Interviste

Intervista a Francesca Gironi

Foto di Francesca Tilio

Francesca Gironi è nata ad Ancona. Danzatrice, poeta e performer, con la sua ricerca indaga i terreni in cui queste arti si toccano, ibridandosi. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: A (Edizioni Prufrock spa), Il diretto interessato (Marco Saya Editore 2021) e Abbattere i costi (Miraggi 2016).  Dal 2016 porta in scena le sue performance di poesia in locali, teatri, musei e festival, in Italia e all’estero.

Ciao Francesca, benvenuta. Il tuo linguaggio espressivo, pur non fermandosi solo a questo, ha come due poli centrali quello della parola e quello del movimento corporeo. Prima di farle confluire in un unico alfabeto, quali sono stati i tuoi percorsi attorno all’una e l’altra pratica?

Ciao Isidoro, grazie dell’invito! Il mio percorso poetico: tralasciando le prime incursioni nei giornalini della scuola e dell’università ho un percorso di studi umanistici, Lingue e letterature straniere moderne, con tesi in letteratura tedesca su Sarah Kirsch, poeta della DDR, a cui è seguito un Master in Germanistica ad Halifax (Canada) con tesi su Christa Wolf. Poi direi che è stata decisiva la frequentazione al festival di poesia La Punta della Lingua, ad Ancona, come pubblico prima ancora che come staff. Per la danza il percorso è stato più articolato: studi di danza contemporanea (e contact improvisation, aerea, hula hoop) in Italia e all’estero, estati indimenticabili di workshop a Impulstanz a Vienna e in centri di formazione a Berlino e New York durante gli anni dell’università, primi soli come danz’autrice nel circuito Anticorpi, performance di danza e fotografia con Francesca Tilio e l’interazione del pubblico (The girl is missing, 2012), CAMILLE, performance via webcam realizzata grazie al progetto di residenze creative presso DanceHaus Milano nel 2013, partecipazione come danzatrice in Iperrealismi di Helen Cerina, per citare alcuni highlights della mia vita danzante.

Francesca Gironi/diadi in Sic! Festival Ammutinamenti 2009, Ravenna, Foto di Dario Bonazza
The girl is missing, photographic performance (2012). Foto di Francesca Tilio
CAMILLE (2013), performance via webcam, con diretta su una telecamera pubblica su Times Square. Foto di Diego Nocioni

All’interno di questo percorso quando è comparso lo slam? Qual è stato il suo contributo nella tua crescita come performer?

Il 4 dicembre del 2014 al Caffè San Marco di Trieste, con la prima fallimentare partecipazione a uno slam, e poi nei mesi successivi all’Atti Impuri di Torino e all’Arci Fuori Rotta di Treviglio, posso dire di essermi appassionata (o ossessionata). In quei primi giorni ho conosciuto i compagn* di poesia degli anni a venire. Avevo visto lo slam al Festival La Punta della Lingua ad Ancona, senza avere il coraggio di partecipare, Trieste mi sembrava una città sufficientemente distante. Lo slam è stato per me un laboratorio dove sperimentare il corpo e la voce (che non avevo mai utilizzato prima nelle performance) e portare le poesie dal privato alla scena. Per partecipare non servivano conoscenze, alleanze, maestri, bandi. Chiunque in uno slam per un’ora o più può dirsi poeta. Ho trovato una comunità accogliente in cui mi sentivo libera di sperimentare tra i linguaggi.

Al momento, la presenza della parola c’è in ogni tua performance. Come nascono le partiture di movimento e testuali nei tuoi lavori, come contribuiscono a vicenda al loro reciproco sviluppo?

Ho l’impressione che ogni mio testo sia la risposta a un testo di qualcun altro. Credo di poter dire per ogni poesia a quale poesia corrisponda, o cosa stessi leggendo nel momento in cui l’ho scritta. Su questa idea di risposta, in tutte le forme in cui si articola (citazione, emulazione, opposizione, riscrittura) ho organizzato un reading dal titolo Qualcuno l’ha già detto – persino il titolo è una citazione da uno spettacolo di Helen Cerina, Qualcuno l’ha già fatto, in cui la coreografa citava i repertori di altri coreografi nella sua partitura –  una sorta di botta e risposta tra poesie di altri e poesie mie. Una volta scritto un testo, lo memorizzo e porto quella memoria in sala di danza dove lavoro con il corpo a una partitura per una potenziale messa in scena. Improvviso per strutturare, procedo per tentativi. C’è sempre il rischio della retorica, della mimica, della didascalia. Mi confronto con alcune persone, poet*, danzatrici: uno scambio di testi e video popola la mia chat di WhatsApp. Senza questo costante confronto con gli altri sarei persa. A volte chiedo loro di regalarmi dei gesti. Non c’è niente di esclusivamente mio in quello che creo. L’arte è sempre relazione.

