Interviste

Intervista a Barbara Giuliani

Barbara Giuliani (Pescara, 1979), poeta, ha attraversato la parola da diverse direzioni. Oltre ad aver pubblicato raccolte come Floppy (Autoprodotto 2015), Cloroformio (Prospero Editore 2016), Bianca (Neo Edizioni 2022) e Occidente (Round Midnight Edizioni 2023) ha fondato due piccole case editrici, Barrette Indipendenti ed edizioni trepuntinidisospensione, è stata slammer e MC per PoetrySlamAbruzzo, è stata redattrice per le sezioni Poiein e Odile di Neutopia Magazine e ha preso parte a diversi progetti collettivi. Da gennaio 2019 insegna scrittura poetica presso la Scuola Macondo di Pescara.

Buondì Barbara, benvenuta. Dunque, la tua ricerca nella parola è lunga e diversificata, in questa domanda vorrei concentrarci sui primi anni. Come hai cominciato a sperimentare con la poesia?

“A specchio

credi

che niente sia.

E quando

i tuoi sogni

hanno colmato

il tuo pieno.

Hai solo

dieci dita

per contare

le tue scene.

A ritroso

l’una trova l’altra.

Senza timore di svegliarti

Scena 8-7¾

È da mangiare. Un cane da mangiare. Comprato da donna medusa per i suoi arrosti di prima mattina. Vive di notte. Miagola. Non ha pulci, se non per contare i suoi anni da cane da mangiare. È banchetto di chi elude il sole passandovi sotto. Ha coda da seguire per trovare. Come pentola di gnomo con monete di cioccolata. Non ha un nome. Per anni con l’uomo dalle mani piegate. In piazza. Per aggraziarsi i passanti. Per monete di cioccolata. È cane senza pelo. Nato per farsi mangiare. A destino chinato mostra. È stato con tutti. Ha cercato. È uscito dall’acquario per farsi mangiare. Ha trovato un calzino da polso vicino ad una macchina con uno specchietto rotto. Ha trovato tre bottoni dorati, pensando che fossero tre monete di cioccolata. Ha con sé uno zaino. Sporco di lucidalabbra alla pesca. Il suo guinzaglio è un filo di cotone verde acido.”

È iniziata più o meno così con queste parole, che sono l’incipit di dentrodiecisceneasogno, un testo all’interno di una raccolta che non ha mai visto la luce cartacea con isbn. Scritto tra il 2002 e il 2006, che solo a scrivere questi numeri penso alla mia preistoria, nel senso della mia storia prima di arrivare alla consapevolezza di quello che stessi facendo. Molti anni dopo, credo nel 2018, l’ho autopubblicato con una azione di guerriglia postale. Ho trascritto tutta la raccolta su 102 cartoline e le ho inviate a 102 destinatari diversi, numerando le cartoline e scrivendo i km di distanza tra me e il destinatario. All’epoca non avendo fatto studi accademici, mi dimenavo come una foca monaca che digitava tasti attraverso il suo Compaq Presario 900 comprato a rate con i piccoli lavori da mercenaria assoldata dall’agenzia interinale Adecco. Non leggevo poesia ma narrativa contemporanea americana che un vicino di casa mi procurava, tutti quei Minimum Fax tradotti dalle copertine declinate dal lavanda al glicine. Mi rammarica non avere quei libri adesso, perché li restituivo e la mia memoria ha perso la maggior parte delle informazioni che avevo buttato dentro il mio cervello veloce da ventenne. Leggevo moltissimo, mi addormentavo con i libri in faccia. Ho iniziato a scrivere, a mettere giù non le mie storie ma la mia idea di scrittura. Non ho mai avuto la velleità di raccontare la mia versione dei fatti, ho sempre pensato e creduto di raccontare una cosa che sapevano già tutti, ma volevo farlo a modo mio. Adesso rido a questo pensiero, lo ritengo sciocco poter credere che qualcuno abbia il bisogno del tuo modo, del tuo stile e per dirla spiccia della tua poetica. Non sapevo di stare scrivendo della probabile poesia perché non era verticale ma andava un po’ dove voleva, addomesticata secondo le regole della mia casa. Poi sono di Pescara, vivo qui da 47 anni, cosa vuoi che possa succedere di poetico a Pescara? Nulla. Quindi con questo nulla e grazie alla rete ho potuto constatare che esistevano altri individui dotati di mani e occhi che provavano delle scelte di linguaggio come la mie. Benvenuta Barbara, welcome to paradise. Questa domanda potrebbe durare ancora molto, ma chissà chi è arrivato fin qui a leggere l’intervista, e poi sinceramente chi ha voglia di leggere una intervista, di impiegare il proprio tempo nel sapere i fatti altrui, volevo scrivere cazzi, ma non so se in una intervista si possono scrivere parolacce. Qual è il galateo di una intervista, esiste un vademecum che ti spiega cosa fare e non fare nelle risposte? Penso si possa fumare, tanto nessuno ti vede, così come bere, pisciare, collassare, dormire, vomitare o pregare. Un’intervista scritta ti permette di essere un mondo di cose che se le sovrapponi diventano dei pancakes e nessuno te li ha chiesti. Scrivere è questo: andare dove vuoi anche in mutande. Potrebbe diventare una risposta intervista, inglobarti le altre domande modello Pacman e fare una intervista poemetto, che se mi passi una r, sputo una o, si realizza l’intervista prometto, quella in cui ti prometto fantasmagoriche cose senza mantenerle. Allego foto cartolina inviata, l’ultima, la 102. Se qualcuno le ha, conservatele, è la classica roba che una volta morta varrà almeno il prezzo del francobollo. Spero di avere risposto alla domanda, ma non sono sicura. La rileggo. Ci penso.

