Gabriele Bonafoni (Jesi, 1982) è attore, autore, performer e operatore culturale con base a Firenze. Nel 2021 è tra i fondatori dei Ripescati dalla Piena. Finalista nel 2020 al premio Bologna in Lettere con C’eravamo tanto armati, è nel 2019, 2021 e 2023 finalista nazionale del campionato LIPS. Si diploma nel 2001 alla scuola di recitazione del Teatro Stabile delle Marche. Laureato all’Università di Firenze in Progettazione e gestione di eventi e imprese dell’arte e dello spettacolo, lavoro che porta avanti da venticinque anni, studia inoltre organizzazione per il teatro sociale e di comunità alla Scuola Civica Paolo Grassi di Milano.
Grazie Gabriele, e benvenuto. Dunque, il tuo approdo allo slam arriva dal teatro e dalla drammaturgia. Prima di entrare in campo poetoso, potresti raccontarci come ti sei avvicinato al teatro e alla scrittura scenica? E poi, invece, com’è avvenuto il passaggio al mondo del poetry slam?
Grazie Isidoro. Sono venuto a contatto con il mondo della slam poetry e della spoken word in maniera assolutamente casuale. Il teatro ho cominciato a masticarlo fin da piccolo; mi sono diplomato all’accademia di recitazione e ho cominciato a farne una professione poco più che ventenne, partendo dalla compagnia del Teatro Stabile presso il quale ho studiato. La drammaturgia per la scena è stata una conseguenza inevitabile e necessaria, per mettere su carta idee e progetti da portare sulla scena. Di questa non ne ho mai fatto una professione, non ne avrei le competenze; rimane piuttosto un meraviglioso sfogo e svago. Quasi tutte le cose che scrivevo per la scena erano però già da allora scritte in versi anziché in prosa. Lo trovavo più interessante. O forse più divertente. Alcuni testi hanno visto il palco, messi in scena da artistə e compagnie amiche; altri, i più, giacciono ancora sotto chili di carta o di byte, in sotto- di sotto-cartelle. E spero davvero di resettare il pc prima che mi salga la voglia di riesumarli. La slam è arrivata all’improvviso nel 2017. C’era un poetry slam quella sera alla Polveriera, uno spazio occupato in pieno centro storico, organizzato da uno dei collettivi che in quegli anni organizzavano spettacoli di slam poetry. Nicolas Cunial mi disse che mancava una persona per arrivare a 6 (numero minimo per validare la gara per il campionato LIPS) e mi chiese se volessi partecipare. Io letteralmente un tappabuchi. Obiettai dicendo che non potevo partecipare in quanto non scrivevo poesie. Roba in versi sì, monologhi, ma non poesie. Dopo molti anni, e soprattutto molti slam, mi rendo conto di quanto fosse ingenua e pura quella mia affermazione.
Comunque vabbè accettai.
Ed eccomi qui Signor Giudice.
Un incontro che, nella cornice peraltro di un teatro col quale collaboravi, hai avuto e che ancora risuona nel tuo poetare è stato quello con Rosaria Lo Russo. Com’è stato attraversare la sua didattica? Cosa ti ha lasciato, e come lo hai inserito all’interno della tua pratica?
Rosaria è stata il motore e la scintilla che mi ha fatto innamorare di questa arte e di questa disciplina. Oltre che essere un’artista immensa e una persona splendida e carissima con la quale ho condiviso molto. L’ho conosciuta al Teatro delle Arti di Lastra a Signa durante una produzione dove lei era in scena ed io ero lì come aiuto-regista per la compagnia residente e con la quale stavamo allestendo un’opera scritta appositamente da Massimo Sgorbani e messa in scena da Gianfranco Pedullà. Nell’autunno del ’17 ha dato vita, sempre al teatro di Lastra a Signa, all’ambizioso Progetto S/P/Read, un laboratorio permanente di reading performance. È lì che mi sono innamorato del suono che (h/f)anno i fonemi; di come poesia e musica, arti nate sorelle, si amplifichino e necessitino l’una dell’altra per risuonare ancora più forte e ancora più a fondo. È grazie a lei se ho conosciuto Pagliarani, Rosselli e Insana su carta; Balestrini e Lamarque in carne e ossa. Il fatto che la carta sia uno spartito e che le parole sian messe lì sopra in modo da essere “cantate”, per farle suonare. Che la musica che viaggia insieme alle parole non è tappeto, non c’è gerarchia, che c’è piena sorellanza in questo. Gran parte di quello che faccio oggi sui palchi dove porto spoken word o music, lo devo a questa scuola e ai suoi insegnamenti.