Per La Punta della Lingua, festival con cui ora collabori, curi tra le altre cose una sezione di videopoesia, pratica attraversata anche da te in prima persona. Più ampiamente in molte tue performance hai esplorato la multimedialità e il dialogo con le tecnologie: qual è per te lo spazio che si apre, in questi territori, per la poesia? Quali sono state le modalità con cui hai ricercato queste relazioni – col video, con l’AI, col microfono e la musica, e via ancora? Nel momento in cui invece ritorni alla dimensione dello slam, dove restano “solo” il corpo e la voce, cosa ti porti di quelle esplorazioni?

Per La Punta della Lingua mi occupo di poet* stranieri e sono nel comitato che seleziona le videopoesie per il concorso internazionale La poesia che si vede. Le due videopoesie a cui ho lavorato in prima persona sono frutto della collaborazione con un videomaker, Giacomo (Jack) Daverio, e risalgono a qualche anno fa, mi piacerebbe farne di nuove ma in Italia non esistono bandi di produzione per la videopoesia e credo che il nostro sia uno dei pochi concorsi internazionali. In generale ho sempre lavorato nell’intermedialità, mi interessa l’ibridazione dei linguaggi, il fuori luogo, la danza quando non c’è l’aspettativa della danza, attraversare diversi media. Le relazioni sono spesso relazioni con esseri umani, prima di tutto, così per la videopoesia, ma anche GPTƏ (2022), performance che indaga il rapporto donna-intelligenza artificiale e i bias di genere nella programmazione dell’algoritmo, è stato frutto di una collaborazione con il sound artist Daniele Fabris e la curatela di Umanesimo Artificiale, prodotto dall’organizzazione culturale Sineglossa. Nel 2017 con Sergio Garau abbiamo vinto il premio internazionale per la performance CROSS Award con CTRL ZETA, una performance in cui abbiamo provato a far interagire i nostri repertori poetici e videopoetici attraverso la traduzione dal testo al corpo, con lettura live dei nostri profili Facebook e un finale con slam uno contro uno (io contro me!). Nel 2021 ho lavorato a un laboratorio/performance dal titolo Come farò a sollevarti/senza braccia in cui la coreografia – con la danza di Annalì Rainoldi –  e la musica, di Luca Losacco – erano il frutto di un lavoro di trasmissione ed elaborazione di gesti e testi sul tema della cura durante il confinamento donati da persone sconosciute a seguito di una call. Tutto questo per dire che le modalità in cui si realizzano queste relazioni sono imprevedibili anche per me. Nello slam devo sottrarre, nei tempi e nei modi. Se ho imparato qualcosa dalla danza è fare del limite una possibilità creativa.

Quando raccogli su carta i testi delle tue performance, invece, in quali chiavi operi adattamenti dalla parola performata alla pagina stampata? Più ampiamente, cosa ti sembri resti della performance sopra al foglio, dentro le tue raccolte?

Non ho sperimentato molto in questa direzione, se non attraverso le foto di Francesca Tilio: nell’antologia SUPERNOVE. Poesie per gli anni 2000 (Sartoria Utopia 2019) la poesia Le femmine sono stupende è stampata su cartoline con le foto del Pink Project di Francesca Tilio; Santine, un progettoiconotestuale, comprende foto di bambine e poesie da A; i miei ultimi due libri, Il diretto interessato (Marco Saya Editore 2021) e A (Edizioni Prufrock Spa 2024),includono una serie di foto performative realizzate in studio per i libri. L’intento è sempre quello di restituire almeno in parte un immaginario performativo anche su carta.

Santine è un progetto poetico e fotografico a cura di Francesca Tilio e Francesca Gironi

Infine, in quali direzioni sta andando al momento la tua ricerca?

Sto lavorando a una libro-performance per uno spettatore alla volta, che oserei chiamare durational, dal titolo È severamente vietato.