Approdata al momento attuale, questa ricerca si è aperta a ventaglio in molte direzioni, una tra queste è quella dell’arte installativa. Quali sono le variabili che tieni in considerazione per inserire la parola all’interno del contesto installativo?

Molti artisti che non scrivono usano le parole e i testi all’interno delle loro opere come ornamenti, di solito portati a riprova del sentimento dell’opera. Immagina di scrivere e di vedere quello che scrivi in maniera tridimensionale, toccabile, tangibile, sfiorabile, mangiabile, quindi all’interno di un processo che ti permetta di vivere e di attuare una sorta di fotosintesi clorofilliana con quello che stai costruendo con le parole. Immagino questo, e nella maggior parte dei casi collaboro con altri artisti che usano materiali diversi rispetto alla scrittura. Perché in fin dei conti le parole sono un materiale non edilizio, non rientrano nel computo della partita iva al 22%, senza contare gli sgravi per ristrutturazione della prima casa o per installare un impianto fotovoltaico che ti permetta di sostenere la classe energetica A di un fabbricato ubicato sul suolo di una paese di provincia con incentivi demografici per il ripopolamento della aree rurali. Portare questo negli occhi ma soprattutto nelle mani di un lettore è un’operazione che non prevede l’emozione come prima arma di seduzione e ancoraggio. Quando immagino un’opera realizzata attraverso un mio testo la voglio interattiva e mutabile, un mutaforma, parto da me che sono il punto A per arrivare al punto B che sono gli altri, la retta passante per due punti distinti determinata calcolando prima il coefficiente angolare m=yB-yA/xB-xA è in questo caso variabile, partirò sempre A per arrivare a B, ma su quella retta non ho il controllo, non so cosa accadrà con l’intervento esterno del pubblico. Questa è la parte interessante, il processo dopo il processo, un processo elevato al quadrato. Gli altri mi permettono di amplificare la mia esperienza testuale, mi propongono una realtà aumentata un po’ come se stessi usando l’AI, ma in versione analogica. Il solo scriverlo fa ridere, ma questa operazione la chiamo poesia reale. Di solito si fugge dalla realtà e ci rifugia nella scrittura in modalità terapeutica, per saldare e scontare i nostri debiti con il mondo, sconfinando nell’etere, nella fuffa e nella lana ombelicale. Con una installazione non puoi permetterti lo stato gassoso. Trovo sia l’espediente migliore per vedere che faccia abbia il dolore quando lo provi davvero e non per ipotesi di reato. Quindi, tornando a noi, se penso alle variabili penso al meteo e spero che sia sempre buono, perché con la pioggia e il freddo ci sono sempre poche persone alle mostre. Non scrivo poesia, la costruisco.