Tu hai attraversato due dimensioni collettive a Firenze che hanno avuto un ruolo centrale per la scena slam e non solo: Fumofonico e Ripescati dalla Piena. Come sei entrato in contatto col primo, e come è avvenuto il passaggio ai secondi?
Sono entrato in contatto con Fumofonico nel 2017 quando Matteo Zoppi, Fausto Berti e Bube Mannocci, amici e colleghi del teatro in cui lavoravo mi parlarono di questo nuovo progetto che stava nascendo a Firenze e che puntava a raccogliere artistə nell’ambito della parola in un nuovo collettivo (scrittorə, poetə, drammaturghə, romanzierə, ecc…). L’attività di Fumofonico è stata certamente importante. Non mi prendo meriti di ciò che ha fatto in quegli anni; ero membro attivo ma il collettivo era diretto e trainato da ragazzi che hanno dato e speso tantissimo, io sono stato un felice gregario. Riguardo al poetry slam è stato il primo collettivo ad aprire a Firenze al campionato nazionale della LIPS (il mio primo slam l’ho fatto con loro), permettendo la circuitazione qui di tutto quel popolo di slammer che girano ogni anno l’Italia; ha poi portato in Toscana alcuni dei personaggi di maggiore risalto della spoken word italiana e sviluppato diversi progetti decisamente interessanti in tema di sperimentazione (l’edizione del festival CO2 e l’iperdiario Nell’oscurità di un futuro passato).
Il passaggio a Ripescati dalla Piena è avvenuto nel 2020 in un flusso continuo, quasi senza soluzione di continuità. L’attività di Fumofonico s’è gradualmente andata spegnendo nei mesi post-lockdown da covid-19, così come molti progetti culturali underground in città; orfana Firenze di una scena sia slam che di poesia performativa in generale, ho deciso di contattare 3 amici e fratelli che vivevano con me l’ambiente (Marco Dell’Omo e Max Di Mario che hanno più o meno subito accolto entusiasticamente la proposta, e Luca Bernardini, che invece ha elegantemente – e con invidiabile lungimiranza – declinato l’invito) per proporre loro di ridare vita poetica alla città. Passati i mesi di chiusure e coprifuoco, ci siamo messi al lavoro nella primavera del ‘21 e da lì quasi 270 eventi in 5 anni, l’organizzazione e ideazione di 3 edizioni di festival e di una finale nazionale di poetry slam LIPS, 4 stagioni di poesia orale e performativa, spettacoli e progetti in 10 regioni differenti. Negli anni la famiglia si è allargata con Matteo Mazzoni, Andrea Mitri e Serena Iacobino. Credo che la qualità che ha reso Ripescati dalla Piena quello che è, sia la capacità di ascoltare; intercettare la richiesta e il desiderio da parte del pubblico di oralità poetica dal basso, lontano dalle torri d’avorio. Ascoltare chi si avvicina per la prima volta a questi spettacoli e vuole cominciare a sporcarsi le mani, sostenendo la nascita e la creazione di nuove realtà, che non possono far altro che far crescere l’intera scena. Non posso parlare di passaggio di testimone o di raccolta di un’eredità tra i due collettivi in quanto non ci sono stati testimoni da passare o eredità da raccogliere. Seppur operanti nello stesso ambito, le due realtà hanno e hanno avuto identità, obiettivi e modus operandi diametralmente opposti. E penso che sia anche questo a renderle speciali entrambe.
Al momento, oltre ai Ripescati, la scena fiorentina e più ampiamente toscana è ricca di collettivi che la anima. Com’è il dialogo tra queste realtà, come lo vivi guardandolo dall’interno?
