Celeste Miraka nasce a Caserta nel 2000. Laureata in Filologia Moderna alla Sapienza, vive tuttora a Roma, città in cui ha cominciato a frequentare il mondo dello slam. Oltre a essere poeta e scrittrice, esplora la fotografia in analogico. La sua prima raccolta di poesie è recentemente uscita per la casa editrice Articoli Liberi.
Buondì Celeste, benvenuta. Dunque, è di recente uscita il tuo primo libro, Queer poems. Com’è stato il processo di creazione di questa raccolta?
Innanzitutto ringrazio la casa editrice Articoli liberi che ha accolto le mie poesie. Il processo di creazione di questa raccolta è stato lento per quanto riguarda i singoli componimenti, mentre per quanto riguarda l’unione di essi questa scelta è stata dettata dalla voglia di ripercorrere il mio percorso identitario, sia attraverso l’amore che ho provato per le persone a cui ho dedicato i componimenti della prima parte della raccolta e sia attraverso esperienze prettamente riguardanti la mia persona, il mio corpo, le discriminazioni che ho vissuto, cercando di rendere tutto questo politico, sciogliendolo dal personale, soprattutto per quanto riguarda il tema dell’accettazione del corpo e della maternità. Nella prima parte della raccolta, quella dedicata ai miei amori lesbici, i componimenti seguono l’ordine cronologico del momento in cui mi sono innamorata di ognuna di queste donne, partendo dalla mia prima cotta lesbica, fino ad arrivare alla donna con cui nel presente ho una relazione. Questo percorso, oltre a ricordare quali sono stati i miei amori, mi ha portato anche ad attraversare il modo in cui ho amato ognuna di loro, cos’era per me l’amore e in che modo riuscivo a esprimerlo e riuscivo soprattutto a riceverlo in un primo tempo della mia vita. All’inizio scrivevo degli amori solo dopo che questi erano finiti e quindi stando nella tristezza, nella sofferenza. Andando avanti e quindi arrivando agli ultimi componimenti che dedico alla mia attuale compagna, Simona, l’amore prende una forma diversa, una consapevolezza diversa, è un amore più maturo che non esiste e non si alimenta nella sofferenza e nella tristezza ma nella serenità, nella voglia di costruire e non nella distruzione. Non sono questi, infatti, componimenti impregnati di dolore, non hanno alcun velo di malinconia, ma esprimono la naturalezza di un amore che sta prendendo forma in una dimensione morbida e accogliente. Per quanto riguarda la seconda parte non c’è un ordine cronologico preciso, la divisione è più per argomenti, quindi componimenti che riguardano la mia persona, il mio rapporto con il corpo, il mio primo approccio personale con un episodio razzista, poi il tema della maternità che per tanti anni mi ha accompagnata cambiando spesso forma, sia considerandolo rispetto a mia madre e quindi nella posizione di figlia, sia considerandolo direttamente rivolto a me stessa, quindi nella veste di futura madre, fino ad arrivare alla liberazione del mio corpo, della mia mente, con un poesia erotica e ironica, che è l’unico componimento che io abbia mai scritto in questi termini, perché non mi definisco mai né ironica né fortemente erotica, o comunque non quando parlo di me come scrittrice, ma averlo posto a chiusura della raccolta ha per me un senso quasi metaforico, perché nella fine ho voluto regalare anche una versione di me stessa che non tutte le persone conoscono e che non sempre esce fuori.
Il titolo è già di per sé uno statement di rappresentanza molto chiaro. A tuo parere, qual è lo spazio che viene concesso alla queerness nei contesti poetici? In che modo respira nei tuoi testi?
Il titolo della raccolta comunica subito quali sono i temi e le questioni trattate all’interno dei componimenti poetici e nelle mie poesie ha uno spazio molto importante e ampio la queerness, sono una donna lesbica che vive e racconta la propria vita, le proprie esperienze d’amore e non, come una donna lesbica e non staccata da ciò. Nei miei testi cerco di raccontare l’amore lesbico come qualcosa di estremamente naturale, non come un’eccezione, l’attenzione non è mai sul fatto che siamo due donne, anche se questo ha un’importanza particolare, ha un valore politico rilevante, soprattutto in questo preciso momento storico nel nostro paese; è un’attenzione rivolta a ciò che si prova, ciò che succede all’interno della relazione, è un processo necessario di elaborazione delle emozioni. Nel mondo del poetry slam a Roma ho avuto la fortuna di incontrare Olympia che ha dato molto spazio alla queerness creando con altr* poet* il collettivo Questa cosa queer che organizza slam a tema queer per dare spazio a corpi che di solito spazio non ne hanno, o non abbastanza, o delle volte è uno spazio non sicuro. Questa cosa queer è come casa per me.