Al netto della ricerca in dialogo con altri media, la tua produzione trova comunque una sede privilegiata sulla carta – anche quando ha una traduzione in altre forme, come nel caso del recente Elettrovulva, raccolta di componimenti destinati sia alla carta che a un supporto installativo. Qual è lo sguardo con cui lavori questi testi? In quale modo, se lo fanno, portano in sé anche le forme performate o comunque che escono dalla carta stampata?

Dopo aver sperimentato la qualunque, persino il mettere fuoco al cellophane perché volevo capire cosa provava Alberto Burri con le sue combustioni, ritengo che tutto quello che ho fatto aveva e ha un solo obiettivo: scrivere. Le mie esperienze, che possono passare dall’imparare a fare l’uncinetto per studiare la metrica all’impastare 1kg di farina per il pane azzimo, sono tutte finalizzate alla scrittura. Vivo in assetto poetico, tutto quello mi circonda diventa un tassello del processo poetico, non ho limiti, non li ho mai avuti, tutto mi occorre per scrivere, il corpo, come in anatomia poetologica con la fotografa Marina Chichi in cui ho letteralmente prestato il mio corpo alle parole, per poter essere lette. In e per Elettrovulva, sono partita per la prima volta da una mia malattia, ma non l’ho usata in prima persona e non è inserita nemmeno in una sorta di confessional poetry per non alimentare il voyeurismo editoriale che tanto piace, è il mio cavallo di Troia per rendere cosmico questo accadimento. Non parlo di me, parlo di quello che è, immagina di dover dare un esame e di dover studiare migliaia di pagine, quelle pagine me le sono ritrovate già studiate, dovevo solo dare l’esame. Ed ecco Elettrovulva che scardina qualsiasi tabù femminile parlandone in modo dissacrante, esilarante, raccapricciante e a tratti anche medicante. Le due forme artistiche che sono già arrivate sono la realizzazione di vulve da parte dell’artista Giuseppina Michini e una sonorizzazione di Alessio D’Alonzo. Sono ancora sottovuoto, non è facile piazzare questa roba poetica dinamitarda, vengono percepite come delle mine antiuomo. Ma a noi sbatte e proseguiamo. Loro mi hanno permesso di allargare il cono visivo, hanno preso, rimescolato e riconfezionato il mio dire. È un privilegio, non capisco bene di cosa, but lo avviso come una sorta di ricompensa. Tanto il mio modo di scrivere è diventato performativo che il libro sembra diventare l’ultima spiaggia annoiata per pensionati postali a Lanzarote. Un artista non dovrebbe mai vivere sotto i 20°, per potersi permettere un abbigliamento meno imbrigliato. Scrivere con una felpa è diverso che farlo con una t-shirt, la prima è impedente nelle braccia, con le maniche che toccano la scrivania, assumendo una posa dello sterno innaturale. Tutti parlano del cuore, nessuno mai dello sterno. Effettivamente sterno è una parola difficile da piazzare, ma se usi sternomastoideo diventa spendibile e di ricerca. Sterno è lirica, decisamente, sternomastoideo è prosaica. Tra le due scelgo sternomastoideo, perché quando la deglutisci ti sazia. Non vorrei parlare di cibo, gli autori che parlano di briciole mi fanno pensare al Dyson. Posso scrivere marchi? Non corriamo nessun rischio di dover poi pagare una penale. Non mi dispiacerebbe diventare Brand Ambassador della Dyson, mi ci vedo con un aspirapolvere in mano mentre declamo una poesia di quattro righe di Antonia Pozzi. Pubblicità. Mi rimane sempre il dubbio di non aver risposto alla domanda.

anatomia poetologica, credits to Marina Chichi

Nell’ultimo paio di anni ti sei occupata di portare avanti su Neutopia Magazine una rubrica dedicata alla spoken word music in Italia, potendo quindi approfondire la produzione recente in questo ambito. Com’è stata questa esplorazione? Qual è il tuo sguardo su questo linguaggio?