Se parliamo di scena slam, negli ultimi anni c’è stato un rigoglioso fiorire e proliferare di esperienze che sono nate, cresciute, esplose; alcune si sono spente ed altre continuano ancora oggi ad organizzare eventi. Oggi il poetry slam vive a Siena grazie a Verbena, a Massa con Zauberei, a Prato dove c’è Clorofilla. Per non parlare di Firenze dove sono nati prima gli Ossi di Nutria e poi le Penne Lisce. E molti altri in questi anni hanno organizzato poetry slam validi per il campionato LIPS e non, andando a far vivere le province. Se pensiamo che alla fine del 2000 non c’era neanche un collettivo in Toscana che organizzava poetry slam ed oggi sono almeno cinque i più organizzati, lo ritengo un risultato straordinario. Fuor di retorica ti dico anche che la soddisfazione maggiore però sono la collaborazione, il rispetto e la rete di amicizia che si è creata tra i collettivi. Non c’è traccia di competitività tra i gruppi, e questo credo sia frutto del lavoro che come Ripescati abbiamo fatto fin dall’inizio nel metterci a totale disposizione della crescita singolare di ognuno, anche a scapito della crescita individuale nostra. Il dialogo tra i collettivi in Toscana parte, ancora prima che dai progetti, dalle persone. Ad ogni slam, nel pubblico o in gara, c’è quasi sempre almeno un esponente di un altro collettivo amico; la partecipazione reciproca è sempre costante e trasversale, ci scambiamo gli MC e arriviamo all’ultimo a mettere una pezza se manca una persona in gara. E questo ha contribuito a far crescere esponenzialmente la scena. Se cresce uno, crescono tutti. E questo per parlare nello specifico solo dei collettivi che organizzano slam poetry. Poi c’è tutto l’universo di altre realtà che organizzano open mic, concerti e spettacoli in cui orbita fortemente anche la poesia.
Tra i tuoi progetti ne figura anche uno, pensato per la scena, che mette in dialogo la tua parola con l’elemento musicale. In che modo è stato costruito – specie nel rapporto tra suono e testo?
Il progetto si chiama Sehnsucht. È nato nel 2021 quando Francesco Giorgi, musicista, compositore ma soprattutto amico e persona stupenda, mi ha detto “Ma se provassimo a mettere in musica i tuoi testi? Vediamo che ne viene fuori”. E ne è venuta fuori una magia che mi stupisce ancora oggi ogni volta che ci troviamo. Amo follemente questo progetto perché è qui che sento maggiormente risuonare quello che scrivo. Mi chiedi come è stato costruito. Ti dirò che non è stato costruito. C’è solo una regola: parola e musica viaggiano sullo stesso livello. Doppia drammaturgia musicale e poetica. Non scriviamo mai la musica. Né per lo stesso brano riportiamo la musica della volta precedente. Raramente prendiamo appunti. Ci diamo una linea, fissiamo due o tre punti e si va in scena. Francesco è un musicista e polistrumentista strepitoso e soprattutto affidabile; in questo progetto suona pianoforte, viola e violino ma gli ho visto suonare qualunque cosa (una volta è venuto alle prove con una sorta di corno di metallo staccato da una vecchia cassa di una sala cinematografica di chissà che anni, mi ha detto “Tieni”. Abbiamo scoperto che c’erano dentro le balene). In scena è una presa sicura sulla quale lasciarsi cadere di spalle a peso morto sapendo che c’è a prenderti con la musica. E il pubblico questo lo percepisce. È in questo modo, secondo me, che testi poetici e musicali viaggiano alla stessa velocità e sullo stesso piano, sorreggendosi e potenziandosi a vicenda. Raccontiamo la stessa storia insieme intrecciando i due linguaggi. Secondo me la chiave è tutta qua, in questo gioco come fuori nel mondo: l’ascolto. Io mentre faccio ascolto. Lui mentre suona mi ascolta. E due persone in ascolto portano un dialogo alle persone che hanno voglia di assistere. È tutto qua. E ogni volta è un regalo.
Al momento i tuoi interessi accademici stanno volgendo il loro sguardo verso la videopoesia. Quali sono gli aspetti di questo mondo che ti stanno più incuriosendo?
