maschile c’è ancora lavoro da fare. Per questo stiamo sperimentando con il formato, con il tipo di video, con il tono di voce, nel tentativo di creare uno spazio in cui gli uomini si sentano a loro agio a partecipare alla conversazione pubblica. Il dialogo col pubblico a fine spettacolo, quando c’è, è ricco e vivace; anche se, anche in quel caso viene portato avanti principalmente da donne. Credo che la vergogna e un senso di inadeguatezza e soggezione siano i fattori che spingono gli uomini a restare “nascosti”, più che un disinteresse per il tema, e credo che anche su questo ci sia da interrogarsi sui modi migliori per attivare un coinvolgimento maggiore. La comunità slam italiana, e in particolare gli uomini che ne fanno parte, potrebbe riflettere sui propri comportamenti: nelle aree del consenso, della gestione del rifiuto, della violenza. Penso possa essere particolarmente difficile farlo perché possiamo avere l’alibi di essere una comunità virtuosa, inclusiva e sicura, che condivide valori di rispetto e parità, ma purtroppo molti episodi hanno mostrato che il comportamento individuale degli uomini non sempre aderisce a questi valori. È necessario osservarci, modificare il modo di agire, e farlo alla svelta, se vogliamo essere all’altezza dei valori che diciamo di voler rappresentare.
Bene, grazie. Ora riavvolgo il nastro: come ti sei avvicinato al mondo dello slam, e quali son stati i tuoi primi passi?
Ho visto il mio primo poetry slam nel 2018, e ho partecipato per la prima volta una settimana dopo: mi sono innamorato subito di questo modo orale, fisico, partecipato, di fare poesia e di costruire comunità intorno alla poesia. Nel giro di pochissimo tempo ho iniziato a girare per l’Italia per partecipare a slam ovunque mi fosse possibile, ho cercato di migliorare la mia scrittura e la mia performance, e questo mi ha portato nel 2021 a vincere a Torino il campionato nazionale italiano. Nel 2022 sono andato a rappresentare l’Italia al campionato del Mondo di Parigi, arrivando un po’ da “turista”, ma realizzando una volta lì che avevo delle carte da giocarmi per poter vincere: penso che il mio background teatrale, come regista e come attore, mi abbia aiutato molto nel far apprezzare la poesia italiana anche da un pubblico principalmente francofono, è stata un’esperienza sorprendente e profondamente arricchente, che ha segnato un momento fondamentale del mio percorso artistico.
Questo tuo essere stato attore, ma forse mi interessa ancora di più la prospettiva registica, come ha influito nel tuo scrivere testi poetici pensati per essere performati? E quanto di questa prospettiva agisce nello spostarsi dai tre minuti di un pezzo da slam alla molto più ampia lunghezza di un intero spettacolo? E quanto l’esperienza dello slam ha invece trovato sede nel tuo sguardo sul teatro?
Credo in due modi: nella comunicazione non verbale e nella sintonizzazione con il pubblico. Se è vero come pare sia vero che la comunicazione umana passi prima dal linguaggio non verbale e paraverbale che dal verbale, quando abbiamo scritto una buona poesia abbiamo fatto solo, purtroppo, una piccola parte del lavoro. Avere un background attoriale mi aiuta ad avere più scelte interpretative di un testo e a riuscire a governare meglio la prosodia, lo sguardo, i gesti, l’intenzione delle parole e delle frasi, il ritmo; il lavoro registico mi aiuta a immaginarmi da fuori mentre sto dentro. L’altro aspetto fondamentale, imparare ad ascoltare chi ti ascolta, viene anche questo molto dall’allenamento: imparare ad essere aperti, a stare con quello che sta succedendo, salire sul palco il più possibile perché il tuo corpo inizi a “sentire” tutto questo da solo. Paradossalmente, è più facile (o meno difficile) per me applicare tutto questo a uno spettacolo completo perché è la misura da cui provenivo. L’equilibrio e il rinnovamento dell’attenzione sono delicati ma anche lì, l’esperienza e il mettersi dal punto di vista di chi guarda/ascolta aiutano tantissimo. I greci stessi sapevano che non c’è attenzione umana che possa reggere ascoltando poesia per tre ore: le tragedie classiche sono ottimi esempi dell’alternanza di dialogo e monologo, scene recitate e scene danzate/cantate. L’esperienza dello slam mi ha rafforzato nello stare sul palco a volto scoperto, senza personaggi e senza (troppi) artifici a costruire una distanza tra me e chi guarda/ascolta. Mi ha insegnato a guardare le persone negli occhi, e non tanto o non solo a recitare una parte per loro, ma a guidarle in un percorso che facciamo insieme.