Gioie e dolori come i figli, ma non ho figli, però mi piace iniziare con una frase standard, tipica, che fa confort e che non vuol dire nulla. Curerò come mia ultima uscita su Odile nel numero cartaceo di prossima uscita una intervista fuori dai radar spoken, perché in questi anni ho capito che tutto e niente può rientrare nell’ambito di diciannove parole prima di questa. Ho sempre creduto fin dall’inizio che i testi fossero i veri galghi da corsa, scrivere cavalli è troppo da scuderia editoriale, e mi sono soprattutto focalizzata su quel versante, venendo da una formazione indie di cantautorato italiano. Ho trovato molto vicinanze sotto questo faro, un occhio di bue slargato che abbracciava più attori. La parte forse che mi ha delusa, o semplicemente non conquistata pienamente, è la zona musicale, la musica intesa proprio quella delle note. Ogni autore spoken scrive i propri testi e li produce in forma poetica verticale, posso dirlo perché ho letto i testi dai file word inviati dalle varie band o dai singoli artisti. Rispetto alla poesia c’è una tensione al sociale maggiore ma i sentimenti, i tormenti personali, i mal di pancia da ciclo e le gastriti da reflusso sono sempre dietro l’angolo. La parte noiosa è proprio questa gastroenterologica, annoiati borghesi alle prese con i misteri della vita. Questo potremmo spalmarlo su tutti i campi artistici. Attorno a questi testi vengono costruite le partiture, ognuno poi le esegue con i propri mezzi, quindi con gli strumenti che sa suonare o sa mettere in funzione. Dalle chitarre classiche ai mixer collegati ad almeno cinque pad. La spoken sonoramente non è inquadrabile, possiamo definirla come un artista che scrive un testo e poi lo legge con il supporto di suoni, una sorta di reading 2.0. Anche però in questo caso è un’operazione poetica che rientra nelle possibilità poetiche. Permette di maggiorare il proprio raggio di competenza e di provare come un piccolo chimico a far esplodere il bagno di casa. In tutti gli ascolti che ho avuto l’onore e l’onere di ascoltare ho trovato molte volte casa, un luogo sicuro in cui conoscevo le vie di fuga, ma sono rimasta, perché la famiglia è quella cosa che anche se non ti appartiene ti tiene per il DNA. Gli oggetti poetici vanno criticati, perché si nutrono di questa linfa melmosa che gli altri ti spalano addosso. Ci sono molti autori e autrici under 30 che ho trovato molto a fuoco e sotto fuoco e questo li rende credibili e vivi. L’unica pecca è la fetta di settore così striminzita che cercarli e trovarli diventa un affare di Stato. Lunga vita alla scoperta di nuovi mondi in divenire.

Nel tuo esplorare c’è stata anche una fase in cui ti sei approcciata al poetry slam, sia nelle vesti di performer che di MC. Puoi raccontare com’è stata la tua esperienza, e – se ce l’hai – quale sia la tua percezione della scena attuale?

Nel 2015 sempre qui a Pescara ho partecipato al mio primo poetry slam, ero già vecchia allora, perché avevo 36 anni, ma al sud le questioni arrivano sempre in ritardo, qualcuno direbbe come i treni, mai nessuno che dica come il ciclo di una donna in climaterio. Ero entusiasta, ossigeno puro, mi sentivo Messner il 27 giugno 1970 sul Nanga Parbat a 8.125 metri sul livello del mare. Ero entrata in un vortice, tutto il mondo mi sembrava un gigante poetry slam, persino il lavoro era diventato un luogo dove poter portare il poetry slam. Questa disciplina, perché vedo le varie forme poetiche come discipline sportive, questa di diritto entra nel crossfit. Tre minuti solo corpo e voce, tipo gli air squat, in cui usi il tuo corpo e le tue bestemmie interiori. Il poetry slam mi ha fatto capire quanto sia importante leggere i propri testi ad alta voce, quanto lavoro ci sia dietro, quanta dedizione e quanto tempo di prove per poter reggere lo sguardo di gente che beve birrette e va a finire che non ha mai letto un libro di poesie, forse molti anche tra quelli che scrivono. Ho conosciuto tantissimi altri autori, ho viaggiato, visitato librerie, università, centri occupati, musei, scuole, fiori, nomi, cose e città con il poetry slam che con la semplice pubblicazione di un libro non avrei mai fatto. Il poetry slam tra gli animali è il polpo gigante che con i suoi tentacoli arriva ovunque. Il male è iniziato quando ho iniziato a piegare i miei testi alla performance per aggraziarmi il pubblico, per così prendere qualche mezzo voto in più. In quel momento ho capito che dovevo smettere e ho continuato per un altro po’ come MC e ammetto che sia stata la parte migliore per me. Potevo essere finalmente me stessa senza preoccuparmi o avere l’ansia di un punteggio imbarazzante. Ora quando in città organizzano dei poetry slam vado volentieri ad ascoltarli per sondare il terreno, per vedere questi giovani talentuosi cosa stanno sperimentando nella loro ricerca. XXX XXXX XXXXXXXXX, fiumi di parole scaraventate in 180 secondi contro il pubblico. Rispetto al 2015 ho trovato un modello più vicino al puro molonogo, una forma più lineare di presentazione della propria produzione, un prendersi meno rischi e di rimando un osare un po’ meno con le soluzioni e risoluzioni espositive. A volte mi mancano i silenzi.