Sempre parlando di rappresentanza, tu sei nata in Italia ma il tuo cognome ha origini albanesi. Come ti rapporti con questo in generale, e con una scena come quella dello slam dove ancora raramente compaiono su palco persone dalle origini oltreconfine? Pensi ci possano essere delle modalità che possano esser messe in atto per entrare più in comunicazione con queste persone, che pur sono presenti e scrivono qui in Italia?
Il mio cognome rimanda sempre alla domanda “che origini hai?”, se poi ci aggiungiamo la “particolarità” dei miei capelli, non se ne può fare a meno. Il mio cognome è albanese perché mio padre è albanese, io sono nata in Italia, mia madre è italiana, purtroppo l’unica lingua che parlo è l’italian, non avendo avuto la possibilità di imparare la lingua albanese, e forse un po’ me ne pento. Mi era stata fatta tempo fa una proposta nel mondo dello slam romano per aiutare ad organizzare un poetry slam incentrato sulla questione postcoloniale e sono sicura che prima o poi succederà, ci sono delle solide basi per trattare anche questi temi e per rendere sempre di più intersezionali le lotte.
Com’è stato, per ora, il tuo attraversare il poetry slam? Come descriveresti, essendo quella che hai potuto esplorare meglio, la scena romana?
Io sono stata iniziata al poetry slam dal mitico Cris Rossi che una sera, mentre stavamo bevendo una birra post università per me e post lavoro per lui, mi ha proposto di andare a questa serata in questo locale a Trastevere in cui ci sarebbe stato uno slam molto tranquillo, con le votazioni che si esprimevano per alzata di dita, di mani, di braccia, di gambe. A quella proposta di Cris ho risposto di sì, mi sono fidata, lui è molto bravo, possiamo dirlo, e quella sera ho letto per la prima volta le mie poesie ad alta voce davanti a un pubblico, dietro a un microfono, e sono anche arrivata in finale con la mitica Viola Fronterrè. Quella serata aveva del surreale per me ma sicuro porto un bellissimo ricordo, mi ero divertita tantissimo e quello era per me la cosa più importante. Non era la prima volta, ovviamente, che frequentavo l’ambiente slam, erano anni che andavo a sentire le poete e i poeti della scena romana ma restavo nel pubblico, all’inizio anche nel ruolo di giuria con le magiche lavagnette. Al momento vivo ancora una forte contraddizione, ci sono periodi in cui mi sento molto motivata e molto tranquilla con me stessa e allora mi emoziono tantissimo e cerco di partecipare a più slam possibili, invece altri periodi in cui preferisco stare lì seduta nel pubblico e farmi attraversare da altre voci e da altre parole; so di essere una persona più a suo agio dietro le quinte che sul palco ma alle volte è bello sfidare la mia timidezza e tirare fuori la voce per rendere politico ciò che e personale e condividerlo. La scena romana è piena di artist* fenomenali che hanno tutt* ormai da tempo un posto nel mio cuore, ed è sempre una grande emozione ascoltarl*. È come una grande famiglia in cui ci si può sentire a proprio agio, in cui hai uno spazio, un tempo e una mano che ti tira dentro, sempre.
Infine, forte di questa fresca pubblicazione, quali sono i tuoi prossimi progetti? Verso quali desideri stai andando?
Al momento è iniziata una collaborazione con Narrative Queer per curare la loro prima rubrica fotografica. La rubrica avrà come protagonista un mio progetto nato questa primavera grazie al progetto Art Is Love organizzato da Le Tre Ghinee e da Barlina, che offriva un workshop di fotografia tenuto da una grande amica e fotografa, Susanna D’Aliesio, che ha reso possibile e concreta quella che prima era solo un’idea confusa. Il progetto, Nun ce metter o’ penziero, ha come protagonisti i capelli: come un taglio di capelli scelto per puro gusto personale o scelto come un atto politico possa mettere in contatto l’occhio osservatore con il proprio bagaglio di stereotipi, oltre il quale non riesce a vedere le sfumature che vi sono. Se una donna ha i capelli corti, o addirittura rasati, viene inscritta come donna lesbica, al contrario se una donna lesbica ha i capelli lunghi e curati allora viene associata all’eterosessualità, a causa del canone che la società impone. Quindi la mia attenzione è stata quella di fotografare donne queer e non, di porre l’attenzione sui loro capelli come luogo di discriminazioni di genere e per farli diventare politici. Perché come il nostro corpo è politico, così lo sono i nostri capelli e le nostre teste. Riguardo la scrittura, sempre per Narrative Queer, sul sito e sulla pagina Instagram, uscirà un mio racconto intitolato Le barbabietole da zucchero sono lesbiche. Tanti progetti di scrittura ancora mi riempiono la testa e tanta tristezza deve ancora essere elaborata, estratta dal cuore e normalizzata su carta.