Il titolo del tuo primo spettacolo, Stand Up Poetry, è a suo modo una dichiarazione d’intenti. Come hai deciso di maneggiare i due linguaggi della poesia e della stand up comedy per farli articolare assieme?
Quando per la prima volta ho messo insieme le poesie che avevo scritto durante il mio percorso nel mondo del poetry slam ho sentito la necessità di “collegare” i pezzi, di dare respiro a chi ascoltava per “ricaricarsi” tra una poesia e l’altra: il linguaggio della stand up, che non è un mio linguaggio “nativo”, mi è sembrato il complemento naturale a quello della poesia performativa. La stand up e la slam poetry condividono la semplicità del setting (una persona sola con un microfono sul palco), una forte aderenza sull’esperienza personale e sul parlare di sé, e una relazione aperta e diretta col pubblico. Si pongono però obiettivi diversi: da un lato la risata, dall’altro l’emozione, la creazione d’immagine, l’affrontare temi sociali. Stand up poetry si chiede se si possano raggiungere, in qualche misura, questi obiettivi insieme, a volte alternandoli, altre in contemporanea.
Assieme a Niccolò Fettarappa hai fatto uscire Showpero (Edizioni Tlon, 2025), un libro che riflette su come le dinamiche di performatività che permeano questo tempo incrocino il tema del lavoro in un loop che potenzialmente porta a uno stato di continuo autosfruttamento. Tu, che della performance hai effettivamente fatto mestiere, cosa vorresti comunicare al riguardo alle persone che ambiscono di fare della poesia performativa (anche) un lavoro?
Di fare sul serio. Di formarsi, di individuare in modo affettuoso ma spietato i propri punti deboli, e lavorarci, facendo formazione, ascoltando gli altri, aprendosi alla possibilità di crescere. Dopodiché, conoscere anche i propri punti forti, quali sono i motivi per cui alle persone può piacere quello che facciamo e il modo in cui lo facciamo – oltre che, naturalmente, quello che piace a noi. E infine conoscere il mondo del lavoro nel nostro ambito: quali sono i luoghi, i festival, i concorsi, i teatri, che possono essere interessati alla poesia performativa? Come ci possiamo arrivare? È più difficile che in altri ambiti, penso ad esempio alla stand up, perché la slam poetry ha sempre in qualche modo rivendicato una sua indipendenza, orgogliosa marginalità, democraticità e, ne parliamo proprio in Showpero cercando di riappropriarci di una parola spesso percepita come svalutante, amatorialità. È stupendo fare le cose in modo amatoriale, liberi dai ricatti delle istituzioni, delle critiche e dei mercati; volendo farne invece un lavoro, è necessario affrontare anche tutto questo. In un mondo che ci invita/istiga a monetizzare i nostri talenti, rinunciare a monetizzarli può sembrare una sconfitta, e non lo è. Cercare di monetizzarli può essere complicato, faticoso e frustrante; sotto l’orrore del tardo capitalismo e del tecnofeudalesimo, può essere un modo per cercare di fare qualcosa che ami per il maggior numero di ore e di giorni della settimana possibile: facendone, e trattandolo come, un lavoro.