Tra le altre cose tu ti occupi anche della direzione artistica della sezione del FLA (Festival di Libri e Altrecose) dedicata alla poesia, il FLAP, e hai fondato due piccole case editrici indipendenti. Quando si tratta di curare materiale altrui, come ti poni? Quanto del tuo sguardo artistico c’è nella scelta di chi coinvolgere, delle opere a cui dire sì?

TOTALE, citando un illustre poeta sperimentale. Il FLAP nasce dalla mia esigenza di portare la poesia a casa, a Pescara, di non sentirmi una giraffa in un’oasi abbandonata e di far conoscere agli altri cosa accade nella poesia contemporanea italiana oggi, e tante volte ci si accorge che non è quella a scaffale nelle librerie major. Scelgo non solo in base ai miei gusti personali da lettrice ma in base alla mia esperienza di scrittrice. Ho invitato autori lontani dalla mia poetica ma che ritengo notevoli nella loro. Ogni anno cerco di portare quattro voci diverse fra loro, perché la poesia è una possibilità che diamo al linguaggio di potersi ricreare, resettare, riprogrammare, ritessere, riossigenarsi, riprisintarsi e tutti gli altri ri che possiamo trovare e non trovare sul vocabolario. La parola è l’oggetto più plasmabile e riciclabile che io conosco, appurare come gli altri fanno la raccolta differenziata è la mia curiosità maggiore. Gli autori invitati al FLAP non parlano del loro ultimo libro in uscita, discutono della loro poetica che attraversa tutto l’arco della loro carriera e che ancora non interrompe il giungere a destino, una sorta di gioco infinito in cui ti ritrovi a oltranza a dover combattere il mostro finale. Non smetterò mai di ringraziare tutti quelli che hanno accettato il mio invito di mettere sul banco degli imputati il loro LAVORO con la poesia. A volte dimentichiamo che scrivere è un lavoro, si esegue con il deretano sulla sedia per ore e non ci improvvisa alzandosi la mattina con il piede sbagliato. Ho imparato con il tempo a non lavorare per call ma per scouting, più faticoso e lungo ma meno pesante relazionalmente. Ti scelgo, non vengo scelta, ed è quello che dovrebbe fare un editore. Richiede programmazione e quest’anno lo dedico a me, quindi mi scuso se mi sentirete di meno ma devo recuperare delle faccende poetiche. Ho riletto la domanda e non so bene quale sia il mio sguardo artistico. Abbiamo un problema Houston. Ci sono dei tizi che stanno litigando sotto casa alle 00:22 mentre rispondo a questa domanda, vorrei fare a cambio con loro.

Quando ti ho contattata per quest’intervista, tra le prime cose che hai detto, una mi ha subito fatto sorridere e ora l’hai ripetuta: hai deciso di dedicare quest’anno a te, a quel che fai e sei. Quindi, se vuoi, racconta cosa sta bollendo in pentola: su cosa ti stai concentrando, in che direzioni va la tua ricerca?

Ti rispondo con una immagine e con un audio.