In realtà la videopoesia è un ambito che non ho ancora esplorato abbastanza e di cui, in questo momento storico della mia vita, sono assolutamente ignorante. Quindi lascerò nozioni, approfondimenti e citazioni dotte a tutte quelle persone che la conoscono e la studiano. Ad oggi la mia è pura fascinazione, l’hyperfocus di turno, il chiodo da schiodare. Guardo la poesia e la musica come gli assi X e Y. La videopoesia arriva a gamba tesa roteando l’immagine video sul suo asse Z bipenne a sparecchiare la tavola. Cambia il gioco. Non è un gioco migliore o peggiore, più facile o più difficile. È proprio un altro. A livello accademico quello che mi interessa, come forma di spettacolo, è come comunicano i linguaggi tra loro. Come cambia la fruizione. Cosa arriva a chi guarda. Cosa guarda chi assiste. L’abbandono del qui ed ora dello spectacle vivant, necessariamente modifica un fattore fondamentale per lo spettacolo: il tempo. Cancella l’irriproducibilità del live e con lei le distanze. Sappiamo da dove viene, abbiamo gli esempi delle avanguardie e della sperimentazione degli anni ’60, della video arte, della poesia visiva. Quello che mi interessa della videopoesia, è dove sta andando.
Infine, tra le altre cose tu sei anche un operatore culturale, e questa impronta la si può anche rivedere nell’ampiezza delle proposte che negli anni hanno abitato Firenze grazie ai collettivi in cui sei stato. Quanto credi che la consapevolezza di ciò che implichi l’organizzare un evento possa aiutare un collettivo a far crescere la proposta culturale del proprio territorio?
Io credo innanzitutto che la consapevolezza di come funziona il mondo intorno ad un evento culturale sia fondamentale ed indispensabile per chiunque voglia fare questo mestiere. E non parlo di tecnicə, (organizzatorə, fonicə, amministrativə, ecc…). Quellə certo. Ma parlo in questo caso proprio dellə artistə. Anni or sono abbiamo visto l’ascesa (e il declino) delle compagnie capocomicali, anche se molte di queste realtà vivono ancora oggi. Io ho cominciato a scendere dal palco e ad iniziare ad infilare le mani nella pasta dell’organizzazione per necessità. Se sei unə figliə di papà o hai abbastanza soldi da potertelo permettere c’è chi farà questo lavoro per te. Se non puoi permettertelo hai 3 possibilità: o sei un genio, sfondi presto e fai i soldi; o non vuoi sporcarti le mani e vuoi solo pensare alla parte artistica (il 99% di questə in genere mollano il professionismo e forse relegano l’arte al dilettantismo); oppure cominci a fare di necessità virtù, studi e impari. E questo discorso vale tanto per i singoli quanto per i collettivi. Anzi, se per un singolo è fondamentale, per un collettivo è vitale. Poi nella vita si può fare tutto eh. Tutto quello che vuoi. Ovviamente ti accolli le relative conseguenze certo. Ma puoi. Puoi aprire uno studio dentistico ed estrarre denti senza avere la laurea in odontoiatria. Certo che puoi. È un reato? Certo. Lə farai un male cane? Chiaro. Ti arresteranno? Altamente probabile nonché auspicabile. Però puoi farlo. Nella stessa maniera anche l’organizzazione di eventi di spettacolo dal vivo è un mestiere che non si improvvisa. Oh, OVVIO che estrarre un dente senza anestesia e organizzare di merda uno spettacolo non sono lo stesso campo da gioco. Nel secondo alla peggio la gente se ne può andare incazzata, puoi rimetterci un sacco di soldi o puoi fallire. Però, a parte questo, chiudo dicendo che la proposta culturale è un gioco che va preso molto sul serio. È lo stimolo che stiamo dando alle persone che scelgono di non starsene chiuse a casa quella sera; che scelgono di mettersi le scarpe dopo una giornata di lavoro e scazzi, rimettersi in macchina investendo minuti preziosi alla ricerca di un parcheggio per venire a vedere noi che gli proponiamo uno spettacolo. Abbiamo qualcosa di molto prezioso tra le mani: il loro tempo. Il loro rispetto. Ancora di più, la loro voglia di uscire -> che si traduce in un fatto ancora più importante: f͟a͟r͟e͟ c͟o͟m͟u͟n͟i͟t͟à͟. Le persone escono, si incontrano dal vivo, ricevono stimoli che poi elaborano. E noi siamo lì a far sì che questo filo non si spezzi. È a questo che serve la consapevolezza dell’organizzazione di un evento. Certamente a far crescere la proposta culturale. Ma ancora di più a creare comunità.